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Il franchising


> L’esperto Pubblicato il 11 febbraio 2017



Tramite pagamento di una royalties, il franchisee entra a far parte della catena di distribuzione del franchisor.

Il franchising un contratto mediante il quale una parte (franchisee o affiliato o concedente) entra a far parte della catena di distribuzione dell’altra (franchisor o affiliante o concedente) con diritto a sfruttare brevetti, marchi, nome, ditta, insegne etc. verso il pagamento di un compenso rappresentato da:

— una quota fissa (diritto di entrata);

— una quota variabile (canone periodico o royalties).

Questo fenomeno rappresenta quindi una forma «indiretta» di distribuzione, proprio perché l’imprenditore preferisce non vendere direttamente alla clientela i propri prodotti (o servizi) e rivolgersi, piuttosto, ad altri imprenditori che assumono l’obbligo di rivendere e di diffondere sul mercato i prodotti e/o i servizi ricevuti dal franchisor. In questo modo si viene a creare una vera e propria catena distributiva.

Qual è la funzione del franchising?

Il franchisor (produttore di beni o servizi: imprenditore principale) promuove una rete di imprese satelliti (franchisee o impresa aggregata, comunque autonoma), alle quali concede la possibilità di commercializzare i propri prodotti e servizi (es.: in campo internazionale:

– Coca-cola). In questo modo l’impresa aggregata si avvale del cospicuo patrimonio di conoscenze, ritrovati tecnici e commerciali, metodi organizzativi ed amministrativi, messi a sua disposizione dall’impresa concedente, la quale a sua volta trae vantaggio dalle esperienze e dalle conoscenze del mercato, nonché dall’eventuale avviamento e dalla facoltà di penetrazione di cui l’impresa aggregata gode su scala locale.

Tra i motivi che spingono l’imprenditore a scegliere la formula del franchising vi è senz’altro la possibilità di diffondere più facilmente i propri prodotti in vaste realtà locali, consentendo così al franchisor di consolidare il suo buon nome sia su mercati già noti sia su mercati nuovi, in cui il prodotto viene venduto per la prima volta.

In secondo luogo, con la tecnica del franchising si riducono notevolmente i rischi finanziari che lo svolgimento di un’attività commerciale normalmente comporta. Tali rischi, infatti, non gravano esclusivamente sull’imprenditore-produttore, ma vengono ad essere ripartiti tra tutti i diversi affiliati che aderiscono alla catena di distribuzione organizzata dal franchisor.

Dal punto di vista della clientela, il consumatore ritrova nelle singole unità operative appartenenti alla rete di franchising prodotti o servizi di qualità omogenea e già conosciuti. Ciò favorisce il ricorso a tali prodotti (o servizi), agevolato dalla organizzata diffusione degli stessi in tutte le realtà locali, e determina un inevitabile aumento della produzione, con beneficio per l’impresa leader ma anche per il mercato in generale.

Disciplina

La lenta affermazione del fenomeno nel nostro Paese è stata dovuta all’assenza di una normativa che disciplinasse specificatamente la materia. Questa circostanza ha fatto sì che per molto tempo il contratto di franchising rimanesse un contratto atipico.

Così, per molto tempo il contenuto del contratto di franchising è stato liberamente determinato dalle parti (affiliante ed affiliato) nel rispetto di quanto previsto dall’art. 1322 c.c., che regolamenta proprio l’autonomia contrattuale delle parti.

È solo con la L. 6 maggio 2004, n. 129 che si è provveduto a dettare una normativa volta a disciplinare tutti gli aspetti del contratto di «affiliazione commerciale».

La legge si preoccupa innanzitutto di dare una definizione del contratto e conferma che questo consiste in un rapporto che si instaura «tra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede all’altra, verso corrispettivo, la disponibilità di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale», nonché la disponibilità di un patrimonio di conoscenze già consolidato (cd. Know how), e la inserisce in un sistema di distribuzione «allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi» (art. 1).

Le disposizioni della L. 129/2004, al di là delle singole definizioni e della specifica indicazione dei contenuti del contratto, mirano soprattutto a tutelare la posizione dell’affiliato che, rispetto all’affiliante, è sicuramente la parte più debole del rapporto.

A tutela dell’affiliato è previsto che il contratto di franchising deve avere la forma scritta a pena di nullità e che lo stesso non può avere una durata inferiore a tre anni, proprio per consentire all’affiliato di sopportare gradualmente le eventuali conseguenze negative dell’investimento.

La legge richiede poi che l’affiliante, prima di dar vita al rapporto di franchising, abbia già sperimentato e diffuso sul mercato la propria formula commerciale.

L’altro aspetto sul quale la nuova legge si sofferma riguarda la chiarezza nelle informazioni e la trasparenza nei rapporti che precedono la conclusione del contratto. A tal fine vengono imposti alle parti precisi obblighi precontrattuali, i quali, in sostanza, corrispondono alla necessità di tenere un comportamento che segue i principi di correttezza, lealtà e buona fede.

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