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Lo sai che? Il datore di lavoro rivuole indietro parte dello stipendio: che fare?

Lo sai che? Pubblicato il 17 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 marzo 2017

Sono dipendente di uno studio associato di commercialisti. Da 3 anni i titolari mi intimano di restituire in contanti parte dello stipendio. Come posso tutelarmi?

L’accordo imposto dal datore alla lettrice è innanzitutto da considerarsi illegittimo, in quanto viola la norma del codice civile [1] ai sensi del quale il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, senza alcuna diminuzione di retribuzione. Tale divieto di diminuzione retributiva (cosiddetto principio di irriducibilità della retribuzione), non importa se disposta dal solo datore oppure concordata, vale in ogni caso in cui il compenso pattuito, anche in sede di contratto individuale per il lavoro da svolgere, venga ridotto. Ciò salvo si tratti di compenso connesso a particolari circostanze di tempo o di luogo nelle quali sia resa la prestazione lavorativa: ad esempio, nel caso in cui una voce retributiva sia legata ad un certo rischio o ad un disagio ambientale. Ogni patto contrario è pertanto nullo.

Lo stesso codice civile [2] sancisce l’annullabilità delle rinunzie e delle transazioni accettate dal lavoratore, che siano lesive di diritti del prestatore stesso derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi. La norma consente, quindi, al lavoratore, che abbia accettato un accordo in base al quale vengono violate norme poste a tutela della sua posizione e/o pregiudicati diritti inderogabili che la legge gli accorderebbe, di impugnare e porre nel nulla l’accordo stesso ed i suoi effetti. Tale impugnazione, per le rinunzie e transazioni concordate nel corso del rapporto di lavoro, deve essere fatta dal lavoratore, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla cessazione del rapporto stesso.

Nel caso di specie, quindi, stante l’illegittimità dell’accordo imposto alla lettrice, quest’ultima potrà porne nel nulla gli effetti, una volta cessato il rapporto (se al momento teme ritorsioni del proprio datore), impugnandolo entro sei mesi dalla cessazione stessa. L’impugnazione può essere fatta con qualsiasi atto scritto del lavoratore, idoneo a renderne nota la volontà. Tuttavia sarà ardua, nel caso di specie, la prova circa la restituzione di parte della retribuzione in contanti, non essendo tale pagamento “tracciabile” e risultando, dal prospetto paga mensilmente rilasciato e dall’estratto conto della lavoratrice, il pagamento da parte del datore di una somma effettivamente corrispondente alle previsioni del contratto di lavoro in essere. Di conseguenza, per tutelarsi dalla possibile futura impossibilità di dimostrare le proprie pretese, la lettrice  dovrà cercare di precostituirsi prove utili a tal fine, pretendendo ad esempio che l’accordo in questione venga formalizzato per iscritto e/o che il datore le rilasci mensilmente una ricevuta dallo stesso sottoscritta, che attesti la restituzione della somma di volta in volta restituita.

Infine, la condotta del datore di lavoro in questione può considerarsi rilevante anche dal punto di vista penale ed in particolare riconducibile al reato di estorsione [3]. L’estorsione si configura quando un soggetto, con violenza o minaccia, costringe qualcuno a fare od omettere qualche cosa, al fine di trarne un ingiusto profitto con altrui danno. Nel caso specie si tratterebbe, peraltro, di estorsione aggravata per avere il datore di lavoro commesso il fatto con abuso di relazioni d’ufficio e di prestazione d’opera [4].

Per proporre querela nei confronti del datore di lavoro, trattandosi di fattispecie aggravata di reato, non vi sono termini di decadenza da rispettare.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini

note

[1] Art. 2013 cod. civ.

[2] Art. 2113 cod. civ.

[3] Previsto e punito dall’art. 629 cod. pen.

[4] Art. 61, n. 11, cod. pen.


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