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La rateizzazione con Fisco o Equitalia non è ammissione del debito

9 febbraio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2017



Rateizzare i debiti tributari non equivale a riconoscerli: l’impugnazione è sempre possibile se non sono scaduti i termini.

La richiesta da parte del contribuente di rateizzare le cartelle o gli avvisi di accertamento notificati da Equitalia e dall’Agenzia delle Entrate non costituisce ammissione del debito e quindi neppure rinuncia all’impugnazione.

La rinuncia all’impugnazione, infatti, deve essere determinabile oggettivamente dagli atti del processo e manifestata con una dichiarazione espressa o con un comportamento sintomatico particolare, purché entrambi assolutamente univoci.

È quanto affermato da una recentissima sentenza della Cassazione [1] che ha chiarito definitivamente il dubbio circa i rapporto tra le rateizzazioni tributarie e l’eventuale impugnazione.

I giudici hanno ricordato il seguente principio generale nel diritto tributario:  «Non si può attribuire al puro e semplice riconoscimento, esplicito o implicito, fatto dal contribuente di essere tenuto al pagamento di un tributo e contenuto in atti della procedura di accertamento e di riscossione (denunce, adesioni, pagamenti, domande di rateizzazione o di altri benefici), l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine all’an debeatur, salvo che non siano scaduti i termini di impugnazione e non possa considerarsi estinto il rapporto tributario. Tale riconoscimento esula, infatti, da tale procedura, regolata rigidamente e inderogabilmente dalla legge, la quale non ammette che l’obbligazione tributaria trovi la sua base nella volontà del contribuente».

Le manifestazioni di volontà del contribuente, pertanto, quando non esprimano una chiara rinuncia al diritto di contestare l’esistenza del debito, devono ritenersi giuridicamente rilevanti solo per ciò che concerne l’importo dovuto, nel senso di vincolare il contribuente ai dati a tal fine forniti o accettati.

Ciò non esclude che il contribuente possa validamente rinunciare a contestare la pretesa del fisco, ma, perché tale forma di acquiescenza si verifichi, è necessario il concorso dei seguenti requisiti indispensabili:

  • vi è già una controversia tra contribuente e Fisco e la rinuncia del contribuente risulta espressamente o è oggettivamente determinabile dagli atti del procedimento;
  • la rinuncia è manifestata con una dichiarazione espressa o con un comportamento sintomatico particolare, purché entrambi assolutamente univoci.

Dunque, alla rateizzazione con il Fisco (così come all’adesione) non può essere dato valore di acquiescenza del debito e non può quindi considerarsi come una rinuncia implicita a contestare la legittimità degli importi intimati.

Ciò vuol dire che, anche qualora il contribuente abbia rateizzato le cartelle o gli avvisi dell’Agenzia delle Entrate, potrà validamente agire in giudizio per contestarle, purché non siano decorsi i termini di impugnazione e purché il debito non sia stato definitivamente accertato (per esempio con sentenza passata in giudicato).

note

[1] Cass. sent. n. 3347 del 8.02.2017.

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