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Lo sai che? Ricattare chi parla con una prostituta è reato

Lo sai che? Pubblicato il 19 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 febbraio 2017

Estorsione per chi ricatta di pubblicare su internet le foto dell’uomo sorpreso mentre si avvicinava a una prostituta per scambiare alcune parole.

 

Scatta il reato di estorsione a carico di chi prima fotografa una persona mentre parla con una prostituta e poi la minaccia di far vedere gli scatti ad altre persone o di pubblicarle su internet o su Facebook. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Posto, peraltro, che andare a prostitute in Italia non è reato, e che pertanto non si tratta di un’azione illecita, il fatto però che il costume e la moralità lo consideri come un atto disdicevole fa sì che la minaccia possa avere la sua portata intimidatrice. Chi sfrutta questa circostanza per ottenere un indebito vantaggio, come il pagamento di una somma di denaro, commette reato. Dunque, è possibile sporgere querela nei suoi confronti.

Attenzione alla truffa della prostituta

La vicenda decisa dalla Suprema Corte ci offre l’occasione per parlare di una truffa che, di recente, si è fatta strada nei confronti dei frequentatori delle escort. Proprio nel momento in cui il cliente si avvicina alla lucciola per contrattare il prezzo, un anonimo soggetto si avvicina alla coppia con la scusa di chiedere l’elemosina o un accendino per la sigaretta. In verità questi scatta delle foto al malcapitato e, facendogli credere di essere un ispettore privato commissionato dal Comune per elevare multe nei confronti di chi va a prostitute, si fa consegnare una somma di denaro (1.000 euro) per chiudere un occhio e cancellare gli scatti. Altre volte, il truffatore ricatta la vittima facendole credere di conoscere i suoi parenti e di poter inoltrare loro, per email, le foto dell’approccio.

Inevitabile parlare di estorsione. Anche tenendo presente il peso della «minaccia» nei confronti di un uomo che, beccato a parlare con una prostituta, «chiedeva pietà e comprensione, facendo presente di essere sposato».

note

[1] Cass. sent. n. 7506/17 del 16.02.2017.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 2 febbraio- 16 febbraio 2017, n. 7506

Presidente Davigo – Relatore Rago

Fatto e diritto

1.M.G. è stato ritenuto colpevole del delitto di estorsione “perché, mediante violenza e minaccia, consistite nel seguire e fermare S.M. – che, poco prima, a bordo della sua autovettura, aveva contattato una prostituta di origini rumene – nell’intimargli di accostare, nel qualificarsi quale investigatore di un’agenzia privata delegata dal Comune di Torino per sanzionare i cittadini dediti alla consumazione di rapporti sessuali con prostitute, nel contestare, per tale ragione, una multa di 5000 Euro vantando il possesso di foto ritraenti il contatto con la prostituta, nel prospettare anche il sequestro dell’auto e che, comunque, era rovinato, che la cosa però si poteva risolvere con la dazione di una somma di 1000 Euro, costringendo in tal modo S.M. a versare la somma di 200 Euro che di fatto veniva consegnata, in una busta, presso il bar (omissis) dove veniva ritirata da P.V. (nei confronti del quale si procede separatamente), mentre M. lo attendeva all’esterno, si procuravano un ingiusto profitto con pari danno per il suddetto S. . In (omissis) “.

Il ricorrente, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo l’errata qualificazione giuridica del fatto in quanto, quella condotta avrebbe dovuto essere sussunta nell’ambito dell’art. 640/2 n. 2 cod. pen. perché la parte offesa non era stato coartato nella sua volontà ma si era determinato alla prestazione costituente ingiusto profitto dell’agente perché tratto in errore dall’esposizione di un pericolo inesistente, non dipendente dal volere dell’imputato quanto piuttosto da un altro soggetto e cioè il Comune di Torino.

2.Il ricorso è infondato.

I fatti sono pacifici e sono quelli descritti nel capo d’imputazione: “l’imputato si qualificava come un investigatore privato delegato dal Comune di Torino a sanzionare i cittadini dediti a rapporti sessuali a pagamento e gli contestava verbalmente una sanzione di Euro 5.000,00, vantando anche il possesso di fotografie che documentavano l’avvenuto contatto con la prostituta” (cfr. pag. 3 sentenza di primo grado).

Orbene, nel caso di specie, al di là della circostanza che l’imputato si qualificò – traendo in inganno lo S. – quale investigatore di un’agenzia privata delegata dal Comune di Torino, ciò che rileva è che il ricorrente, fra le varie minacce, profferì quella di essere in possesso di foto che documentavano l’avvenuto contatto con la prostituta: minaccia che piegò la volontà dello S. che “vivamente preoccupato, chiedeva pietà e comprensione facendo presente di essere sposato: appresa tale circostanza, il M. lo incalzava minacciando anche il sequestro del mezzo” (cfr pag. 9 sentenza di primo grado).

È chiaro, a questo punto che la tesi difensiva non ha più ragion d’essere in punto di fatto perché, la minaccia di utilizzare le foto, va ritenuta una minaccia che non ha alcuna correlazione con la falsa qualifica di investigatore di un’agenzia privata, potendo essere attuata realmente dal M. anche come semplice quisque de populo.

In altri termini, poiché il M. era comunque in grado di attuare direttamente quella minaccia che, per le concrete circostanze di tempo e di luogo, appariva ed era reale, correttamente il fatto è stato qualificato come estorsione e non come truffa aggravata dal pericolo immaginario.

3.In conclusione, l’impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna

il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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