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Come trasferire la proprietà dell’azienda al figlio

6 marzo 2017


Come trasferire la proprietà dell’azienda al figlio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 marzo 2017



Sono un pensionato, titolare di un’azienda che si tramanda di padre in figlio. Ora vorrei donarla, insieme a un capannone, a mio figlio. Posso ricorrere ai patti di famiglia?

La legge, in generale, prevede la possibilità di trasferire la proprietà dell’azienda dal padre al figlio, per atto fra vivi, sia attraverso un atto di donazione, sia attraverso il contratto istitutivo dei patti di famiglia.

In entrambi i casi, per esprimere un parere adeguato, sarebbe necessario avere conoscenza di tutti i soggetti che potrebbero essere chiamati all’eredità, come nel caso di morte del dante causa: cioè occorrerebbe sapere se vi sia il coniuge, se vi siano uno o più figli o se vi possano essere altri soggetti chiamati all’eredità in generale. Occorrerebbe anche sapere se l’asse ereditario fosse composto solo dall’azienda o anche da altri beni e, se esistenti, di quale natura (beni mobili, immobili, denaro, ecc…)

Nel caso del lettore, non sono disponibili gli ulteriori elementi, ma dalla sua cortese richiesta parrebbe di poter dedurre l’esistenza di un solo figlio, mentre nulla si dice a proposito del coniuge. Per chiarezza di esposizione si suppone che vi sia il coniuge e che non vi siano altri beni ereditari, oltre l’azienda.

Sono due le procedure applicabili al caso di specie.

Sotto il profilo civilistico, con l’atto di donazione, l’imprenditore dona l’azienda al figlio ma, al momento della apertura della successione (alla morte del donante) il valore dell’azienda donata deve essere collazionato, cioé sommato, a quello degli eventuali altri beni ereditari, per ricostruire l’asse ereditario integralmente e consentire a tutti i legittimari di esercitare i rispettivi diritti, dunque anche il coniuge ed eventuali altri eredi potrebbero vantare  diritti sull’azienda donata, in misura pari alla quota di legittima, a ciascuno di essi spettante.

Con il contratto del patto di famiglia, invece, l’azienda viene sempre trasferita al figlio, ma alla stipula del contratto devono partecipare anche il coniuge e gli altri eventuali chiamati all’eredità, ai quali il disponente, cioè colui che intende trasferire l’azienda, può offrire una compensazione di pari valore a quello dell’azienda, anche in denaro o sotto forma di altri beni ereditari, eventualmente disponibili per detto scopo. Con il contratto del patto di famiglia, inoltre, il coniuge, potrebbe anche intervenire a dichiarare la rinuncia ad esercitare i propri diritti sul bene trasferito al figlio, in questo caso si tratterebbe di stipulare un patto di famiglia, cosiddetto, rinunciativo.

La differenza principale dell’effetto giuridico del contratto del patto di famiglia, rispetto a quello dell’atto di donazione, è che il valore del bene trasferito non dovrà più essere collazionato (sommato) al valore degli altri beni ereditari al momento dell’apertura della successione (alla morte dell’imprenditore), evitando le conseguenze di una eventuale azione di riduzione da parte degli altri eredi legittimari, che invece, ricorrendo alla donazione, potrebbe sempre essere iniziata. In sostanza, l’effetto del patto di famiglia è quello di realizzare una vera e propria successione in vita, seppur parziale, in quanto il bene o i beni oggetto del contratto non rientreranno più nell’asse ereditario e gli eventuali altri eredi non potranno più esercitare, su di esso, alcuna azione di riduzione.

Si deve sottolineare, comunque, visto che nella richiesta si precisa che l’azienda da trasferire è condotta in affitto dal figlio, con propria distinta partita Iva diversa da quella del padre, che, qualora si decidesse di non stipulare alcun contratto o atto di trasferimento, l’azienda si devolverebbe comunque, naturalmente, al momento dell’apertura della successione, alle stesse condizioni previste per la donazione o per il patto di famiglia.

Sotto il profilo fiscale, il trasferimento dell’azienda dal padre al figlio:

  1. ai fini delle imposte dirette, non produce plusvalenze tassabili, se:
  • il trasferimento avviene per causa di morte o per atto gratuito (sia per atto di donazione che per contratto dei patti di famiglia);
  • l’azienda è assunta dall’erede o dal donatario agli stessi valori fiscalmente riconosciuti in capo al dante causa;
  1. ai fini dell’imposta di successione e donazione, è esente, se:
  • nell’atto di donazione o nel contratto dei patti di famiglia i beneficiari rendano esplicita dichiarazione della loro volontà di proseguire l’attività di impresa;
  • effettivamente, per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, proseguano l’esercizio dell’impresa;
  1. ai fini dell’imposta di registro, si ritiene che sia applicabile l’imposta in misura fissa (euro 200,00); nel caso di rinuncia da parte del coniuge potrebbe essere applicata una ulteriore imposta di registro, sempre in misura fissa;
  2. ai fini delle imposte ipotecarie e catastali, è esente, anche se sia compreso un immobile fra i beni che compongono l’azienda donata o trasferita in base ai patti di famiglia.

Premesso quanto sopra si ritiene che la soluzione possa essere la seguente: se confermato che il dante causa ha un solo figlio ed il coniuge, si potrebbe ricorrere ad un contratto istitutivo di patti di famiglia, nel quale il coniuge intervenga a rinunciare al bene trasferito. In alternativa, l’atto di donazione lascerebbe sempre aperta la via ad eventuali azioni di riduzione da parte di eredi legittimari,  fra i quali è compreso il coniuge. In entrambi i casi non si correranno rischi con l’Agenzia delle Entrate, in materia di tassazione, se nel redigere gli atti o i contratti prescelti, si seguiranno le indicazioni sopra specificate, nella parte in cui sono stati trattati i profili fiscali.

Articolo tratto da una consulenza del dr. Mauro Finiguerra

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