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Editoriali Abbandono del tetto coniugale: che valore ha nella separazione?

Editoriali Pubblicato il 14 febbraio 2017

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> Editoriali Pubblicato il 14 febbraio 2017

Mia moglie, dopo più di 30 anni di matrimonio, è andata via da casa dicendo che si sente trascurata da anni; questa sua decisione però è arrivata dopo l’incontro con un uomo. Io mi sono impegnato per iscritto a versarle un assegno di mantenimento ma mi chiedo: potrei addebitarle delle colpe?

Prima di dare risposta al quesito del lettore, cerchiamo di capire, in generale, quali conseguenze legali può avere, sia sul piano civile che penale, la scelta dell’abbandono della casa coniugale.

Abbandono della casa coniugale: c’è una responsabilità penale?

Quanto alle conseguenze penali dell’abbandono del tetto domestico, va detto che esso, contrariamente al passato, può costituire un’autonoma figura di reato solo entro determinati limiti. Rappresentativa in questo senso è una pronuncia della Suprema Corte [1] che ha evidenziato proprio gli effetti di questo cambiamento dei tempi. Secondo i Supremi giudici, infatti, poiché, per l’ «evoluzione del costume sociale», la qualità di coniuge non è più una condizione permanente, ma è modificabile per la volontà anche di uno solo di far cessare l’unione, «la manifestazione di tale volontà può essere in grado di interrompere senza colpa e senza effetti penalmente rilevanti taluni obblighi dei coniugi, tra i quali quello della coabitazione». Di conseguenza, l’unico caso in cui il reato si perfeziona è quando chi lascia il tetto domestico:

  • lo faccia per un periodo indeterminato (non si tratti, quindi, di un allontanamento temporaneo)
  • e si sottragga, al contempo, agli obblighi di assistenza morale e materiale nei confronti del coniuge o di altri familiari (tra cui i figli).

In altre parole, per essere esenti da responsabilità penale è sufficiente che l’abbandono della casa coniugale abbia alla base una giusta causa (espressione del fatto che la convivenza coniugale si è ormai resa intollerabile) e che ad esso non consegua il fatto di lasciare i familiari (se non autosufficienti) al proprio destino. Regola questa che vale sia in caso di matrimonio che di semplice convivenza.

Senza pensare, quindi, a ipotesi più gravi di violenze fisiche o psicologiche subite da chi si allontana, è sufficiente che si verifichino anche situazioni (quale quella descritta dal lettore) in cui un coniuge si senta trascurato e non compreso nei propri bisogni dall’altro. Ciò è tanto vero che, per le coppie coniugate, l’aver presentato una domanda di separazione dal coniuge (anche senza che il giudice abbia ancora pronunciato la sentenza) è motivo sufficiente per escludere la responsabilità penale dell’allontanamento.

Abbandono del tetto coniugale: quali effetti nella causa di separazione?

Sul piano civile, le cose stanno diversamente perché uno dei doveri nascenti dal matrimonio è proprio quello della coabitazione, sicché esso può bastare da solo (cioè anche indipendentemente dal fatto di violare altri doveri coniugali (come quello di assistenza morale e materiale) a produrre effetti giuridici per chi si è allontanato senza il consenso del coniuge. In tal caso, infatti, l’allontanamento da casa rappresenta in sé e per sé una violazione dell’ obbligo di coabitazione scaturente dal matrimonio e di conseguenza può essere causa di addebito della separazione (ossia di attribuzione della responsabilità della separazione a carico di chi si è allontanato); ciò in quanto esso porta all’impossibilità della convivenza.

Subire l’addebito della separazione ha conseguenze pratiche piuttosto incisive per il coniuge economicamente più debole (in genere la donna), in quanto da esso derivano:

-1. sia la perdita dell’eventuale diritto a un assegno di mantenimento (che mira ad attribuire un tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio) ma non –invece – quello di richiedere gli alimenti necessari per far fronte alle esigenze primarie di vita e che presuppongono uno stato di effettivo bisogno e l’impossibilità di poter provvedere ai bisogni di vita essenziali;

-2. come pure la perdita di diritti ereditari.

L’addebito, tuttavia, è escluso, quando la parte che ha abbandonato il domicilio domestico sia in grado di provare in giudizio che tale abbandono è stata la conseguenza della condotta dell’altro coniuge o sia intervenuto quando la convivenza era già divenuta intollerabile.

In altre parole, in presenza di una domanda di addebito spetta al coniuge che ha lasciato il tetto domestico dimostrare l’esistenza di una giusta causa di allontanamento. Giusta causa che – come ha sottolineato più volte la Suprema Corte [2] – può consistere anche nella semplice disaffezione al matrimonio atteso che non può esserci pronuncia di addebito quando la disgregazione della famiglia è ormai irreversibile.

Perciò, anche in questo caso (come pure in sede penale), se sia già stata presentata una domanda di separazione (che rappresenta già una giusta causa di allontanamento), chi è andato via da casa non dovrà addurre ulteriori prove al giudice.

Abbandono del tetto coniugale: effetti nel caso concreto

Ciò premesso, e venendo alla situazione descritta dal lettore, in base ai dati forniti ritengo che possa escludersi la sussistenza di una responsabilità penale in capo alla moglie; ciò in quanto – se pure non si può affermare che la stessa si sia allontanata in temporaneo (avendo preso un appartamento per suo conto) – al contempo però non sembra di poterle attribuire violazioni degli obblighi di assistenza familiare. Violazioni che sussisterebbe, ad esempio, nel caso in cui la donna, serbando una condotta contraria alla morale della famiglia,  abbia lasciato solo il marito ad accudire dei figli minori o non abbia prestato assistenza al coniuge in una situazione di malattia. In altre parole, non è possibile affermare che l’allontanamento abbia posto la famiglia in una situazione di abbandono morale e materiale.

Diverso, invece, è il discorso relativo al giudizio civile. Diverso in quanto se è pur vero che, almeno da ciò che emerge dal quesito, la donna non ha ancora presentato alcuna domanda di separazione (considerata in automatico dalla legge una giusta causa di allontanamento), è pur vero d’altro canto che il lettore ha sottoscritto un impegno a versarle un  assegno di mantenimento.

Impegno scritto al mantenimento del coniuge che va via da casa: che valore ha?

Orbene, tale carta potrebbe costituire in un eventuale giudizio di separazione un’arma a doppio taglio.

Ciò in quanto se da un lato essa dimostra la volontà del marito di non privare la moglie di un più che adeguato sostentamento (e quindi non potrà mai essere accusato di aver mancato di fornirle il necessario supporto economico), d’altra parte è pur vero che, in un eventuale causa di separazione, nella quale sia il lettore a chiedere l’ addebito, il giudice potrà attribuire a tale scritto un duplice significato:

– quello di un implicito riconoscimento da parte del lettore del diritto della moglie a un assegno di mantenimento (e, peraltro, di un importo non proprio esiguo),

– nonché quello di una tacita accettazione all’allontanamento della moglie da casa.

Di solito, infatti, per evitare il rischio dell’addebito prima di iniziare una separazione di fatto (prima che sia il giudice a pronunciarla), è consigliabile:

– o attendere la prima udienza nella quale il Presidente del Tribunale autorizza i coniugi a vivere separatamente, sempre che la specifica situazione familiare non lo sconsigli (si pensi al caso di coniuge violento) o – quantomeno – il deposito in Tribunale del ricorso per separazione;

– oppure concordare per iscritto col coniuge l’allontanamento di uno dei due dalla residenza familiare.

Abbandono del tetto coniugale: conviene chiedere l’addebito?

All’atto pratico, quindi, occorre guardare allo specifico contenuto di questo scritto. Se in esso il lettore, ad esempio, afferma che, preso atto dell’allontanamento, si impegna a rimettere l’importo in questione in attesa di una diversa determinazione del giudice della separazione, anche riguardo alla sussistenza di una responsabilità della moglie per l’abbandono del tetto coniugale, allora non è possibile escludere che possa fondatamente essere anche intrapresa una causa di separazione con addebito.

In caso contrario, invece, ritengo che tale scritto possa rappresentare un ostacolo (se pur non un impedimento assoluto) a che l’allontanamento della donna possa essere utilizzato ai fini di una richiesta di addebito.

Il personale consiglio è, pertanto, quello di valutare con attenzione – con un legale di fiducia – l’opportunità di intraprendere una causa vera e propria con richiesta di addebito della separazione. Si tratterebbe, comunque, di un giudizio lungo (alcuni anni) e costoso che certamente non sempre in grado di portare ai risultati sperati. In esso il punto centrale sarebbe costituito dalla prova della “trascuratezza” (non certo economica) che il marito avrebbe avuto nel corso del tempo verso la moglie e di quanto tale condotta sia stata la causa determinante dell’allontanamento dalla casa coniugale. In altre parole, in tale giudizio la donna dovrà dimostrare (anche con prove testimoniali) che la frequentazione di un altro uomo non è stata la causa del suo allontanamento da casa, bensì la semplice conseguenza di una convivenza divenuta intollerabile già da tempo.

All’esito del giudizio, se il giudice riterrà tali circostanze provate, potrà ben potrebbe pronunciare la separazione (quella necessariamente) senza attribuire alla donna alcun addebito e riconoscendole un assegno di mantenimento. Pertanto, oltre al rischio di non ottenere l’addebito, è possibile che il giudice riconosca il diritto della donna a un assegno di mantenimento parametrandone l’importo a quello risultante dall’impegno scritto del lettore.

Ciò detto, ritengo che, nel caso in esame, onde evitare dispendio di denaro e inevitabili stress dovuti ad anni di causa, possa essere quella di cercare un accordo con la moglie al fine di addivenire ad una separazione consensuale in tempi ridotti, a costi ben più contenuti (di quelli che dovrebbe affrontare instaurando un giudizio contenzioso) e senza il rischio di aver trascorso anni nelle aule di giustizia senza poi essere riusciti ad ottenere quanto sperato.

L’accordo potrà peraltro essere raggiunto oltre che seguendo il percorso tradizionale del ricorso consensuale in Tribunale (con durata complessiva di pochi mesi), anche mediante il nuovo strumento della negoziazione assistita da avvocati, in grado di portare i coniugi alla separazione in poche settimane.

note

[1] Cass. sent. n. 12310/12.

[2] Cfr.C ass. sentt. n. 16285/13 e n. 2183/13.


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