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Diritto all’oblio, che rischia il sito che non cancella i dati?

10 Febbraio 2017


Diritto all’oblio, che rischia il sito che non cancella i dati?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Febbraio 2017



Se un sito non rispetta la privacy e pubblica notizie non vere o, comunque, non più attuali, può rischiare anche l’oscuramento.

Immaginiamo che il nostro nome appaia su un sito nell’ambito di una notizia di cronaca ormai vecchia e non attuale, che non riveste insomma più alcun interesse per la collettività; come ormai a tutti noto, possiamo chiedere la cancellazione del nostro nome o dei «tag» che collegano l’articolo ai motori di ricerca (quegli elementi del linguaggio di scrittura su internet che consentono l’indicizzazione dei contenuti). È questo il famoso diritto all’oblio che si è affermato già prima di internet, ma che proprio con il web ha avuto la sua massima espansione. Questo perché se con la carta stampata è meno probabile che una notizia vecchia venga ripescata dopo molto tempo, su un sito internet invece i fatti di cronaca restano in eterno, salvo cancellazione, impedendo così anche a chi è stato condannato, di riabilitarsi e tentare un reinserimento nella società. La notizia non più attuale, anche se vera, va quindi cancellata per dare a tutti la possibilità di iniziare una “seconda vita”. Grazie così all’esercizio del diritto all’oblio, l’interessato può far rimuovere il proprio nome dalla lista dei risultati di Google consegnati agli utenti quando questi fanno una ricerca online.

Ma che succede se il sito che ospita il contenuto non cancella il nome dell’interessato o non lo deindicizza? La persona che si sente lesa nella privacy può agire in Tribunale, eventualmente richiedendo un provvedimento d’urgenza (il cosiddetto ricorso all’articolo 700 del codice di procedura civile) affinché ingiunga al titolare del dominio di rispettare l’altrui diritto all’oblio. In via ordinaria, peraltro, è possibile anche ottenere il risarcimento del danno, se debitamente provato.

In via penale è possibile il sequestro preventivo del sito internet, così come chiarito di recente dalle Sezioni Unite della Cassazione [1]: questo perché, salvo che il sito sia una vera e propria testata giornalistica (ad esempio, la versione online di un quotidiano nazionale) esso non può essere equiparato alla carta stampata tradizionale e, quindi, non gode della garanzia costituzionale dell’insequestrabilità.

Se invece, trattandosi di un sito estero, i server non si trovano in Italia il giudice non può disporre il sequestro “fisico”, ma quantomeno l’oscuramento del sito ossia ordinare ai provider italiani di impedirne l’accesso ai propri utenti. È questa la soluzione offerta, di recente, da una interessante sentenza del tribunale di Napoli. Per la prima volta nel nostro Paese un giudice ha disposto il sequestro di un intero sito internet, in nome della tutela della privacy e della personalità altrui. Nel caso di specie, una farmacia estera aveva usato il nome di una farmacia italiana per commercializzare dei farmaci online, ragion per cui il tribunale ha disposto il sequestro dell’intero sito per i reati di illecito trattamento dei dati [2] e sostituzione di persona [3].

Si tratta di una sentenza interessante perché, sino ad oggi, la giurisprudenza si è limitata a prescrivere la rimozione della singola pagina contenente i dati personali o a condannare in sede penale chi li trattava in modo illecito, mentre l’oscuramento dell’intero sito era stato riservato per i reati più gravi come ad esempio quello di pirateria informatica o pedopornografia. Oggi invece il tribunale di Napoli ha consentito l’oscuramento integrale del sito per garantire il diritto all’identità personale.

note

[1] Cass. S.U. sent. del 29.01.2015.

[2] Art. 167 cod. privacy

[3] Art. 494 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com


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