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Abbandono della casa coniugale: nessun reato in caso di gravi dissidi tra i coniugi

12 settembre 2012


Abbandono della casa coniugale: nessun reato in caso di gravi dissidi tra i coniugi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 settembre 2012



Non è reato abbandonare la casa coniugale quando sussiste una giusta causa, come per esempio la grave conflittualità tra i coniugi.

Se l’abbandono della casa coniugale e dei conseguenti doveri di assistenza (in qualità di genitore e di coniuge) è avvenuto per una giusta causa non si commette alcun reato [1]: perché scatti la pena, infatti, non è sufficiente il solo sottrarsi alla coabitazione, ma è anche necessario che l’allontanamento sia ingiustificato e costituisca un volontario inadempimento agli obblighi di assistenza.

Lo ha ribadito ancora una volta la Cassazione [2], che ha prosciolto dal reato in questione l’uomo che aveva motivato l’abbandono della casa per un grave disagio personale generato dalla forte conflittualità con l’altro coniuge. Perché possa punirsi l’allontanamento – hanno chiarito i giudici – è necessario che esso si connoti di disvalore etico sociale e ciò avviene quando uno dei due partner si allontani senza ragione obiettiva.

La giusta causa potrebbe anche sussistere nel fatto che la prosecuzione della convivenza, per via di dissidi interni, sia di grave pregiudizio per l’educazione della prole [3].

Anche la domanda giudiziale di separazione o di divorzio costituisce giusta causa di allontanamento.

 

 

note

[1] Art. 570 c.p. : “Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla patria potestà, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge;

2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge”.

[2] Cass. sent. n. 34562 dell’11.09.2012; cfr. anche Cass. sent. n. 90620/85.

[3] Cass. sent. n. 208987/95.

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