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Convivente, quando spetta il mantenimento

9 febbraio 2017


Convivente, quando spetta il mantenimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2017



Al partner convivente non spetta il mantenimento, ma solo gli alimenti, a condizione che versi in condizioni di grave bisogno economico e che la convivenza sia iniziata dopo il 5 giugno 2016.

Finita la convivenza, nessuno dei partner può rivendicare il diritto al mantenimento nei confronti dell’ex, salvo che i due abbiano firmato un contratto di convivenza ed in esso sia stato appunto previsto il versamento dell’assegno a favore del più debole economicamente. La legge prevede solo, alla cessazione del rapporto di convivenza, il diritto agli alimenti: somma ridotta rispetto al mantenimento e necessaria allo stretto indispensabile per vivere. Ma attenzione, come chiarito da una recente sentenza del tribunale di Milano [1], il diritto a ottenere i soldi per i cosiddetti «alimenti» scatta solo a condizione che:

  • il convivente beneficiario versi in stato di bisogno tanto da non essere in grado di provvedere al proprio mantenimento;
  • la convivenza sia iniziata dopo il 5 giugno 2016, data in cui è entrata in vigore la riforma (meglio nota come Legge Cirinnà) che ha disciplinato le unioni civili e le convivenze di fatto.

Diritto agli alimenti del convivente

La legge sulle convivenze (o, più tecnicamente chiamate, «convivenze more uxorio») prevede che, cessata la convivenza di fatto, se uno dei due partner versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento può rivolgersi al giudice affinché comandi all’altro di versargli gli «alimenti», ossia una somma necessaria a garantirgli il sostentamento. Si tratta dello stesso diritto che spetta ai familiari più prossimi che si trovano in condizioni di indigenza (ad esempio un genitore anziano e senza pensione o un figlio malato senza lavoro).

In tali casi, il giudice quantifica l’importo degli alimenti da pagare all’ex convivente per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e in base alle possibilità economiche del soggetto obbligato.

Quando il convivente ha diritto agli alimenti?

La sentenza in commento offre un ulteriore e importante chiarimento: l’ex convivente in condizioni di grave difficoltà economica può rivolgersi al giudice per ottenere il “mantenimento” – o meglio gli alimenti – solo se la convivenza è cessata dopo il 5 giugno 2016, data di entrata in vigore della legge sulle Unioni civili che ha introdotto nel nostro ordinamento il relativo diritto per i partner delle coppie non sposate.

Dunque la riforma non ha effetti retroattivi.

Giudice competente

La domanda di alimenti va presentata [4] al giudice ordinario in composizione monocratica, senza intervento del pubblico ministero. L’azione va introdotta con atto di citazione.

Invece se la controversia tra gli ex conviventi riguarda i figli nati fuori da matrimonio è competente il tribunale che decide in composizione collegiale, in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero. I provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente.Il diritto, previsto dalla legge Cirinnà, per l’ex-convivente di richiedere gli “alimenti” al proprio ex partner non può essere fatto valere davanti al giudice della sezione famiglia, usando allo scopo i ricorsi tipici previsti per instaurare un giudizio di famiglia.

 

note

[1] Trib. Milano, sent. del 23.01.2017.

[2] Art. 1, co. 65, della legge 76/201665. «In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente   di   ricevere   dall’altro convivente e gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati ai sensi dell’articolo 433 del codice civile, l’obbligo alimentare del convivente di cui al presente comma è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle».

[3] Art. 433 cod. civ.

[4] La materia è regolata dagli artt. 433 e ss. cod. civ. e dagli artt. 163 e ss cod. proc. civ.

[5] La materia è regolata dagli artt. 337 bis e ss. cod. civ. e dall’art. 38 disp. att. cod., come riscritto dall’art. 3 co. 1 della legge 219/12. Nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori si applicano gli artt. 737 e ss. cod. proc. civ.

Tribunale di Milano Sezione IX civile 23 gennaio 2017 OSSERVA

(1). Parte ricorrente promuove controversia avente ad oggetto un cumulo processuale di domande giudiziali: introduce una domanda avente ad oggetto la regolamentazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale sui figli minori e introduce una domanda di alimenti. La ricorrente richiede al Collegio, in via preliminare, di pronunciarsi sulla ammissibilità della domanda di alimenti, avendo interesse a conoscere al più presto l’esito di tale scrutinio al fine di eventualmente coltivare in altra sede l’istanza alimentare, in caso di inammissibilità della richiesta in questa sede (v. ricorso, pagg. 12, 13). La controversia avente ad oggetto il conflitto genitoriale in caso di figli nati fuori da matrimonio è regolata dalle norme di diritto sostanziale di cui agli artt. 337-bis e ss c.c. e dalle norme di diritto processuale di cui all’art. 38 disp. att. c.c., come riscritto dall’art. 3 comma 1 della legge 219 del 2012. Per l’effetto, nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori si applicano gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile: il tribunale competente provvede in composizione collegiale, in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero e i provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente. Sussiste competenza funzionale del Tribunale. La controversia in materia li alimenti è regolata dalle norme di diritto sostanziale di cui agli artt. 433 e ss c.c. e dalle norme processuali di cui agli artt. 163 e ss c.p.c. E’ competente il giudice ordinario in composizione monocratica, senza intervento del PM. L’azione va introdotta con atto di citazione. Nelle cause per prestazioni alimentari periodiche, se il titolo è controverso, il valore si determina in base all’ammontare delle somme dovute per due anni (art. 13 c.p.c.). All’istituto degli alimenti va certamente ricondotta la domanda alimentare del convivente di fatto, come riconosciuta dall’art. 1 comma 65 della legge 76 del 2016. Alla luce dei riferimenti normativi sin qui illustrati, va dichiarata la inammissibilità della domanda ex art. 1 comma 65 legge 76/2016: l’art. 40 c.p.c. consente nello stesso processo il cumulo di domande soggette a riti diversi soltanto in ipotesi qualificate di connessione (art. 31, 32, 34, 35 e 36), così escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente e caratterizzate da riti diversi; conseguentemente, ad esempio, è esclusa la possibilità del “simultaneus processus” tra l’azione di separazione o di divorzio e quelle aventi ad oggetto, tra l’altro, la restituzione di beni mobili o il risarcimento del danno (Trib. Milano, sez. IX civ., sentenza 6 marzo 2013, Pres. Manfredini, est. R. Muscio; ancor più recente: Trib. Milano, sez. IX, sentenza 3 luglio 2013, Pres. Canali) essendo queste ultime soggette al rito ordinario, autonome e distinte dalla prima (cfi. ex plurimis, Cass. Civ., Sez. I, 21 maggio 2009 n. 11828, Cass. Civ., Sez. I, 22 ottobre 2004 n. 20638). L’orientamento è stato ribadito anche di recente, dalla Suprema Corte (Cass. Civ., sez. VI-I civ., ordinanza 24 dicembre 2014 n. 27386, Pres. Di Palma, rel. Acierno) e, applicato al caso di specie, osta alla trattazione della domanda alimentare che deve essere introdotta in autonomia davanti al giudice competente. Gli argomenti svolti dalla

ricorrente per giustificare il cumulo non paiono sufficienti per discostarsi dall’interpretazione dei giudici di legittimità: l’opportunità della trattazione contestuale delle due cause se da un lato evita ai conviventi una pluralità di processi, d’altro canto rischia di rallentare e appesantire la trattazione della controversia minorile, alla quale il Legislatore riserva un regime accelerato e semplificato al fine di consentire al giudice del conflitto genitoriale di pervenire velocemente a misure regolative definitive. Se in occasione della domanda minorile il giudice dovesse anche istruire la causa di alimenti, questa finalità sarebbe se non compromessa quanto meno frustrata. Peraltro, nell’ipotesi di specie, la ricorrente ha solo allegato -ma non provato- gli elementi che le consentirebbero l’accesso alla pretesa alimentare: come noto, l’onere della prova in materia di alimenti incombe sull’alimentando e non sono applicabili le previsioni normative di favore previste per gli assegni in materia di separazione (art. 156 c.c.) o divorzio (art. 5 legge 898 del 1970).

(2). Nel caso di specie va, peraltro, rilevata ex officio l’ulteriore questione relativa alla ammissibilità della domanda per difetto di diritto d’azione. La legge 76 del 2016 ha introdotto nell’ordinamento il diritto agli alimenti in favore del convivente con decorrenza dal 5 giugno 2016 (data di entrata in vigore delle nuove norme); pertanto, una pretesa alimentare del convivente more uxorio è possibile solo per quelle convivenze che siano cessate a partire dal 5 giugno 2016: il diritto alimentare, infatti, nella convivenza di mero fatto, sorge nel momento in cui si verifica lo stato di bisogno e coincide, dunque, con la cessazione del legame. Nell’ipotesi di specie, la ricorrente non ha allegato e nemmeno invero indicato la data storica di riferimento e si tratta di elemento costitutivo della domanda che grava sull’alimentando. Se la convivenza ha avuto termine prima del 5 giugno 2016, un diritto sostanziale di alimenti nemmeno è previsto dalla legge vigente ratione temporis.

(3). Resta assorbita ogni ulteriore questione preliminare: in particolare, se per la proposizione della domanda di alimenti, il convivente debba aver reso o meno, insieme al partner, la dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, prevista come elemento da esaminare ai fini dell’accertamento della stabile convivenza di fatto (articolo 1 comma 37 1. 76 del 2016).

(4). La controversia deve proseguire per le questioni genitoriali. Il Collegio ritiene di instaurare previamente il contraddittorio e fissare udienza solo all’esito della lettura degli scritti difensivi introduttivi depositati da entrambi i genitori, al fine di valutare l’opportunità di un preliminare tentativo di conciliazione, in analogia con quanto previsto nel modello processuale tipizzato per i figli minori nati da genitori uniti da matrimonio; non sussistano improcrastinabili ragioni d’urgenza, ostative alla valutazione di cui sopra.

P .Q.M.

Dichiara l’inammissibilità della domanda di alimenti proposta ex art. 1 comma 65 legge 76 del 2016;

Ordina a parte ricorrente di notificare alla controparte il ricorso introduttivo del procedimento e il presente decreto entro la data del … con obbligo di versare in atti la prova del corretto perfezionamento della notificazione.

Assegna a parte resistente termine sino alla data del…..per il deposito in giudizio di propria difesi.

Invita entrambe le parti, entro il termine di cui sopra, a depositare le dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni

Delega al giudice assegnatario ogni altro provvedimento alla scadenza del termine per la costituzione della parte resistente.

Invita le parti ad intraprendere, sin da ora, un percorso di mediazione familiare. Si comunichi.
Così deciso in Milano il 23 gennaio 2017.
Depositata in Cancelleria il 23 gennaio 2017.


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