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Cosa significa interdizione giudiziale

13 febbraio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 febbraio 2017



La legge assicura protezione a chi non è in grado di curare i propri interessi: l’interdizione serve infatti a tutelare il soggetto incapace. Ecco come.

L’interdizione giudiziale serve a proteggere chi si trova in stato di permanente infermità mentale e, per tale motivo, non è capace di provvedere alla cura dei propri interessi. É quindi uno strumento di tutela dell’incapace, che serve ad evitare che quest’ultimo compia atti svantaggiosi per la sua persona. Viene dichiarata con sentenza dal giudice, il quale nomina un tutore. Quest’ultimo ha il compito di amministrare il patrimonio dell’interdetto e compiere atti giuridici in sua vece.

L’interdizione giudiziale non va confusa con l’interdizione legale. Quest’ultima è una pena accessoria prevista dal codice penale, irrogata dopo una condanna all’ergastolo o alla reclusione non inferiore a cinque anni. Essa quindi non è uno strumento di protezione dell’incapace, ma una sanzione che deriva dalla commissione di un delitto.

Chi può essere interdetto

L’interdizione giudiziale [1] può essere disposta nei confronti di un soggetto maggiorenne, di un minore emancipato oppure di un minorenne nell’ultimo anno della sua minore età, in presenza dei seguenti presupposti:

  • il soggetto deve trovarsi in stato di infermità mentale;
  • deve trattarsi di infermità abituale, ossia stabile e permanente: in poche parole non deve essere transitoria o risolvibile in breve tempo;
  • la persona non deve essere in grado di provvedere alla cura dei propri interessi.

L’interdizione viene pronunciata con sentenza dal giudice, il quale nomina un tutore che provvederà ad amministrare il patrimonio dell’interdetto, sostituendosi a quest’ultimo nel compiere atti giuridicamente rilevanti. Lo scopo è proprio quello di evitare che l’interdetto, incapace di provvedere da solo ai suoi interessi, possa compiere atti dannosi per se stesso.

Il giudizio di interdizione

L’interdizione va chiesta con ricorso al Tribunale del luogo in cui l’interdicendo ha la residenza o dove effettivamente vive (si pensi ad un soggetto stabilmente ricoverato). La richiesta di interdizione può essere presentata [2]:

  • dallo stesso interdicendo;
  • dal coniuge o dalla persona stabilmente convivente;
  • dai parenti entro il quarto grado;
  • dagli affini entro il secondo grado;
  • dal tutore;
  • dal pubblico ministero.

Nel ricorso bisogna allegare tutte le circostanze utili affinché il giudice possa valutare se concedere o meno l’interdizione. Il giudice comunque deve necessariamente sentire prima l’interdicendo: in questo esame, egli può anche farsi assistere da un consulente tecnico. Il giudice può inoltre interrogare i parenti più stretti del soggetto e assumere le informazioni necessarie per la decisione. Dopo tali operazioni, se il magistrato lo ritiene opportuno, può nominare un tutore provvisorio (in carica fino alla pubblicazione della sentenza).

L’interdizione giudiziale ha effetto dal momento della pubblicazione della sentenza (ossia da quando quest’ultima è depositata nella cancelleria del Tribunale). La sentenza può confermare il tutore provvisorio eventualmente nominato, oppure sceglierne un altro (di regola una persona particolarmente vicina all’interdetto, come i genitori, il coniuge o comunque i parenti più prossimi).

Il tutore non è tenuto ad esercitare tale ufficio oltre dieci anni, a meno che non si tratti del coniuge, della persona stabilmente convivente, degli ascendenti o dei discendenti dell’interdetto.

L’interdetto: cosa può fare e cosa non può fare

Con la sentenza di interdizione, è il tutore che rappresenta legalmente l’interdetto e ne amministra il patrimonio. Il tutore, infatti:

  • compie per conto dell’interdetto tutti gli atti di ordinaria amministrazione, ossia quelli che inerenti alla gestione ordinaria del suo patrimonio, che non comportano modifiche rilevanti dello stesso;
  • compie gli atti di straordinaria amministrazione, ma solo previa autorizzazione del giudice tutelare (sono atti di straordinaria amministrazione, ad esempio, l’accettazione o la rinuncia all’eredità o a donazioni, l’acquisto di beni mobili o immobili, la stipulazione di mutui: in pratica, tutto ciò che incide in modo rilevante sul patrimonio dell’interdetto).

Dal canto suo, l’interdetto:

  • non può contrarre matrimonio;
  • non può riconoscere figli nati fuori dal matrimonio;
  • non può fare testamento.

In ogni caso, nella sentenza con cui dichiara l’interdizione, il giudice può stabilire che alcuni atti di ordinaria amministrazione possano essere compiuti dall’interdetto senza l’aiuto o con l’assistenza del tutore [3].

Revoca dell’interdizione

L’interdizione può essere revocata dal giudice quando cessa la causa che l’ha provocata [4]. La richiesta di revoca può essere fatta:

  • dal coniuge;
  • dai parenti entro il quarto grado;
  • dagli affini entro il secondo grado;
  • dal tutore;
  • dal pubblico ministero.

note

[1] Artt. 414 e 416 cod. civ.

[2] Artt. 417 ss. cod. civ.

[3] Art. 427 cod. civ.

[4] Art. 429 cod. civ.

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