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Email di spam, si può chiedere il risarcimento?

8 febbraio 2017


Email di spam, si può chiedere il risarcimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 febbraio 2017



Per poche email di spam non solo è impossibile chiedere il risarcimento del danno ma bisogna anche pagare una condanna per responsabilità processuale aggravata a causa dell’abuso del processo.

I giudici non vanno disturbati per affari di piccolo conto e minimi disagi come il ricevimento di qualche email pubblicitaria, tanto più se si tratta dei giudici della Cassazione. Non si può, infatti, chiedere il risarcimento dei danni all’azienda che, senza autorizzazione e in via massiva, abbia fatto “spam” indesiderato. E se questo non basta, oltre al danno c’è anche la beffa: chi, nonostante tale avvertimento, piuttosto che premere il tasto “cancel” e cancellare la posta indesiderata, preferisce armare la casa rischia una condanna economica per aver abusato dei tribunali (la cosiddetta responsabilità processuale aggravata).

È quanto si ricava da una sentenza della Suprema Corte di poche ore fa [1] che, di fatto, legalizza lo spam. La pronuncia ha rigettato la richiesta di indennizzo avanzata da un avvocato che aveva preteso 360 euro a titolo di danni per aver ricevuto, sul proprio account di posta in entrata, alcune email pubblicitarie.

La Corte ricorda che, nell’ambito del processo civile, per poter chiedere un risarcimento è sempre necessario dimostrare di aver subito un danno. Inoltre, nel caso di danni di natura non patrimoniale, è necessaria la lesione non di un diritto qualsiasi, ma di un diritto di natura costituzionale, ossia quei diritti di portata superiore che trovano, appunto, nella nostra suprema Carta, la loro fonte. Ora, non v’è dubbio che la privacy sia tutelata dalla Costituzione italiana [2], ma è anche vero che, per poter accampare un indennizzo, è necessario che la violazione sia consistente e grave. Insomma è necessaria la «serietà del danno». Ebbene, secondo i giudici supremi la lesione della riservatezza per illecito trattamento dei dati personali, conseguenti all’invio di email di spam, non può considerarsi un danno tanto grave da giustificare il ricorso al giudice. Per ottenere tutela dal tribunale e un risarcimento del danno è necessario agire non per qualsiasi tipo di violazione del codice della privacy, ma solo per quelle che ne hanno offeso in modo sensibile la sua portata.

Chi, insensibile a tali regole, scomoda il giudice solo per qualche email pubblicitaria, pur potendo, in pochi attimi, risolvere la questione con la pressione del tasto “cancel”, è tenuto a pagare una vera e propria pena pecuniaria [3]. È l’istituto della cosiddetta responsabilità processuale aggravata che prescinde dalla prova di un danno effettivamente patito all’avversario di causa, avendo il legale abusato dello strumento processuale e dovendo per questo essere sanzionato.

Legalizzato di fatto lo spam pubblicitario

Insomma, secondo la sentenza in commento, per un modesto disagio o fastidio, senz’altro tollerabile, collegato al fatto di avere ricevuto dieci email indesiderate di spam, tutte di identico contenuto pubblicitario, nell’arco di tre anni, non si può avviare una causa.

Per quanto, in teoria, il codice della privacy vieti l’invio di email indesiderate senza previa autorizzazione al trattamento dei dati, la sentenza della Cassazione – togliendo a questo comportamento la sanzione – ha di fatto legalizzato lo spam pubblicitario.

note

[1] Cass. sent. n. 3311/2017 dell’8.02.2017.

[2] Artt. 2 e 21 Cost. e dall’art. 8 della CEDU.

[3] Art. 96 cod. proc. civ.

Autore immagine: Pixabay.com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 8 febbraio 2017, n. 3311
Presidente Di Palma – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

Con ricorso depositato il 2 maggio 2011, S.G. ha convenuto in giudizio la SIAA (Società italiana avvocati amministrativisti) e ha chiesto di accertarne la responsabilità e di condannarla al risarcimento del danno, indicato in Euro 360,00, per il fatto di avergli inviato, senza il suo consenso, vari messaggi di posta elettronica al proprio indirizzo email.
La convenuta ha chiesto il rigetto della domanda, esponendo che i dati relativi alla casella di posta elettronica del S. erano stati chiesti all’Ordine degli avvocati di Milano e che, pertanto, ricorreva l’esimente di cui all’art. 24, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 196/2003 (che autorizza il trattamento dei dati provenienti da pubblici elenchi o registri senza il consenso dell’interessato); che il ricorrente aveva chiesto di non inviargli più comunicazioni ma lo aveva fatto con una email inviata da un indirizzo diverso che non consentiva di comprendere che la richiesta provenisse da lui; che non vi era alcuna prova dell’esistenza di danni collegabili alla propria condotta. Il Tribunale di Roma, con sentenza 13 dicembre 2012, ha rigettato la domanda poiché, a prescindere dai profili relativi alla legittimità del trattamento dei dati personali, non v’era alcuna prova dell’esistenza e dell’entità del danno, avendo la SIAA inviato solo dieci email nell’arco di tre anni.
Il S. ricorre per cassazione avverso questa sentenza sulla base di due motivi illustrati da memoria; l’intimata si è difesa con controricorso.

Ragioni della decisione

La preliminare eccezione, sollevata dall’intimata SIAA, di inammissibilità del ricorso per cassazione per saltum è infondata: infatti, le sentenze in materia di tutela della privacy non sono appellabili ma ricorribili direttamente per cassazione, a norma dell’art. 152, comma 13, del d.lgs. 30 giugno 2003, nel testo vigente anteriormente alle modifiche apportate dal d.lgs. l settembre 2011, n. 150, le cui norme sono applicabili (ex art. 36) esclusivamente ai procedimenti instaurati successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto, mentre quello in esame è stato introdotto dal S. in data 2 maggio 2011, tanto più che l’art. 10, sesto comma, del d.lgs. n. 150/2011 ha ribadito l’inappelabilità delle sentenze in materia.
Con il primo motivo il ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., l’omesso esame su un fatto decisivo, consistente nella richiesta di ordinare alla convenuta la cessazione definitiva degli invii dei messaggi di posta elettronica, essendosi il tribunale pronunciato soltanto sulla domanda di risarcimento del danno.
Il motivo è inammissibile. L’omessa pronuncia su una domanda, eccezione o istanza introdotta in giudizio integra una violazione dell’art. 112 c.p.c. che deve essere fatta valere esclusivamente ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, dello stesso codice, che consente al giudice di legittimità di effettuare – a condizione che il motivo di ricorso sia adeguato e indipendentemente dall’esistenza di vizi della motivazione sul punto – l’esame degli atti del giudizio di merito, mentre è inammissibile ove il vizio sia dedotto, come nella specie, a norma dell’art. 360, primo comma, n 5, c.p.c. (Cass. n. 1196/2007, n. 22759/2014, n. 22952/2015). Inoltre, alla luce della novella della citata norma, l’inosservanza dell’obbligo di motivazione integra violazione della legge processuale, denunciabile con ricorso per cassazione, solo quando si traduca in mancanza della motivazione stessa, e cioè nei casi di radicale carenza di essa o nel suo estrinsecarsi in argomentazioni inidonee a rivelare la ratio decidendi (Cass., sez. un., n. 8053 e 8054/2014).
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 c.c., 15 e 152 n. 2 d.lgs. n. 196 del 2003 e 91 c.p.c., per avere esaminato la domanda risarcitoria sotto il profilo della responsabilità civile di diritto comune (art. 2043 c.c.), anziché a norma dell’art. 2050 c.c. richiamato dall’art. 15 d.lgs. n. 196 cit., nonché per la condanna alla rifusione delle spese di lite.
Il motivo è manifestamente infondato, avendo il giudice di merito fatto applicazione del condivisibile principio secondo cui il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 15 del codice della privacy, pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli artt. 2 e 21 Cost. e dall’art. 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno” (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato), in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost., di cui il principio di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicché determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11 del medesimo codice ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva; il relativo accertamento di fatto rimesso al giudice di merito (Cass. n. 16133/2014) che, nella specie, lo ha espresso con motivazione adeguata e incensurata. Il generico profilo concernente la doglianza sulle spese è inammissibile, avendole il giudice di merito regolate secondo il principio della soccombenza.
Il ricorso è rigettato.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.
Merita accoglimento l’istanza del PG di condanna del ricorrente per responsabilità aggravata, a norma dell’art. 96, terzo comma, c.p.c., che ha introdotto (ex art. 45, comma 12, della legge 18 giugno 2009, n. 69) una vera e propria pena pecuniaria, indipendente sia dalla domanda di parte sia dalla prova del danno causalmente derivato alla condotta processuale dell’avversario, avendo il ricorrente abusato dello strumento processuale e dovendo per questo essere sanzionato (Cass. n. 7726/2016, n. 17902/2010). Egli ha percorso tutti i gradi di giudizio per un danno, indicato in Euro 360,00, ipotetico e futile, consistente al più in un modesto disagio o fastidio, senz’altro tollerabile (v. Cass., sez. un., n. 26972/2008), collegato al fatto, connesso ad un uso ordinario del computer, di avere ricevuto dieci email indesiderate, di contenuto pubblicitario, nell’arco di tre anni.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 1100,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, nonché al pagamento di Euro 1500,00 per responsabilità aggravata.
Sussistono i presupposti per il pagamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo dovuto per legge a titolo di contributo unificato.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

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1 Commento

  1. Quindi è ammissibile inviare, 1 volta all’anno, una qualche email di promozione a una ditta ? Specifico che nel mio caso, manderei il tutto a indirizzi di Broadcast, quali “informazioni@azienda.x” o “marketing@azienda.y” e in nessun caso a un indirizzo personale.
    Grazie mille per la Vostra sicura risposta !

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