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Chi lavora senza pausa pranzo ha diritto a un’indennità?

23 febbraio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 febbraio 2017



Se il dipendente lavora per molte ore di fila senza pausa pranzo deve essere indennizzato? 

Lavoro per 6 ore di fila senza pausa pranzo: ho diritto a un’indennità per non aver goduto della pausa, oppure ai buoni pasto o a un’indennità sostitutiva di mensa?

La pausa obbligatoria giornaliera di almeno 10 minuti, per chi lavora oltre 6 ore al giorno, prevista dal decreto sull’orario di lavoro [1] non è monetizzabile: ciò vuol dire che datore e lavoratore non possono accordarsi per sostituire il riposo con un’indennità, ma questo deve essere obbligatoriamente fruito.

Il momento in cui deve essere goduta la pausa, però, è determinato dal datore, che può decidere di spostarla anche al termine dell’orario di lavoro, a differenza di quanto avviene per le pause obbligatorie per chi lavora al pc (o meglio per i videoterminalisti): queste pause, infatti, della durata di 15 minuti, devono essere obbligatoriamente fruite ogni 2 ore. Inoltre, a differenza della pausa giornaliera ordinaria sono retribuite. Vi sono pause particolari previste anche per altre categorie di lavoratori, come gli autotrasportatori.

Pausa minima

I contratti collettivi possono, comunque,  prevedere delle pause maggiori rispetto alla normativa generale e possono prevedere che il dipendente sia retribuito durante l’interruzione.

Bisogna poi sottolineare che la pausa minima di 10 minuti non si applica a tutti i lavoratori. Sono difatti escluse le seguenti categorie:

  • dirigenti, personale con funzioni direttive o avente un autonomo potere decisionale;
  • collaboratori familiari;
  • telelavoratori e lavoratori a domicilio;
  • lavoratori mobili.

Queste categorie sono escluse perché, a causa del tipo di attività esercitata, l’orario di lavoro non può essere predeterminato, oppure può essere stabilito dallo stesso lavoratore.

La pausa minima si applica, invece, ai lavoratori adibiti a mansioni discontinue o di semplice attesa.

Pausa pranzo

Se l’orario di lavoro è “spezzato” (ad esempio prevede una pausa pranzo dalle 13 alle 13,30), non è necessario che il lavoratore fruisca anche della pausa di 10 minuti prevista dalla legge, perché questa può coincidere con la pausa pranzo. Inoltre, il datore di lavoro, così come non è obbligato a retribuire la pausa di 10 minuti, non ha nemmeno l’obbligo di retribuire la pausa pranzo, a meno che gli accordi applicati non prevedano diversamente.

A questo proposito è importante evidenziare che non vanno considerati come retribuzione della pausa pranzo:

  • la somministrazione diretta di vitto da parte del datore di lavoro (ad esempio la mensa aziendale);
  • i buoni pasto, solitamente forniti se non c’è alcuna mensa aziendale; questi sono esenti da imposizione sino a 5,29 euro, se cartacei, o sino a 7 euro, se elettronici;
  • l’indennità di mensa o l’indennità sostitutiva di mensa (quest’ultima è non imponibile sino a 5,29 euro giornalieri, e può essere erogata se nella zona mancano servizi di somministrazione di alimenti e bevande).

Indennità di mensa e buoni pasto: quando spettano?

Il fatto che il dipendente lavori per molte ore di fila senza pausa pranzo, comunque, non comporta l’erogazione obbligatoria dell’indennità sostitutiva di mensa, né dei buoni pasto.

Non è obbligatorio, infatti, per l’azienda, corrispondere i buoni pasto, l’indennità sostitutiva di mensa o delle agevolazioni simili, perché questi benefici non hanno natura retributiva ma assistenziale e sono erogati obbligatoriamente solo se previsti dal contratto collettivo.

È però obbligatoria la corresponsione quando sono previsti dagli accordi collettivi per una determinata categoria di dipendenti: in questo caso, all’interno della categoria non è possibile fare discriminazioni e riconoscere i buoni, o l’indennità, solo ad alcuni, se l’orario copre la fascia dei pasti.

A tal proposito è bene ricordare che hanno diritto ai buoni pasto anche i lavoratori part time, quando non solo l’orario di lavoro copre la fascia dei pasti, pranzo o cena che siano, ma anche quando, a causa della distanza tra l’abitazione e l’azienda, non sia possibile, per il dipendente, consumare il pasto a casa propria: è quanto confermato da una recente sentenza della Corte di Cassazione [2], che ha condannato una nota società al risarcimento di un lavoratore che terminava il servizio prima dell’ora di pranzo, ma che, impiegando oltre un’ora per raggiungere casa propria, non poteva consumare il pasto né in azienda, né per conto proprio.

note

[1] D.lgs 66/2003.

[2] Cass, sent. 22702/2014.

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1 Commento

  1. Insegnò in una scuola primaria “a rischio”. Spetta una pausa per “igiene mentale”? E chi dovrebbe sorvegliare i bambini?
    Grazie

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