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Lo sai che? Che cos’è il diritto all’oblio?

Lo sai che? Pubblicato il 6 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 marzo 2017

Per diritto all’oblio si intende il diritto ad essere dimenticati. Che significa? Come esercitarlo? La tutela è davvero effettiva?

 

Diritto all’oblio: cos’è?

Provate a digitare il vostro nome su Google: non immaginerete mai i risultati che verranno fuori: comparirà ciò che abbiamo postato sui social network, foto che avevamo dimenticato anche di aver pubblicato, un commento fatto sulla bacheca della pagina dell’università per chiedere informazioni su un esame. E la lista potrebbe continuare.

La domanda, quindi, sorge spontanea: possibile che se qualcosa non ci piace, ci imbarazza o addirittura riteniamo sia calunniosa, non si possa essere in qualche modo  “dimenticati” dal motore di ricerca? Un interrogativo che riassume cosa si intende effettivamente per diritto all’oblio: come già detto in Diritto all’oblio: finalmente la legge, si tratta del diritto spettante ad ogni cittadino di richiedere la cancellazione o l’aggiornamento di una notizia che lo riguardi in prima persona. In altre parole, ogni individuo ha diritto ad essere dimenticato e a non essere più ricordato per quei fatti che siano stati oggetto di cronaca in passato, destinati a ritornare nella sua sfera privata.

Diritto all’oblio: cosa dice la legge?

Sul tema, il dibattito è da sempre aperto: nel 2012 è intervenuta anche la Corte di Cassazione [1] che ha ribadito la necessità di salvaguardare l’identità personale del soggetto dalla divulgazione di informazioni potenzialmente lesive non più attuali, la cui diffusione, proprio per questo motivo, non serve più e rischia solo di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità. In pratica, questo significa che qualsiasi cittadino europeo ha la possibilità di richiedere la deindicizzazione di notizie a lui relative (cioè la rimozione dall’elenco dei risultati di ricerca, ottenuti digitando il nome di una persona). Si legga, sul punto, Oblio su internet, un diritto calpestato: interviene finalmente la Cassazione.

Più recentemente, anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha preso posizione sul tema [2], essendo chiamata ad esprimersi sulla richiesta di rimozione di dati pronunciata da un cittadino spagnolo relativamente ad alcune notizie lesive che lo riguardavano appartenenti al suo passato, non più attinenti con il presente. La Corte, accogliendo la richiesta, ha sancito che il motore di ricerca è obbligato a rimuovere dall’elenco dei risultati di ricerca, ottenuti digitando il nome di una persona, i link che riconducono a notizie ritenute lesive per il soggetto. Esse, però, restano nel sito in cui compaiono.

 

Diritto all’oblio: come esercitarlo?

Tale sentenza ha avuto i suoi frutti: Google, infatti, ha messo a disposizione un modulo con il quale gli utenti possono chiedere la rimozione di link che li riguardano e che ritengono inadeguati o non più rilevanti. La procedura è semplice: basta inserire i propri dati, la url (cioè il sito) che si desidera venga eliminata e una copia del proprio documento d’identità. Se si è fatto tutto correttamente, il link “incriminato” non apparirà più.

Diritto all’oblio: cosa può essere rimosso?

Le informazioni personali che possono essere rimosse sono i numeri di conti bancari, di carta di credito, immagini di firme, immagini di nudo o sesso esplicito caricate o condivise senza il proprio consenso, mentre quelle che restano in rete sono la data di nascita, gli indirizzi e i numeri di telefono. E già qui emerge qualche perplessità: immaginiamo una persona perseguitata da uno stalker che ha proprio l’urgenza di rimuovere numero di cellulare e indirizzo di residenza dal web, due dati centrali per chi ha intenzione di rendere la vita della persona richiedente un inferno.

Diritto all’oblio: la notizia sparisce davvero?

Altro problema. Anche quando la richiesta di cancellazione viene accolta, resta la questione della cosiddetta viralità. che significa quando diciamo che un video, una canzone o una notizia è diventata “virale”? Con questo termine, si intende un contenuto che si diffonde molto rapidamente tramite i nuovi mezzi di comunicazione: come un virus, appunto. Questo significa che un’informazione pubblica molto difficilmente potrà essere fatta sparire da tutti i posti in cui è finita. Quindi, anche compilando il modulo di cui si è detto, se il dato è stato condiviso, è impossibile renderlo totalmente irreperibile: magari non comparirà più digitando il nome dell’utente, ma potrebbe essere ancora raggiungibile tramite altre parole chiave.

Come difendersi allora? La soluzione estrema è fare ricorso al Garante per la Privacy con una spesa di 150 euro e un’attesa di massimo 60 giorni. La richiesta potrà essere accettata o respinta, considerando anche il diritto di cronaca: in soldoni, se un fatto è troppo recente o è di rilevante interesse pubblico la risposta sarà negativa. A questo punto, non resterà che rivolgersi a un giudice civile per ricorrere contro il Garante, con tutte le conseguenze, economiche e temporali, che ne derivano.

note

[1] Cass. sent. n. 5525 del 05.04.2012.

[2] Corte di Giustizia causa C 131/12 del 13.05.2014.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 05.04.2012, n. 5525

L’editore di un quotidiano che memorizzi nel proprio archivio storico della rete internet le notizie di cronaca, mettendole così a disposizione di un numero potenzialmente illimitato di persone, è tenuto ad evitare che, attraverso la diffusione di fatti anche remoti, possa essere leso il diritto all’oblio delle persone che vi furono coinvolte. Pertanto, quando vengano diffuse sul web notizie di cronaca giudiziaria, concernenti provvedimenti limitativi della libertà personale, l’editore è tenuto garantire contestualmente agli utenti un’informazione aggiornata sullo sviluppo della vicenda, a nulla rilevando che essa possa essere reperita “aliunde”. (Nella specie, la società editrice di un noto quotidiano aveva messo “on line” il proprio archivio storico, nel quale era contenuta altresì la notizia dell’arresto, avvenuto venti anni prima, di un amministratore locale, poi assolto).

Corte di Giustizia causa C 131/12 del 13.05.2014

Il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.

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