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Omicidio stradale: per la condanna non basta l’alta velocità

18 febbraio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 febbraio 2017



La velocità troppo elevata non porta necessariamente alla condanna per omicidio stradale: va altresì verificato se l’imputato guidava o meno con prudenza.

Una recente sentenza della Cassazione afferma che non basta aver superato il limite di velocità per rispondere del reato di omicidio stradale [1]. Occorre valutare se, nel caso concreto, l’imputato ha assunto un comportamento colposo (cioè imprudente o negligente), tenuto conto di tutte le circostanze verificatesi (nella specie la vittima aveva effettuato una brusca inversione a U senza segnalarla). In primo grado l’imputato è stato assolto; in secondo grado condannato. Secondo la Cassazione, però, i giudici di appello non hanno motivato adeguatamente la sentenza di condanna.

Cos’è l’omicidio stradale

L’omicidio stradale è una nuova ipotesi di reato introdotta nel marzo 2016 [2]. Con il nuovo delitto, il legislatore ha elevato le pene per «chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con la violazione delle norme sulla circolazione stradale». Si tratta di una condotta che, prima del suddetto intervento legislativo, rientrava nell’ipotesi generale di omicidio colposo [3] (nella sentenza in esame, infatti, l’imputazione è di omicidio colposo perché i fatti sono anteriori al 2016). Con la nuova legge, invece, l’omicidio stradale si stacca definitivamente da quest’ultimo reato per divenire un delitto autonomo, con pene e caratteristiche proprie.

Tanto chiarito, si deve sottolineare che per rispondere di omicidio stradale non basta aver violato il codice della strada: occorre altresì che il comportamento del soggetto sia colpevole. In poche parole, è necessario che il conducente del veicolo trascuri le basilari regole di prudenza e diligenza che la circolazione stradale inevitabilmente richiede.

Ad esempio, se un automobilista supera di poco il limite di velocità, ciò potrebbe non bastare per una sentenza di condanna. Occorre altresì verificare tutte le peculiarità del caso concreto, le condizioni di traffico, il comportamento (imprudente o meno) della vittima. In definitiva, occorre verificare se chi ha cagionato la morte di una persona l’ha fatto colpevolmente o se, al contrario, non gli si può muovere nessun rimprovero.

La sentenza della Cassazione

La Corte di cassazione, con la sentenza in esame, ha tenuto conto del principio appena esposto. Anche se si viaggia ad una velocità superiore a quella consentita e si cagiona la morte di una persona, non necessariamente si può essere condannati per omicidio stradale.

Nel caso sottoposto all’esame dei giudici, infatti, la vittima conduceva un ciclomotore privo di specchietto e targa (la vittima stessa, inoltre, non aveva il casco). Dietro il motociclista viaggiava una macchina, a velocità superiore al limite imposto dalla legge. Mentre l’auto cercava di superare il motore, senza invadere la corsia opposta, il conducente di quest’ultimo mezzo svoltava repentinamente a sinistra per effettuare un’inversione a U, in un tratto in cui ciò non era consentito e senza segnalarlo con la freccia.

Nel primo grado di giudizio, l’automobilista è stato assolto dal reato di omicidio colposo. Secondo il giudice, anche se il conducente dell’auto avesse mantenuto una velocità inferiore al limite di legge, non avrebbe potuto evitare l’impatto, perché:

  • la vittima ha svoltato improvvisamente a sinistra per effettuare una inversione a U, in un tratto in cui tale manovra non era consentita;
  • non ha segnalato in alcun modo la manovra stessa.

In pratica, l’azione del motociclista non era prevedibile e, quindi, non è ravvisabile una colpa in capo all’automobilista.

In secondo grado, tuttavia, il verdetto è stato ribaltato. I giudici di appello hanno affermato che il conducente dell’auto non si è comportato in modo prudente. Egli, anche considerando che il ciclomotore è già di per sé un mezzo instabile, avrebbe dovuto diminuire la velocità e adottare in generale un comportamento più cauto, che gli avrebbe permesso di evitare l’impatto e la conseguente morte della vittima. La Corte di appello ha dunque condannato l’imputato, che era stato assolto in primo grado.

Giunti al terzo grado di giudizio, la Cassazione ha annullato la sentenza dei giudici di appello. La motivazione sta nel fatto che la Corte di appello si è limitata a valutare il materiale probatorio acquisito in primo grado e, successivamente, a dissentire genericamente da quanto aveva affermato il primo giudice.

Secondo un principio consolidato in giurisprudenza, infatti, quando nei due gradi di giudizio si arriva a sentenze discordanti, è obbligo dei giudici di secondo grado motivare adeguatamente perché si sono discostati dall’opinione del Tribunale (cosiddetta «motivazione rafforzata»). Ciò vale, a maggior ragione, quando la prima sentenza è di assoluzione e la si ribalta con una di condanna. Il nostro ordinamento, infatti, è ispirato al principio del favor rei, secondo cui in caso di dubbio prevale sempre la soluzione più favorevole all’imputato. Per pronunciare la condanna, inoltre, la colpevolezza deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio.

Nel caso in esame, invece, la Corte d’appello si è limitata a manifestare genericamente un’opinione contraria a quella del primo giudice, senza motivare adeguatamente tale dissenso e senza rinnovare l’istruttoria già espletata in primo grado. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza di appello, rinviando la causa a giudici diversi per una nuova deliberazione sul caso.

note

[1] Cass. sent. n. 6366/2017 del 10.02.2017.

[2] Art. 589 bis cod. pen.

[3] Art. 589 cod. pen.


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