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Se il datore di lavoro maltratta i dipendenti di una piccola azienda

16 febbraio 2017


Se il datore di lavoro maltratta i dipendenti di una piccola azienda

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 febbraio 2017



Scatta il reato di maltrattamenti in famiglia nel caso in cui il contesto aziendale sia ristretto e il datore di lavoro compia soprusi ai danni dei dipendenti.

Potrebbe non scattare il mobbing, ma almeno il reato di maltrattamenti in famiglia nel caso in cui il datore di lavoro di un piccolo contesto aziendale sia solito maltrattare i dipendenti, rivolgersi a loro con frasi ingiuriose, mortificanti e violente. Questo reato, ormai riconosciuto dalla giurisprudenza applicabile anche al contesto di lavoro, presuppone però che l’azienda non sia di grosse dimensioni, strutturata cioè su più livelli gerarchici e con più funzionari. A ricordarlo è una recente sentenza della Corte di Appello di Taranto [1].

Quando l’azienda, per dimensioni operative, è assimilabile a un «consorzio familiare» il datore di lavoro che maltratta i dipendenti commette il reato di maltrattamenti in famiglia. Il codice penale, a riguardo, parla chiaro e usa una definizione molto estensiva [2]: chiunque maltratta una persona della famiglia, o un minore di 14 anni, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

Maltrattamenti in famiglia nell’ambito del lavoro

Il reato di maltrattamenti in famiglia scatta in caso di una condotta dell’agente che sottopone la vittima ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione e umiliazioni, costituenti fonti di uno stato di disagio continuo e incompatibile con normali condizioni di esistenza. Rilevano, a tal fine, non soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali.

Secondo la giurisprudenza, il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi può essere posto in essere anche nell’ambito di un rapporto di lavoro, tra il datore di lavoro e il dipendente [3].

Non ogni comportamento vessatorio e discriminatorio, subito in azienda, può integrare il reato di maltrattamenti contro familiari, essendo necessario che il rapporto di lavoro assuma natura para-familiare.

A tal riguardo, la giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che per la configurabilità di tale reato «è necessario che le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. “mobbing“) si inquadrino in un rapporto tra il datore di lavoro ed il dipendente capace di assumere una natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia: rapporto di soggezione anche psicologica che può assumere siffatte caratteristiche para-familiari in ragione delle peculiarità dell’attività lavorativa prestata (si pensi alla relazione tra un maestro d’arte ed il suo apprendista) ovvero delle dimensioni e natura organizzativa del luogo di lavoro (si pensi alla relazione tra padrone di casa e lavoratore domestico), cioè in situazioni nelle quali e’ possibile riconoscere quella sottoposizione all’altrui autorità ovvero quell’affidamento per l’esercizio di una professione o di un’arte» [4].

Pertanto, affinché possa parlarsi di reato di maltrattamenti contro familiari nell’ambito del lavoro e di una azienda non è sufficiente un qualsiasi rapporto di subordinazione/sovraordinazione, ma è necessario che il rapporto di lavoro si svolga con forme e modalità tali da renderlo assimilabile a un rapporto familiare, «sotto il profilo, in particolare, dell’assidua comunanza di vita e dell’affidamento, da parte del sottoposto, all’autorità del superiore, da esercitarsi con ampia discrezionalità ed informalità» [5].

Il datore di lavoro o un suo preposto si deve trovare in una posizione di supremazia, connotata dall’esercizio di un potere direttivo o disciplinare tale da rendere ipotizzabile una condizione di soggezione, anche solo psicologica, del soggetto passivo [6].

note

[1] C. App. Taranto, sent n. 576/2016 del 2.09.2016.

[2] Art. 572 cod. pen.

La L.1 ottobre 2012, n. 172 di ratifica ed esecuzione della Convenzione europea di Lanzarote contro lo sfruttamento sessuale dei minori che ha esteso il reato anche ai fatti commessi in danno dei conviventi, in linea con un’interpretazione giurisprudenziale ormai consolidata .

Si evidenzia altresì il decreto legge n. 93 del 2013 che ha incluso il reato in esame tra quelli per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza ex art. 380 comma 2 lett. l-ter c.p.p.

[3] Cass. sent. n. 31123/214.

[4] Cass. sent. n. 13088/2014; n. 28603/2013; n. 12517/2012.

[5] Cass. sent. n. 19760/2013; n. 12517/2012.

[6] Cass. sent. n. 43100/2011.

Autore immagine: 123rf com

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