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Lo sai che? Quando spetta il mantenimento al coniuge

Lo sai che? Pubblicato il 17 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 febbraio 2017

L’assegno di mantenimento spetta se la donna, anche se potenzialmente capace di lavorare, per età e formazione, nonché per aver sempre fatto la casalinga, di fatto troverà più ostacoli nella ricerca di un posto rispetto a una concorrente più giovane.

In caso di separazione o divorzio, se la moglie può ancora lavorare non ha diritto al mantenimento. Tuttavia, tale potenzialità va valutata non in termini generali e astratti, ma sulla base di elementi concreti, alla luce delle effettive possibilità della donna e delle sue attitudini personali. Tanto per fare un esempio, è indubbio che una donna, anche a cinquant’anni, sia giovane a sufficienza per svolgere mansioni di lavoro, tuttavia è anche vero che, se questa non ha mai lavorato prima per aver svolto le mansioni di casalinga ed essersi occupata del ménage familiare, è per lei sicuramente più difficile – se non impossibile – trovare un’occupazione. Dunque, in tali ipotesi, l’assegno di mantenimento non le può essere negato in caso di separazione. E lo stesso dicasi per l’assegno divorzile. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1], in linea peraltro con gli ultimi orientamenti: orientamenti che – come abbiamo più volte sottolineato – stanno decretando un graduale tramonto del diritto incondizionato al mantenimento (leggi: Niente assegno di mantenimento e Addio mantenimento alla ex moglie che può lavorare).

La sostanza del messaggio dato dalla Suprema Corte è chiaro: ai fini dell’assegno di mantenimento o di divorzio, l’ex marito non può contestare alla moglie l’assenza di un’attività lavorativa. Se, durante il matrimonio, la donna ha sempre svolto mansioni di casalinga, non le può essere imposto, una volta intervenuta la separazione, di trovarsi un lavoro e mantenersi da sola, salvo sia in età giovane ed abbia comunque maturato esperienze e formazioni tali da consentirle un rapido e dignitoso impiego. Nel caso di specie, secondo i giudici, a una donna con circa 60 anni sarebbe stato molto difficile – per via dell’età e della crisi del mercato del lavoro – trovare un’occupazione dopo aver lavorato in casa nel corso di un matrimonio ultraventennale. Risulta decisiva dunque la presa d’atto delle difficili «condizioni attuali del mercato del lavoro», condizioni che rendono complicato un «tardivo inserimento» della donna. Su questo fronte, difatti, non può essere trascurata la sua data di nascita (tanto meno è giovane, tanto più difficilmente potrà trovare lavoro) e l’eventuale mancanza di una specifica qualificazione professionale conseguente al fatto che, per numerosi anni, si è dedicata «esclusivamente all’ambito familiare».

Così, proprio perché la donna è «disoccupata» e incontrerà, si presume, parecchie difficoltà nel trovare un lavoro, è necessario il mantenimento in suo favore da parte dell’ex marito.

L’uomo può, tutt’al più, chiedere in un successivo momento, la riduzione dell’assegno di mantenimento, per via di sopravvenuti eventi, non sussistenti al momento del giudizio di separazione o divorzio. Si deve cioè trattare di eventi nuovi come, ad esempio, una patologia che abbia determinato una riduzione della capacità lavorativa, o la riduzione dello stipendio per via di una mobilità, di un full-time trasformato in part-time o per l’arrivo di un nuovo figlio con una diversa compagna.

Quando spetta il mantenimento al coniuge?

Ricordiamo che il mantenimento al coniuge non è una sanzione per l’eventuale comportamento colpevole tenuto durante il matrimonio (abbandono della casa, infedeltà, mancata assistenza): il cosiddetto «addebito», infatti, prescinde totalmente dall’obbligo di versare l’assegno mensile. Questa misura è invece collegata alla semplice sproporzione tra i redditi dei due coniugi: nel momento in cui uno dei due non ha le possibilità di mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, spetta all’altro assistere l’ex, con un contributo che, normalmente, viene quantificato dal giudice (salvo diversi accordi intervenuti in sede di separazione o divorzio consensuale), con cadenza mensile (le parti possono tuttavia accordarsi per il pagamento di un assegno una tantum, ossia un unico importo a definizione totale di ogni obbligo di mantenimento).

Vien da sé che se i coniugi posseggono lo stesso reddito, nessuno dei due dovrà versare il mantenimento all’altro, anche se quest’ultimo ha subito l’addebito. L’addebito comporta solo, per chi sia responsabile della rottura del matrimonio, l’impossibilità di chiedere il mantenimento pur avendo un reddito più basso o inesistente; inoltre questi non avrà diritto di successione sull’ex nel tempo che va dalla separazione al divorzio (diritto che, altrimenti, gli sarebbe spettato).

note

[1] Cass. ord. n. 4100/2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 novembre 2016 – 16 febbraio 2017, n. 4100
Presidente Ragonesi – Relatore Bisogni

Fatto e diritto

Rilevato che in data 21 settembre 2016 è stata depositata relazione ex art. 380 bis c.p.c. che qui si riporta
Rilevato che
1. Il Tribunale di Trieste ha dichiarato la separazione giudiziale dei coniugi M. S. e F. B., affidando la figlia minore A. al padre, presso il quale ha dichiarato di voler risiedere la figlia maggiorenne Valentina, ha inoltre imposto al S. l’obbligo di corrispondere un assegno di lire 1.200,00 mensili per il sostentamento della moglie.
2. Dieci anni dopo, su ricorso del S., il Tribunale di Trieste, con sentenza n. 1084/12, ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio e ha imposto al S. un assegno divorzile di Euro 350,00 mensili a favore della moglie. Il Tribunale ha fissato tale importo inferiore a quello di Euro 120,00, corrisposto in base alla sentenza di separazione, tenendo in considerazione la sopravvenuta patologia cardiaca del S. che aveva limitato la sua capacità lavorativa.
3. Avverso tale statuizione, ha proposto appello la signora B. che ha richiesto un assegno divorzile di almeno Euro 1.000,00 mensili. La Corte territoriale ha ritenuto l’appello della ricorrente parzialmente fondato e, richiamandosi ai criteri dell’art. 5 della legge n. 898/1970, ha rideterminato l’assegno in Euro 600,00 mensili.
a) Ricorre per Cassazione M. S., affidandosi a tre motivi di impugnazione: a) violazione e falsa applicazione dell’art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970, in relazione alle modalità di applicazione del criterio di durata del matrimonio come parametro per la quantificazione dell’assegno divorzile, con conseguente violazione e falsa applicazione di cui all’art. 360 c.p.c, 1 comma, n. 3: il ricorrente ritiene che la Corte, nel valutare i parametri di riferimento previsti dalla richiamata normativa per la determinazione dell’assegno, abbia dato prevalente rilievo ai trentacinque anni di durata del matrimonio, non tenendo in considerazione il consolidato principio che prevede che si debba far riferimento alla durata della comunione legale, che cessa con la separazione personale (in questo caso, dall’ottobre del 1977 al 1996); b) contraddittoria ed insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo del giudizio: il ricorrente ritiene contraddittoria la motivazione della Corte distrettuale di Trieste che dà rilievo alla circostanza per cui la B. ha dedicato alla fami glia e all’impresa del coniuge la propria attività senza ricevere sostentamento, ma omette di valutare il fatto che la stessa, dal momento della separazione giudiziale, non si è mai attivata per reperire un’attività lavorativa remunerata; c) mancata contestualizzazione dell’esame della situazione economica dei coniugi: il signor S. ritiene che la Corte territoriale si è limitata a riportare le valutazioni del precedente giudicato senza analizzare le condizioni economiche attuali dei coniugi che, rispetto alla data di pronuncia della separazione giudiziale, sono cambiate.
4. Si difende con controricorso la B. che eccepisce l’improcedibilità del ricorso e ne chiede comunque la dichiarazione di inammissibilità o il rigetto.
Ritenuto che
5. Il ricorso è inammissibile perché consiste in una contestazione al merito della decisione che peraltro non coglie le ragioni su cui è fondata. Infatti la durata del matrimonio (peraltro considerevole: 24 anni sino alla separazione e 33 sino al divorzio) non è stato affatto l’unico criterio per la determinazione dell’assegno e la Corte territoriale ha valutato le condizioni attuali del mercato del lavoro ostative a un tardivo inserimento della B. e la situazione di salute e la capacità reddituale attuale del S. ai fini dell’accertamento del diritto all’assegno e della sua quantificazione.
6. Sussistono pertanto i presupposti per la discussione del ricorso in camera di consiglio e, se il collegio condividerà la presente relazione, per la sua dichiarazione di inammissibilità o eventualmente per il rigetto.
La Corte, letta la memoria difensiva del ricorrente, condivide la relazione sopra riportata e rileva che il riferimento compiuto dal ricorrente nella memoria difensiva alla sentenza n. 11870/2015 di questa Corte non appare pertinente in quanto la decisione della Corte di appello triestina e la motivazione su cui si base è pienamente coerente al principio di diritto affermato nella sentenza citata secondo cui “l’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice verifica l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre nella seconda procede alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Nell’ambito di questo duplice accertamento assumono rilievo, sotto il profilo dell’onere probatorio, le risorse reddituali e patrimoniali di ciascuno dei coniugi, quelle effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, nonché le rispettive potenzialità economiche”. In particolare va rilevato che la condizione di disoccupazione della B. trova una logica giustificazione nella motivazione della Corte distrettuale che ha messo in risalto la condizione di crisi economica e occupazionale generale e la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro all’età della B. (che è nata nel 1953), senza avere una specifica qualificazione e avendo espletato la propria attività esclusivamente nell’ambito familiare.
La Corte pertanto ritiene che il ricorso debba essere respinto con condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi Euro 3.100, di cui 100 per spese, oltre accessori di legge e spese forfettarie. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

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