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L’interruzione di gravidanza dopo i 90 giorni

7 febbraio 2017 | Autore:


> Donna e famiglia Pubblicato il 7 febbraio 2017



La legge stabilisce che la donna, entro i primi novanta giorni, ha facoltà di chiedere l’aborto quando la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità in generale, comporterebbero un serio pericolo per la sua salute psico-fisica, ma cosa succede dopo questo termine?

L’interruzione volontaria della gravidanza, mentre durante i primi novanta giorni è riconosciuta da una richiesta motivata della donna, dopo il novantesimo giorno è possibile solo in caso di precise condizioni sostanziali di grave pericolo. Queste condizioni sostanziali, che consistono in malattie, disfunzioni e patologie in atto, devono essere accertate, in maniera oggettiva, dagli organi sanitari responsabili.

Nel determinare i presupposti che rendono lecita l’interruzione della gravidanza, la legge [1] fissa nel novantesimo giorno dal concepimento un limite fra due criteri totalmente diversi. Prima dei novanta giorni è decisiva la volontà della donna che accusi circostanze da lei intese come un serio pericolo per la sua salute anche con riguardo a fattori soggettivi, quali ad esempio le sue condizioni economiche o sociali o familiari. Dopo il novantesimo giorno, invece, l’interruzione della gravidanza non è più un atto, sia pure motivato, di autodeterminazione della gestante, in quanto la legittimità dell’aborto è condizionata dall’esistenza effettiva di un grave rischio per la vita o per la salute della donna.

La  legge stabilisce che, dopo i novanta giorni, la volontà della donna diventa un semplice consenso all’intervento di aborto, che è giustificato solo in quanto siano presenti realmente le condizioni di grave pericolo, non basta che queste vengano sentite dall’interessata e semplicemente certificate da un qualsiasi medico di fiducia, ma, al contrario, occorre che siano autonomamente e responsabilmente attestate da un medico del servizio pubblico sanitario.

Tra le patologie da accertare rientrano anche quelle relative a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro ma solo in quanto comportino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna non quindi per il fatto in sé che il concepito sia affetto da anomalie o malformazioni. Oggetto della tutela è quindi il diritto alla salute della gestante e, ancor più, il suo diritto alla vita, tant’è che, qualora l’interruzione della gravidanza si renda necessaria per l’imminente pericolo per la vita della donna, l’intervento può essere praticato anche senza la prestazione del consenso. In questa scelta legislativa la salute della donna, se minacciata da un grave pericolo, prevale sull’aspettativa di vita del concepito e ne giustifica il sacrificio poiché non in grado di vivere autonomamente.

In altre parole, l’aborto terapeutico è subordinato all’esistenza di un grave pericolo per la vita della donna in gravidanza, che non è certo un valore inferiore alla vita del nascituro in quanto, in base alle disposizioni normative, è sempre necessario adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto: l’aborto è un’opzione imposta dall’esigenza preminente di salvare la vita della madre, strappandola al pericolo di morte.

note

[1] Legge 194/1978.


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