Diritto e Fisco | Articoli

Cosa fare se l’avvocato dice falsità negli atti?

28 febbraio 2017


Cosa fare se l’avvocato dice falsità negli atti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 febbraio 2017



I documenti prodotti dall’avvocato di mia moglie, firmati anche da lei, contengono vere e proprie menzogne, dimostrabili. Si tratta di calunnia o falso ideologico? Cosa posso fare?

Il dovere di lealtà e di probità processuale, cioè quella condizione per cui le parti nel processo devono porsi in maniera corretta e evitare condotte dirette ad indurre in errore il magistrato attraverso dichiarazioni mendaci, si differenzia a seconda che si consideri il giudizio civile o penale. Vige, infatti, una distinzione concettuale nei nostri due sistemi in tema di quantum probatorio necessario al fine di giungere ad una decisione che definisca il processo: in quello civile vige il principio della dimostrazione del fatto secondo il criterio del “più probabile che non”, per cui non è necessario fornire una prova piena, certa, inconfutabile del fatto controverso, quanto che alla luce di quanto dedotto una ricostruzione appaia ragionevolmente più plausibile dell’altra. Nel processo penale, invece, è richiesta la prova della colpevolezza aldilà di “ogni ragionevole dubbio”, per cui occorre fornire una prova  piena che il reato sia stato commesso dall’imputato.

Nel processo civile le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità [1]. In caso di mancanza dei difensori a tale dovere, il giudice deve riferirne alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di essi.

Stando a quanto riportato nella richiesta, il legale della ex-moglie del lettore avrebbe offerto in giudizio una ricostruzione fattuale non veritiera, come del resto egli sostiene attraverso il riferimento ad alcuni documenti in senso contrario. Lo strumento offerto dal sistema giudiziario per poter evidenziare dette incongruenze è quello di produrre un’apposita memoria attraverso cui il giudice possa constatare che quanto detto dalla parte avversa non corrisponda a verità. Il suo diritto di controdeduzione è lo strumento migliore per vedere tutelate le sue ragioni producendo due effetti: in primis quello di confutare le tesi altrui, cui segue quello di consentire al giudice adito di poter valutare sfavorevolmente il contegno della controparte in sede di decisione. Il nostro ordinamento prevede, infatti, che il giudice valuti le prove secondo il suo prudente apprezzamento e che lo stesso non sia obbligato a considerare vera ogni affermazione delle parti senza operare alcun vaglio critico, anzi egli può desumere elementi utili anche dal loro contegno, quindi anche dalla condotta nel corso processo. La particolarità del giudizio civile risiede nel potere di impulso delle parti nella ricerca della prova e conseguentemente nella facoltà di allegazione di documenti a sostegno delle proprie tesi, al pari del diritto di difendersi producendo prove in senso contrario. Non essendo ancora terminato il giudizio civile che lo vede coinvolto, il lettore può tutelarsi unicamente portando a conoscenza del magistrato siffatte inesattezze e questi potrà valutarle decidendo se procedere d’ufficio o meno. Sicuramente un’affermazione non veritiera contenuta in un atto endoprocessuale civile non costituisce calunnia, poiché detta fattispecie di reato consiste nell’accusare scientemente qualcuno di aver commesso un reato sia pur consapevole dell’innocenza dello stesso. Non risulta, infatti, da quanto il lettore riporta che a dette dichiarazioni sia seguita alcuna denuncia in sede penale.

Non sussiste altresì il reato di falso ideologico nel caso prospettato, non potendosi considerare l’atto di un processo civile come documento dotato di un contenuto di veridicità tale da indurre il destinatario a considerare genuino il contenuto, dovendo lo stesso essere vagliato da un terzo che decide nell’ambito di un giudizio basato sul contraddittorio.

In conclusione, è possibile affermare che lo strumento migliore per vedere tutelate le sue ragioni è produrre in giudizio una memoria con cui, allegando la documentazione necessaria, si dimostri che quanto detto dalla controparte è falso o inesatto. Nel caso di soccombenza in primo grado potrà verificare dalle motivazioni allegate alla sentenza se il giudice sia stato indotto in errore e valutare se proporre appello. Sicuramente non sussiste alcuna esimente per poter produrre dichiarazioni mendaci negli atti di causa, ma affinché il magistrato sia in grado di riconoscerle e sanzionarle è necessario che nello stesso processo civile, il soggetto interessato si attivi utilizzando gli strumenti ora esposti.

Si considerano spese straordinarie tutti quegli esborsi che non sono preventivabili e che occorrono per far fronte ad eventi eccezionali o comunque non rientranti in quella che è la gestione ordinaria degli affari familiari. Il novero è ampio, in quanto sono considerate tali anche quelle spese che comportano dei costi più elevati rispetto a quello che è il comune tenore di vita della famiglia o alle normali possibilità economiche degli ex coniugi, oppure tutte quelle dirette a far fronte ad esigenze che non rientrano nelle abitudini dei figli o comunque non ricorrenti. Il tratto distintivo risiede, dunque, nell’impossibilità di determinarle in anticipo. Il dovere di contribuzione alle spese straordinarie però spetta ad entrambi i coniugi, anche se solo uno di essi risulta essere l’affidatario della prole. Il nostro ordinamento prevede che spetti al giudice adito in sede di separazione personale, stabilire in quale modo gli ex debbano partecipare alle spese, avendo ogni causa dei tratti peculiari per cui non è possibile affermare a priori che ogni individuo abbia le medesime possibilità economiche. La prassi seguita comunemente nelle aule dei tribunali è quella di fissare un obbligo di contribuzione  per il 50% degli importi straordinari in capo a ciascun coniuge. Tuttavia, è fondamentale che le suddette spese vengano preventivamente concordate dalle parti, in ossequio al principio di tutela del maggior interesse dei figli, per cui è necessario che i genitori siano di comune accordo nel sostenerle evitando l’insorgere di nuovi conflitti legati alle richieste di rimborso che seguono a spese decise da un solo genitore.

Nel caso che il lettore sottopone, ovvero di costi sostenuti per spese ordinarie qualificate però dalla sua ex moglie come  straordinarie, potrà agire innanzitutto inviando alla signora una richiesta di rimborso per la quota versata, adducendo che quanto corrisposto non rientri nel novero delle spese non prevedibili. È bene che evidenzi altresì che tutti gli importi relativi a costi non preventivabili devono essere decisi di comune accordo e non unilateralmente. Costituisce una prassi estremamente utile nel caso in cui dall’altra parte venisse contestata la sua richiesta, quella di conservare copia delle ricevute dei pagamenti o documenti da cui possa desumersi il trasferimento di denaro in favore dell’altra parte.  Siffatta richiesta dovrà avere la forma della raccomandata a/r con ricevuta di ritorno. Qualora non gli venisse accordato alcun rimborso potrà rivolgersi al giudice competente domandando che gli venga riconosciuto  il rimborso sulla base della mancata predeterminazione della spesa, specificando altresì che il costo sostenuto non riguardava spese straordinarie e avendo egli già versato l’assegno di mantenimento non sarebbe stato tenuto ad alcun versamento. A sostegno della sua tesi il lettore farà bene ad allegare le ricevute dei pagamenti.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Terragno

note

[1] Art. 88 cod. proc. civ.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI