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Tempi di attesa al Pronto soccorso: la rivoluzione non c’è

10 Febbraio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Febbraio 2017



Quasi nessun ospedale applica le nuove linee guida su cambio di codici e più competenze per gli infermieri per avere tempi più brevi. Cosa può fare il paziente?

Si fa presto a dire «rivoluzione». A fine marzo 2016, si definiva, appunto, «rivoluzionario» il cambiamento in arrivo nei reparti di Pronto soccorso degli ospedali italiani: nuovi codici di priorità (il cosiddetto «triage ospedaliero 2.0» con codici di numeri anziché di colori) e maggiori competenze per gli infermieri. Con un solo obiettivo: abbassare i tempi di attesa al Pronto soccorso, sui quali, tra l’altro, era stato fissato un tetto massimo a seconda dell’urgenza che presentava il paziente. Il tutto è contenuto in un documento che aggiorna le linee guida sul triage e che doveva essere sottoposto alla firma del direttore generale della Programmazione del ministero della Salute. Documento di cui non si è più saputo nulla. Almeno nel posto in cui dovrebbe essere messo in pratica, cioè in corsia, tra le barelle in corridoio, le flebo, il dolore comprensibile dei pazienti e le lamentele inutili dei loro parenti.  Il testo è stato firmato? Cancellato? Archiviato? Rinviato? Qualsiasi cosa sia stata fatta, nessuno se n’è accorto. Il che vuol dire che o è sparito senza un perché o è entrato in vigore con assoluta inefficacia.

Perché, un anno dopo, nella stragrande maggioranza degli ospedali italiani, non ci sono né i nuovi codici né le nuove competenze per gli infermieri. L’equazione è subito risolta: i tempi di attesa sono sempre gli stessi. Anzi, aumentano a seconda delle stagioni. Un esempio recente, l’affollamento dei reparti di emergenza durante il periodo influenzale di gennaio. Che cosa può fare il paziente? Tenere duro, innanzitutto. E, appena recupera le forze, rivolgersi all’Ufficio relazioni con il pubblico, sperando di riuscire ad ottenere qualcosa (ma può farlo anche subito un suo familiare). Non certo un risarcimento, a meno che non si tratti di una diagnosi sbagliata, di superficialità nel valutare un’urgenza o di un’eccessiva attesa dalla quale derivi un grave danno o un decesso.

Le nuove linee guida del Pronto soccorso

Sembrava fantastico, anzi: una vera rivoluzione. I codici colorati che contrassegnavano i gradi di urgenza (rosso, giallo, verde e bianco, in alcune strutture anche l’azzurro tra questi ultimi due) venivano sostituiti con cinque codici numerici da 1 a 5:

  • il codice 1, equivalente al codice rosso, per le emergenze in cui si rischia la vita;
  • il codice 2, paragonabile al codice giallo, per le urgenze, cioè per quei casi in cui viene riscontrato un rischio di compromissione delle funzioni vitali ma il paziente si presenta stabile, pur con dolore acuto o probabilità di peggiorare;
  • il codice 3, per le urgenze che possono attendere ma che necessitano di prestazioni complesse;
  • il codice 4 per le urgenze minori (insieme al codice 3 si può paragonare al codice verde);
  • il codice 5 per le non urgenze, cioè per quei casi noti come codici bianchi.

A questi codici, venivano attribuiti dei tempi massimi di attesa al Pronto soccorso: 15 minuti per i codici 1 e 2, tra 60 e 120 minuti per i codici 3 e 4 e non più di 4 ore per i codici bianchi. Tempi certi, insomma. Uno non arriverebbe più al Pronto soccorso sapendo quando entra ma non quando esce.

Tempi di attesa che si ridurrebbero anche grazie all’attribuzione di nuove competenze agli infermieri: se autorizzati (perché magari non tutti ne sarebbero capaci) potrebbero somministrare farmaci, fare prelievi e iniziare una serie di trattamenti. Addio a risposte del tipo: «So che sta soffrendo ma non posso darle nulla prima che La veda il medico». Troppa grazia, Sant’Antonio.

La rivoluzione che non c’è: un esempio concreto

Chi scrive non vi augura di verificare di persona i tempi di attesa al Pronto soccorso. Non per generosità nei vostri confronti ma per reale necessità, l’ha fatto recentemente lui per voi. Porta in ambulanza poco dopo mezzogiorno una paziente in ospedale che viene accolta in codice giallo. Ecco, già qui si capisce che la famosa rivoluzione voluta dal Ministero non è ancora arrivata: non è un codice 2 ma un codice giallo. Dettagli, uno pensa. L’importante è che tutto funzioni bene.

Viene accolta nell’arco di una ventina di minuti da due infermiere. Le fanno le domande di rito (come si chiama, perché si trova qui, ecc.). Gravi disturbi alle vie urinarie in seguito ad un delicato intervento chirurgico subìto una settimana prima. Le infermiere inseriscono alla paziente un catetere. Ora dovrà visitarla il medico del Pronto soccorso. Sono le 13 circa.

La paziente in codice giallo (che sarebbe il codice 2) entra nello studio del medico alle 17.30 abbondanti. Sono passate 4 ore e mezza. Il tempo di attesa al Pronto soccorso ha superato alla grande quello del codice bianco previsto dalla rivoluzione del Ministero. Ma soprattutto quello del codice giallo, che doveva essere di 15 minuti. Vuoi vedere che il tempo di attesa viene calcolato da quando arrivi a quando ti dicono «buongiorno, signora, come si chiama?» E che, da quel momento in poi, tutto è lecito? Così sembra, perché non è finita.

La visita si conclude verso le 17.40 circa. I medici non sanno che cosa diagnosticare e lasciano la paziente in attesa del parere dell’urologo. Il quale, essendo l’unico della sua specializzazione presente in ospedale durante il pomeriggio, deve dare priorità al reparto prima di scendere al Pronto soccorso. «Quanto ci vorrà?», chiedo candidamente, guardando la paziente ormai con compassione. «Non più tardi delle 20 sarà qui», mi rispondono. «Prego?». «Sono i tempi», taglia corto il mio interlocutore alzando le spalle con presunta impotenza. Non certo quelli promessi un anno fa dal Ministero.

L’urologo riesce a visitare la paziente verso le 18.30. Mi sento quasi fortunato. Capisce che deve fare degli esami del sangue. Provette da inviare al laboratorio. «Quanto ci vorrà?», chiedo di nuovo candidamente. «Non meno di un’ora», risponde il medico con altrettanta spontaneità.

Puntualità svizzera. Un’ora dopo, alle 19.30 arrivano i risultati con la lettera di dimissioni e qualche indicazione su che cosa si deve fare a casa. Totale: 8 ore abbondanti (8 ore e 40 minuti secondo il ticket del parcheggio che si trova dall’altra parte dell’ospedale). 8 ore in cui la paziente, che non potrebbe essere sottoposta a stress fisico o psichico per via dell’intervento subìto, è rimasta immobile in una barella. Senza mangiare. E senza che le venisse nemmeno chiesto se voleva un bicchier d’acqua. Anche se, a pensarci bene, il bichier d’acqua non è previsto nel documento delle linee guida del Ministero.

Che cosa può fare il paziente

Gli utenti che per i tempi di attesa troppo lunghi al Pronto Soccorso subiscono un danno alla propria salute possono appoggiarsi al Regolamento di pubblica tutela allegato alla Carta dei servizi sanitari. Il testo prevede il diritto degli utenti (quindi dei pazienti o dei loro parenti, ma anche delle associazioni di tutela e di volontariato) a presentare osservazioni, reclami o denunce verso atti o comportamenti che negano o limitano la fruizione delle prestazioni. In poche parole, quando ci sia stato un disservizio, quando sia stato leso un proprio diritto o quando non sia stata rispettata la Carta dei servizi sanitari. Ergo, anche quando i tempi di attesa troppo lunghi al Pronto soccorso hanno creato un disagio alla salute del paziente.

Il reclamo va presentato all’Ufficio relazioni con il pubblico (Urp) della struttura in cui è avvenuto il disservizio oppure al direttore generale dell’Asl di riferimento di solito entro 15 giorni (in casi eccezionali non oltre i sei mesi) tramite:

  • una lettera in carta semplice, anche con appositi moduli disponibili presso  l’URP;
  • una segnalazione telefonica;
  • un’associazione di volontariato o di tutela.

L’Ufficio informa il responsabile del servizio interessato al reclamo ed acquisisce le informazioni necessarie per fornire una risposta in merito all’utente.

Se quest’ultimo non ritiene soddisfacente tale risposta, può chiedere il riesame della segnalazione rivolgendosi ad un’associazione di tutela. Quest’ultima chiederà  l’attivazione della Commissione Mista Conciliativa formata da rappresentanti della ASL e da esponenti delle associazioni di rappresentanza degli utenti e presieduta da una figura super partes (Difensore Civico o suo delegato).

Ogni sei mesi, le segnalazioni pervenute alla Commissione vengono trasmesse agli organismi di controllo e di gestione dell’attività sanitaria: Regione, Conferenza dei Sindaci, ecc.

Non sono previsti risarcimenti: per ottenere un indennizzo economico sarà necessario agire per via giudiziaria, dove ci vogliono tempo e pazienza. Come al Pronto soccorso.


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