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Lo sai che? Zio invalido: la nipote acquisita può fruire dei permessi 104?

Lo sai che? Pubblicato il 16 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 marzo 2017

Mia moglie, in qualità di affine del terzo grado, ha chiesto di usufruire dei 3 giorni di permesso retribuito mensili (legge 104) per assistere mio zio, ma si è vista rifiutare la richiesta. È corretto?

Al fine di rispondere al quesito posto è necessario fare chiarezza su quale sia la normativa di riferimento in materia di permessi per assistere un familiare affetto da handicap o da una patologia invalidante poiché molteplici sono le leggi che disciplinano la materia previdenziale.

Il nostro ordinamento è ispirato a principi di assistenzialismo ed in tale ottica prevede una serie di misure a sostegno sia di coloro che versano in condizioni di bisogno sia dei cittadini che necessitano di prendersi cura dei propri familiari in adempimento dei doveri morali che gravano su ognuno di noi. Più in particolare, con la legge n. 104 del 5 febbraio 1992, rubricata «Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate», il legislatore ha individuato le misure assistenziali da riconoscere ai cittadini bisognosi di aiuto ed ai loro familiari. Le finalità perseguite dal legislatore sono le seguenti:

  • garantire il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata promuovendone la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società;
  • perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali ed assicurare i servizi e le prestazioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle minorazioni, nonché la tutela giuridica ed economica della persona handicappata;
  • predisporre interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale della persona handicappata.

Preliminarmente è bene precisare cosa intende il legislatore per persona portatrice di handicap. Secondo la l. n. 104/1992 è persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. I soggetti affetti da handicap hanno diritto a ricevere le prestazioni previste dalla legge citata in base alla natura ed alla consistenza della minorazione, alla capacità complessiva individuale residua ed all’efficacia delle terapie riabilitative. Qualora la minorazione (che può consistere in una sola patologia o in una molteplicità di problematiche) abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità.

Al fine di provvedere alla cura ed al sostegno della persona affetta da handicap o da una patologia considerata grave il legislatore prevede una pluralità di misure volte a consentire al lavoratore dipendente di assentarsi dal posto di lavoro senza temere il rischio del licenziamento. Tra di esse la legge n. 104 del 1992 riconosce al lavoratore dipendente il diritto di usufruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, fruibile anche in maniera continuativa.

Presupposto fondamentale per poter accedere al beneficio ora indicato è essere un lavoratore dipendente, pubblico o privato, e dover assistere un familiare affetto da handicap in condizione di gravità.

Secondo l’articolo 33 della legge richiamata i familiari che possono richiedere il permesso sono:

  • il coniuge della persona portatrice di handicap;
  • il parente o affine entro il secondo grado.

Una recente modifica alla legge n. 104/1992 [1], ha ampliato il novero dei soggetti legittimati a fruire del permesso di tre giorni retribuiti estendo siffatta possibilità anche ai parenti o agli affini entro il terzo grado purché i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Riassumendo, quindi, attualmente i soggetti legittimati a chiedere il permesso di tre giorni sono:

  • il coniuge della persona portatrice di handicap;
  • il parente o affine entro il secondo grado;
  • il parente o affine entro il terzo grado purché i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Per “mancanza” di uno dei familiari indicati nell’elenco richiamato si intende qualunque situazione di assenza, naturale o giuridica, continuativa ed adeguatamente accertata dall’autorità giudiziaria o da altra pubblica autorità. Si pensi, ad esempio, all’ipotesi di separazione personale dei coniugi o al caso di abbandono del familiare.

Tanto premesso con riguardo alla disciplina generale in materia di misure di assistenza alle persone affette da handicap e limitatamente alla problematica posta, si può ora rispondere al quesito del lettore. Sua moglie potrebbe avere diritto ad usufruire dei tre giorni di permesso in quanto affine di terzo grado per assistere lo zio in condizione di handicap grave esclusivamente qualora ricorra il requisito ulteriore e, cioè, qualora la coniuge dell’anziano zio che si occupa della sua assistenza abbia a sua volta compiuto i sessantacinque anni di età oppure sia affetto da patologie invalidanti o sia mancante (potendosi escludere ovviamente nel suo caso l’ipotesi del decesso). Il predetto diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Giovanna Pangallo

note

[1] Introdotta con l. n. 183 del 04.11.2010.


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