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Lo sai che? Se faccio un errore nella dichiarazione dei redditi è reato?

Lo sai che? Pubblicato il 15 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 febbraio 2017

L’errore che comporti un aumento degli oneri fiscali a carico del contribuente non costituisce reato.

In caso di errore nella dichiarazione dei redditi non c’è reato se, per causa dell’inesattezza commessa dal contribuente, questo si trovi a dover pagare di più di quanto, invece, gli compete. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Quali sono i reati in materia di dichiarazione dei redditi?

I reati connessi a irregolarità relative alla dichiarazione dei redditi sono essenzialmente tre:

 

Dichiarazione infedele

Si ha in caso di indicazione in dichiarazione di elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi inesistenti (dal 22 ottobre 2015 non rilevano più i costi fittizi).

L’indicazione colposa in dichiarazione di dati non veritieri imputabile a errore dovuto all’inosservanza delle regole di diligenza, prudenza e perizia, non ha rilevanza penale.

Perché scatti il reato di dichiarazione infedele è necessaria la presenza congiunta dei seguenti presupposti:

  1. a) l’imposta evasa deve essere superiore a € 150.000;
  2. b) gli elementi attivi sottratti all’imposizione (anche tramite indicazione di elementi passivi inesistenti) devono essere superiori al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque superiori a € 3.000.000.

La pena prevista dalla legge va da 1 a 3 anni di reclusione.

Dichiarazione omessa

Scatta in caso di mancata presentazione o presentazione trascorsi 90 giorni dalla scadenza. Perché però si configuri il reato è necessario che:

  1. a) l’imposta imposta evasa sia superiore a € 50.000;
  2. b) oppure la ritenuta non versata sia superiore a € 50.000

La pena prevista è della reclusione da 1 anno e 6 mesi a 4 anni.

Il reato può essere realizzato da chiunque sia obbligato, secondo la normativa tributaria, alla presentazione delle dichiarazioni annuali (12)

Dichiarazione fraudolenta

Si può configurare il reato in due casi:

1) in caso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti a condizione che vi sia l’utilizzo di elementi passivi fittizi, a prescindere dal loro ammontare;

2) altri artifici con compimento di operazioni simulate ovvero avvalendosi di documenti falsi o di altri mezzi fraudolenti idonei ad ostacolare l’accertamento e ad indurre in errore l’Agenzia delle Entrate. È necessaria la presenza congiunta di:

  1. a) imposta evasa superiore a € 30.000;
  2. b) elementi attivi sottratti all’imposizione (anche tramite indicazione di elementi passivi fittizi) superiori al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque superiori a € 1.500.000, ovvero qualora l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta é superiore al 5% dell’ammontare dell’imposta medesima o comunque ad € 30.000.

Se l’errore nella dichiarazione dei redditi va a danno del contribuente

Non si pongono invece problemi di natura penale se l’errore va a danno del contribuente. In tali casi, infatti, secondo la Cassazione, la dichiarazione può essere modificata entro 1 anno. Se quindi il contribuente commette un errore nella dichiarazione dal quale scaturiscono, per lui, oneri fiscali più gravosi non c’è alcun reato.

note

[1] Cass. sent. n. 6869/17 del 14.02.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 28 aprile 2016 – 14 febbraio 2017, n. 6869
Presidente Fiale – Relatore Gentili

Ritenuto in fatto

Con sentenza emessa in data 25 maggio 2015 la Corte di appello di Lecce Sezione distaccata di Taranto ha confermato la sentenza con la quale il precedente 22 maggio 2012, in esito a giudizio abbreviato, il Tribunale di Taranto, dichiarata la penale responsabilità di D.R. in ordine al reato di cui all’art. 4 del dlgs n. 74 del 2000, perché, in qualità di legale rappresentante della Profilvetro Srl, al fine di evadere le imposte, indicava nella dichiarazione dei redditi per l’anno di imposta 2007, elementi passivi fittizi per un importo pari ad Euro 511.736,00, superiore al 10% degli elementi attivi ivi indicati, con corrispondente evasione di imposta pari ad Euro 189.342,32, condannandolo, previa concessione delle attenuanti generiche, alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi sei di reclusione oltre alle pene accessorie.
Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il D. , in proprio, lamentando la nullità della sentenza sia sotto il profilo den vizio di motivazione che sotto quello della violazione di legge.
In particolare il ricorrente si è doluto del fatto che i giudici del merito abbiano omesso di considerare che la dichiarazione dei redditi presentata dal ricorrente nella qualità di cui al capo di imputazione, era erronea anche con riferimento alla indicazione dei ricavi conseguiti, essendo stati in essa indicati ricavi il cui ammontare non corrisponde, per eccesso, alle risultanze della documentazione acquisita all’atto della verifica operata dalla Guardia di Finanza, costituita sostanzialmente dalla documentazione contabile, ritenuta correttamente tenuta, riferita alla società della quale il D. è il legale rappresentante.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato.
Osserva, infatti, il Collegio che già in sede di giudizio di primo grado il Tribunale di Taranto ebbe a rilevare che, dall’esame della documentazione contabile utilizzata dalla Guardia di Finanza nel corso dell’accertamento che ha condotto alla comunicazione di notizia di reato da cui è scaturito il presente giudizio, era emersa una situazione di incertezza contabile non riferita esclusivamente alle poste passive ma anche alle poste attive contenute nella dichiarazione dei redditi della Profilvetro Srl; ciò in quanto, a fronte di una indicazione dei ricavi in dichiarazione pari a Euro 1.591.062,00, quelli effettivamente conseguiti e documentati erano stati, invece, pari a solo 1.021.672,00.
In presenza di tale situazione di incertezza reddituale, non irrilevante ai fini della integrazione del reato posto che l’effettivo ammontare del reddito imponibile incide sul superamento o meno della soglia di punibilità relativa al reato cointestato al prevenuto, la Corte di appello, specificamente compulsata sull’argomento con un motivo di gravame avente, appunto, ad oggetto la mancata valorizzazione del fatto che erroneità della dichiarazione dei redditi pareva concernere non i soli costi ma anche i ricavi conseguiti dalla Profilvetro Srl, ha rigettato l’impugnazione sulla base del dato secondo il quale, avendo l’appellante attestato di avere conseguito ricavi pari ad una certa somma, questa indicazione doveva essere ritenuta rispondente al vero.
In tal senso parrebbe che il giudice distrettuale abbia attribuito valore negoziale, in più con effetti sostanzialmente confessori, al contenuto delle dichiarazioni fiscali formate dal contribuente, così che, a fronte di un importo relativo ai ricavi lordi indicato dal medesimo contribuente in tali dichiarazioni come ammontante ad Euro 1.591.062,00, un tale importo dovrebbe essere ritenuto oramai irretrattabilmente accertato, laddove detto accertamento operi contro il contribuente.
Tale tesi è, però, erronea.
Invero in più occasioni la giurisprudenza di questa Corte, formatasi in seno alla Sezione tributaria, ha avuto occasione di precisare che la dichiarazione dei redditi non è un atto negoziale o dispositivo, bensì una dichiarazione di scienza, sicché, in caso di errore (di fatto o di diritto) commesso dal contribuente, essa è, in linea di principio, emendabile e ritrattabile quando possa derivarne l’assoggettamento ad oneri contributivi più gravosi di quelli che, in base alla legge, devono restare a carico del dichiarante (Corte di cassazione, Sezione V civile, 28 ottobre 2015, n. 21968; idem Sezione V civile, 11 maggio 2012, n. 7294; idem Sezione V civile, 19 dicembre 2008, n. 29738; idem Sezione V civile, 8 luglio 2007, n. 18673).
Nel caso in esame, invece, la Corte territoriale ha considerato in sostanza già definitivamente provato, stante la relativa indicazione contenuta nella dichiarazione dei redditi, l’importo dei ricavi conseguiti dalla Profilvetro nella misura indicata dal D. nella dichiarazione da lui sottoscritta nella qualità di cui alla imputazione elevata nei suoi confronti, ritenendo, pertanto, irrilevanti, sebbene non contestati nella loro correttezza formale, i dati rivenienti dalla contabilità tenuta dal ricorrente, i quali attesterebbero, viceversa, l’esistenza di un imponibile assai inferiore a quello dichiarato, imponibile, peraltro, a quanto emerge dalla sentenza, corrispondente a quello indicato in occasione delle non contestate dichiarazioni formate ai fini IVA dalla stesso contribuente.
Né pare idonea a rafforzare la persuasività e la tenuta logica della motivazione della sentenza, l’affermazione secondo la quale la rilevata distonia fra le due dichiarazioni fiscali, quella a fine Iva e quella a fine imposte dirette, si giustificherebbe in ragione di possibili sopravvenienze attive che, pur costituendo componenti positive di reddito, non rientrano nel campo dell’IVA e, pertanto, non sono comprese nella dichiarazione relativa a questa imposta.
Trattasi, infatti, di mera congettura che la Corte ipotizza, in maniera del tutto disancorata da obbiettivi e riportati dati di fatto, al solo fine di fornire una possibile giustificazione alla diversa quadratura contabile fra le due dichiarazioni tributarie.
Essendo, come detto, fondamentali ai fini della integrazione del reato di cui al capo di imputazione sia il dato relativo all’ammontare del reddito imponibile che quello concernente l’ammontare delle componenti attive di reddito, atteso che solamente la infedele dichiarazione tributaria che abbia determinato un’evasione di imposta superiore, secondo la legislazione attualmente vigente, ad Euro 150.000,00, e contenga elementi passivi inesistenti il cui importo sia superiore al 10% di quelli attivi comporta, come conseguenza, la sanzione penale, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio alla Corte di appello di Lecce affinché, in sede di merito, sia correttamente precisato il valore dei detti importi, trattandosi di accertamento indispensabile ai fini della affermazione della penale responsabilità dell’imputato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di appello di Lecce.

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