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Lo sai che? Accertamento fiscale senza avviso, legittimo?

Lo sai che? Pubblicato il 20 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 febbraio 2017

Il contraddittorio preventivo con il contribuente è obbligatorio non solo nel caso di accertamento presso la sede dell’attività, ma anche nel caso di accertamento fiscale a tavolino.  

Immaginiamo di ricevere una lettera dell’Agenzia delle Entrate con cui ci comunica un accertamento fiscale per una presunta evasione e, conseguentemente, ci chiede di pagare una differenza di imposta, oltre alle sanzioni, di importo piuttosto rilevante. Andiamo all’ufficio e protestiamo: sosteniamo che, non avendo mai ricevuto un avviso preventivo che ci desse la possibilità di interloquire prima con l’amministrazione e sostenere le nostre ragioni, dimostrando la regolarità delle operazioni svolte, l’accertamento fiscale è nullo. Difatti, così facendo, l’Agenzia delle Entrate ci obbliga ora a ricorrere al giudice, con aggravi di spese, di tempi e – soprattutto – di preoccupazioni. Insomma, se l’ufficio ci avesse consultato, prima di inviare l’accertamento fiscale, ne avrebbe beneficiato sia l’Amministrazione – che ora sarà costretta a difendersi in una causa contro di noi – sia noi stessi, perché avremmo potuto esercitare il nostro diritto alla difesa garantito dalla Costituzione. Tuttavia, la risposta del funzionario dell’Agenzia delle Entrate è negativa: egli sostiene che non esiste una norma di legge che, nel caso di accertamenti a tavolino – quelli cioè eseguiti dal fisco direttamente in ufficio, senza recarsi alla sede dell’attività commerciale o professionale del contribuente – obblighi l’Agenzia delle Entrate al cosiddetto contraddittorio preventivo ossia all’invio di un avviso al cittadino e a una fase di dialogo con questi.

Chi ha ragione?

La questione dell’eventuale necessità di un contraddittorio preventivo per gli accertamenti a tavolino è, da diversi anni, al centro di un dibattito giurisprudenziale. Difatti, è vero che non esiste una disposizione che, in modo esplicito, obblighi l’amministrazione finanziaria a un confronto preventivo e informale con il contribuente tutte le volte in cui esegue gli accertamenti direttamente dal proprio ufficio. Obbligo che, invece, esiste quando l’accertamento viene eseguito presso la sede dell’attività economica o quando, iniziato con accesso presso il contribuente, viene poi proseguito in ufficio. Di tanto abbiamo parlato diverse volte, ed anche in modo approfondito, su queste stesse pagine: leggi Accertamento fiscale: obbligatorio il confronto preventivo con il contribuente e Prima di un accertamento fiscale devo essere avvisato?

Nonostante la lacuna legislativa, ed in attesa che sul punto si esprimano in via definitiva le Sezioni Unite della Cassazione, esistono già numerose sentenze secondo cui, anche nel caso di «controlli a tavolino», ossia comodamente dal computer dell’agente del fisco, senza accesso nei locali del contribuente o dell’azienda, l’amministrazione finanziaria è obbligata a redigere il verbale di chiusura delle indagini (il cosiddetto pvc), a notificarlo all’interessato e ad invitarlo, entro 60 giorni, a fornire chiarimenti di persona o presentando documenti (leggi Accertamento a tavolino, il contraddittorio è obbligatorio). Oggi, a questa sfilza di sentenze, si unisce anche l’influente Commissione Tributaria Regionale di Milano [1] secondo cui il confronto preventivo tra Agenzia delle Entrate e contribuente – da svolgersi in via amministrativa e non davanti al giudice – è necessario non soltanto nel caso di contestazione di violazioni a seguito di accesso presso la sede del cittadino, ma anche nel caso degli «accertamenti a tavolino». Pertanto, laddove l’amministrazione finanziaria intenda contestare eventuali elusioni o evasioni di imposta, anche se la verifica si è svolta in ufficio, è sempre tenuta a richiedere chiarimenti al contribuente e a osservare il termine dilatorio di 60 giorni prima di emettere l’avviso, a pena di nullità dell’atto impositivo. Questi 60 giorni servono proprio per consentire al soggetto accertato di presentare difese a proprio favore, evitando così di dover successivamente correre ai ripari mediante ricorso al giudice.

La soluzione offerta, sulla stessa questione, dalla Cassazione è stata incerta e, in altri casi, diplomatica. Secondo la Corte suprema, difatti, l’obbligo del contraddittorio preventivo per gli accertamenti a tavolino scatta solo per i cosiddetti «tributi armonizzati», ossia le imposte disciplinate dalla Comunità europea come l’Iva, che nasce da una direttiva Ue. Per le altre tasse non ci sarebbe alcun bisogno di avvisare preventivamente il contribuente prima di un accertamento fiscale. Questa conclusione però, come abbiamo appena detto, non è condivisa dai giudici di Milano per i quali, invece, il confronto preventivo è obbligatorio sempre, per qualsiasi tipo di imposta. Con la conseguenza che, in caso di mancato avviso, il contribuente può impugnare l’accertamento fiscale davanti al giudice, perché “piombatogli dalla sera alla mattina”, senza possibilità di una previa difesa, e chiedere che esso venga dichiarato nullo.

Secondo la sentenza in commento, il contraddittorio preventivo all’accertamento fiscale è conseguenza dei valori tutelati dalla nostra costituzione, in primo luogo il diritto alla difesa, oltreché espressione di civiltà giuridica. In particolare, secondo i giudici regionali l’atto impositivo emesso senza la preventiva instaurazione del contraddittorio e senza il rilascio del verbale è nullo per violazione di una vecchia legge del 1929 [2] che prescrive l’obbligatorietà delle contestazioni di violazioni di norme tributarie mediante processo verbale.

Peraltro anche la stessa Agenzia delle Entrate, con una circolare dell’anno scorso, ha raccomandato ai propri uffici di attivare comunque il contraddittorio preventivo prima di notificare una richiesta di pagamento per accertamenti fiscali. Tanto soprattutto al fine di ridurre il contenzioso tributario, che è uno dei filoni che maggiormente intasano le nostre aule giudiziarie.

note

[1] Ctr Lombardia, sent. n. 2/27/2017

[2] Art. 24 della legge 4/1929.

[3] Ag. Entrate, circolare n. 16/E del 2016.

Autore immagine: 123rf com


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