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Lo sai che? Cartella nulla, chi paga le spese processuali?

Lo sai che? Pubblicato il 6 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 febbraio 2017

Se la cartella di pagamento viene annullata per un errore dell’ente impositore, la condanna alle spese processuali ricade su Equitalia.

Immaginiamo di impugnare una cartella di pagamento notificataci fuori termini dall’Agente della riscossione (Equitalia o, a partire dal 1° luglio 2017, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione); l’eccezione di cui ci facciamo forti è quindi quella della prescrizione. Il giudice ci dà ragione, ma non condanna Equitalia al pagamento delle spese processuali perché – sostiene – l’errore è stato commesso dall’ente impositore, ossia dall’amministrazione titolare del credito, per aver quest’ultima iscritto a ruolo l’importo nonostante i tempi fossero ormai scaduti. Dal canto nostro facciamo rilevare che, essendo in nostro potere solo di ricorrere contro la cartella esattoriale, e quindi di chiamare in causa unicamente Equitalia, ci verrebbe preclusa qualsiasi possibilità di recuperare le spese sostenute per la causa. Chi ha ragione?

Anche se, in passato, c’è stato qualche giudice che, in situazioni simili, ha dato ragione all’Agente della riscossione, poche ore fa la Cassazione è scesa in soccorso del contribuente [1].

Secondo la Corte, il giudice può condannare Equitalia al pagamento delle spese di giudizio anche quando a sbagliare è stato l’ente impositore e non la società di riscossione. È diritto di Equitalia, se lo ritiene, rivalersi contro l’amministrazione che erroneamente ha iscritto a ruolo la somma non dovuta.

Il rimborso del contributo unificato

Non solo. Con un recente chiarimento fornito dal ministero dell’Economia in occasione di Telefisco 2017, è stato chiarito che se l’amministrazione finanziaria perde la causa contro il contribuente è tenuta a restituirgli le somme da quest’ultimo corrisposte a titolo di contributo unificato per l’impugnazione, anche se il giudice si è dimenticato di prevedere ciò nella sentenza. Invece, l’Iva sulla somma dovuta a titolo di rimborso delle spese legali deve essere corrisposta al contribuente vittorioso solo se non è titolare di partita Iva e, quindi, in grado di detrarre l’imposta.

La legge stabilisce [2] che «le spese di giudizio comprendono, oltre al contributo unificato, gli onorari e i diritti del difensore, le spese generali e gli esborsi sostenuti, oltre il contributo previdenziale e l’imposta sul valore aggiunto, se dovuti». Spesso però il giudice, nel condannare l’Agente della riscossione o l’Agenzia delle Entrate alle spese di giudizio, utilizza in sentenza formule generiche come «pagamento delle spese del giudizio che liquida in complessivi (…) euro oltre accessori». Ebbene, secondo il ministero, nella «somma complessiva» indicata dal giudice rientra anche il contributo unificato versato dal contribuente per proporre l’impugnazione. Questo è, del resto, l’orientamento sposato di recente dalla Cassazione [3] secondo cui la parte soccombente deve sempre restituire le somme anticipate dal contribuente a titolo di contributo unificato, anche se non espressamente previsto nella sentenza del giudice. Per cui, se il giudice usa dizioni generiche, condannando la parte soccombente alle spese di lite, si intende in tale importo ricompreso anche il contributo unificato. Inoltre, se il difensore è un avvocato, va aggiunto il 4% a titolo di cassa forense. Infine, se il contribuente è titolare di partita Iva va aggiunto anche il 22% a titolo di Iva.

note

[1] Cass. ord. n. 3105/2017 del 6.02.2017. «Nella controversia con cui il debitore contesti l’esecuzione esattoriale, in suo danno minacciata o posta in essere, non integra ragione di esclusione della condanna alle spese di lite, né — di per sé sola considerata — di compensazione delle stesse, nei confronti dell’agente della riscossione la circostanza che l’illegittimità dell’azione esecutiva sia da ascrivere all’ente creditore interessato».

[2] Art. 15 d.lges. n. 546/1992.

[3] Cass. ord. n. 2691/2016 e n. 18828/2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, sentenza 24 novembre 2016 – 6 febbraio 2017, n. 3105
Presidente Travaglino – Relatore Pellecchia

Svolgimento del processo

È stata depositata in cancelleria relazione ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, relativa al ricorso avverso la sentenza del Tribunale di Roma, n. 11369 del 21 maggio 2015 del seguente letterale tenore:
1. Equitalia sud S.p.a. ricorre affidandosi ad un motivo, per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata che l’ha condannata alle spese del giudizio.
2. Resiste con controricorso G.G. . Roma Capitale intimata non svolge attività difensiva.
3. Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio – ai sensi degli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c. anche in relazione all’art. 360 bis c.p.c. – potendosi dichiarare inammissibile.
4. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 97 c.p.c. artt. 12, 24 e 25 D.p.r. 602/ 73 (art. 360, co. 1, n. 3) perché è stata condannata alle spese nel giudizio dalla stessa promosso contro il G. per la riscossione di una cartella esattoriale.
Il motivo è infondato.
Il giudice del merito ha motivato secondo il principio di soccombenza ed in linea con la giurisprudenza di questa Corte (Cass. N. 23459/2011; Cass. 24154/2007).

Motivi della decisione

Non sono state presentate conclusioni scritte, il ricorrente ha depositato memoria.
A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio di condividere, con le seguenti precisazioni, le conclusioni cui perviene la detta relazione.
Va comunque applicato il seguente principio di diritto: nella controversia con cui il debitore contesti l’esecuzione esattoriale, in suo danno minacciata o posta in essere, non integra ragione di esclusione della condanna alle spese di lite, né – di per sé sola considerata – di compensazione delle stesse, nei confronti dell’agente della riscossione la circostanza che l’illegittimità dell’azione esecutiva sia da ascrivere all’ente creditore interessato; restano peraltro ferme, da un lato, la facoltà dell’agente della riscossione di chiedere a quest’ultimo di manlevarlo anche dall’eventuale condanna alle spese in favore del debitore vittorioso e, dall’altro, la possibilità, per il giudice, di compensare le spese del debitore vittorioso nei confronti con l’agente della riscossione e condannare al pagamento delle spese del debitore vittorioso soltanto l’ente creditore interessato o impositore quando questo è presente in giudizio, ove sussistano i presupposti di cui all’art. 92 cod. proc. civ., diversi ed ulteriori rispetto alla sola circostanza che l’opposizione sia stata accolta per ragioni riferibili all’ente creditore interessato o impositore.
Pertanto, ai sensi degli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ., il ricorso va rigettato. Le spese seguono la soccombenza.
Trova infine applicazione l’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della l. 24 dicembre 2012, n. 228, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 510, di cui 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1-quater, d.P.R. 115/02, come modif. dalla l. 228/12, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del co. 1-bis dello stesso art. 13.

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