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Il diritto del figlio a conoscere le proprie origini

12 Febbraio 2017


Il diritto del figlio a conoscere le proprie origini

> L’esperto Pubblicato il 12 Febbraio 2017



Diritto al nome e all’identità personale, parto anonimo e diritto a conoscere le proprie origine biologiche: la madre può rimanere anonima, ma non dopo la sua morte, momento dal quale al figlio può conoscerne il nome.

Il diritto al nome ed all’identità personale trovano il loro riconoscimento costituzionale nell’art. 2, che tutela l’identità dell’individuo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Sul piano della normativa codicistica, invece, trova esplicito riconoscimento solo il diritto al nome e la tutela del correlato diritto all’identità personale è il frutto dell’estensione analogica delle norme positive esistenti in materia di tutela del diritto al nome ed all’immagine. Il diritto all’identità personale si configura come diritto ad essere riconosciuto secondo le proprie caratteristiche individuali, così come socialmente percepite ed ha le medesime forme di tutela del diritto al nome.

In tale ambito si inquadra il diritto a conoscere le proprie origine biologiche.

Parto anonimo e diritto a conoscere le proprie origine biologiche

Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, 25 settembre 2012, Godelli c. Gov. Italia, e della Corte cost., 18 novembre 2013, n. 278, la S.C., con Sez. 1, n. 15024/2016, Bisogni, Rv. 641021, si è pronunciata sul diritto del figlio alla conoscenza delle proprie origini e all’accesso ai dati personali della madre biologica con particolare riferimento al caso di decesso della madre.

Il caso oggetto della pronuncia era quello di una donna che, esponendo di esser nata da madre che aveva chiesto di rimanere anonima e di essere stata adottata, aveva fatto istanza al tribunale per i minorenni di poter accedere ai dati riguardanti il parto contenuti nella cartella clinica. Accolta la richiesta della ricorrente, ottenuta la documentazione e constatato il decesso della madre biologica, il tribunale aveva respinto la richiesta dell’istante di conoscere il nominativo di quest’ultima sul presupposto della impossibilità di interpellarla in ordine alla persistente volontà di mantenere l’anonimato. La corte d’appello, adita in sede di reclamo, confermava la decisione escludendo che il decesso della madre potesse valutarsi come revoca implicita della volontà di mantenere l’anonimato.

Nella pronuncia de qua la S.C., dopo un ampio excursus delle fonti internazionali e sovranazionali, definisce il diritto alla conoscenza delle proprie origini biologiche e alle circostanze della propria nascita quale diritto fondamentale della persona, previsto espressamente in diverse legislazioni europee, ricondotto dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo nell’ambito di applicazione della nozione di vita privata e nella sfera di protezione dell’identità personale. Secondo il ragionamento svolto dalla Corte, è improprio parlare di conflitto di interessi o di diritti fondamentali, avendosi, invece, ponderazione tra diritti fondamentali con mero riferimento al diritto della madre alla scelta dell’anonimato (effettuata per svariate motivazioni: sanitarie, economiche, sociali) contrapposto al diritto del figlio alla conoscenza delle proprie origini. Dopo la nascita del figlio, non sussiste, invece, un diritto della madre a rimanere anonima; non è più il diritto alla vita ad essere in gioco, ma sempre il diritto alla scelta dell’anonimato che le ha consentito di portare a termine la gravidanza.

Viene, a riguardo, richiamata la sentenza della Corte cost., 22 novembre 2013, n. 278, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 28, comma 7, della legge 4 maggio 1983 n. 184, laddove escludeva la possibilità di autorizzare il figlio all’accesso alle informazioni concernenti le proprie origini senza aver previamente verificato l’attuale volontà della madre. Tale norma comportava, secondo i giudici, la irreversibilità del segreto materno ed era destinata ad esporre il figlio alla inevitabile e definitiva perdita del suo diritto alla conoscenza delle proprie origini. L’irreversibilità del segreto si poneva, quindi, in contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost.

In applicazione dei principi sopra esposti, la S.C. afferma, quindi, che, nel caso di cd. parto anonimo, dopo la morte della madre, sussiste il diritto del figlio di conoscere le proprie origini biologiche mediante accesso alle informazioni relative alla identità personale della madre, non potendosi considerare operativo oltre il limite della vita della madre, il termine di cento anni dalla formazione del documento per il rilascio della copia integrale del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica, comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata, previsto dall’art. 93, comma 2, del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), che determinerebbe la cristallizzazione di tale scelta anche dopo la sua morte e la definitiva perdita del diritto fondamentale del figlio.

Il principio è stato, quindi, ribadito da Sez. 1, n. 22838/2016, Acierno, in corso di massimazione, la quale ha altresì precisato che il trattamento dei dati personali della madre che ha partorito in anonimo e di cui si è venuti a conoscenza deve essere lecito e non lesivo dei diritti dei terzi.


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