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Se lei non paga il mutuo sulla casa posso ridurre il mantenimento?

11 marzo 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 marzo 2017



Sono separato e ho due figli minori che abitano con la madre nella casa coniugale. Casa in comproprietà e con un mutuo cointestato che paghiamo entrambi, avendo pari reddito. Da circa un anno, però, la mia ex si rifiuta di pagare la sua quota, gravando così tutto su di me. Posso chiedere una riduzione dell’assegno di mantenimento?

In linea generale, il contratto di mutuo deve considerarsi autonomo rispetto alle questioni economiche riguardanti la separazione dei coniugi sicché il giudice non entra (né ha il potere di farlo) al momento della decisione, nelle condizioni contrattuali stipulate da uno o entrambi i coniugi con la banca. D’altro canto a quest’ultima non interessa in alcun modo che tra le parti contraenti (che ben potrebbero essere diverse da due coniugi) i rapporti si siano incrinati; essa sarà, com’è ovvio, interessata in via esclusiva alla loro solvibilità.

Il mutuo ha un peso sull’assegno di mantenimento

Ciò detto, tuttavia, non esclude che il giudice possa tenere conto – nell’ambito di un giudizio di separazione – di tale esborso o che i coniugi non possano trovare un accordo che riesca a contemperare le esigenze di ciascuno (come di fatto sembra essere avvenuto – almeno inizialmente – nel caso del lettore).

Se pure, infatti, il giudice della separazione non può interferire sulle condizioni del contratto di mutuo, comunque è sempre bene che gli siano fornite tutte le informazioni necessarie per poter prendere adeguati provvedimenti di natura economica; anche l’onere del mutuo, infatti, è un costo di cui è importante che egli tenga conto al pari di tutte le altre spese prima di determinare la quota del mantenimento per l’altro coniuge e/o per la prole.

In tal senso, la Suprema Corte [1] ha affermato che se, ad esempio, sia fatto rilevare nel giudizio che il mutuo sulla casa coniugale grava per intero sul marito, quando invece essa sia assegnata alla moglie, il magistrato può legittimamente prevedere una riduzione dell’assegno di mantenimento in favore di quest’ultima. In questo caso, infatti, viene a crearsi una sproporzione economica tra le capacità di reddito delle parti che il giudice dovrà considerare nella determinazione dell’assegno.

Al pari, il giudice potrà anche imporre a carico di un genitore, come modalità di adempimento dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli, il pagamento delle rate di mutuo gravante sulla casa familiare, trattandosi non solo di una voce di spesa determinata, ma anche strumentale alle esigenze cui il mantenimento è finalizzato [2].

Che succede se uno dei coniugi smette di pagare il mutuo?

Se questo è vero, ritengo pertanto che il discorso possa essere trasposto (e che perciò il giudice possa pronunciarsi con una delle modalità su descritte) anche al caso in cui il coniuge si trovi di punto in bianco nella situazione di dover sopperire al mancato pagamento del mutuo da parte dell’altro.

Ora, anche se non è possibile evincere dalla lettura del quesito se si stata fatta espressa menzione negli accordi di separazione dell’esistenza di un mutuo cointestato, di certo però può dirsi che gli accordi così raggiunti abbiano dato per presupposto che l’accollo del debito con la banca fosse avvenuto da parte di ambo i coniugi.

Essendosi, però, questa circostanza (del mancato pagamento) verificata dopo l’omologa della separazione da parte del Tribunale, l’unico modo per ottenere un nuovo e diverso provvedimento (nel senso prospettato dal lettore) sarebbe quello di fare una nuova domanda al giudice per chiedere la modifica delle condizioni della separazione.

Cosa si può chiedere al giudice se l’ex non paga il mutuo sulla casa coniugale?

Infatti, tutti i provvedimenti adottati con la sentenza di separazione, possono essere modificati al sopravvenire di giustificati motivi [3], in quanto si tratta di decisioni dipendenti dalle circostanze esistenti al momento in cui vengono pattuiti dalle parti (in caso di separazione consensuale) o stabiliti dal giudice (in caso di separazione giudiziale).

In particolare, la modifica può essere richiesta nel caso in cui sopraggiungano nuove circostanze rispetto a quelle esistenti al momento della sentenza. E certamente, il fatto che la moglie del lettore non stia più pagando il mutuo sulla casa coniugale è una circostanza nuova che costringe il marito a far fronte a grossi sacrifici, anche finalizzati ad evitare che l’istituto di credito possa aggredire l’immobile, atteso che il debito è stato contratto in solido da entrambe le parti.

Nel contesto di una istanza di modifica, il lettore potrà chiedere espressamente al giudice di:

– ridurre l’importo dell’assegno per i figli, stante il raddoppio della cifra che sta pagando sulla casa assegnata alla moglie (circostanza che sarà facile per lui provare)

– e, in subordine, di rideterminare l’importo di detto assegno nella diversa quantità ritenuta di giustizia.

Naturalmente, prima della proposizione di detto ricorso, sarà opportuno che il lettore inviti la moglie ad un accordo bonario (anche finalizzato alla sottoscrizione di una scrittura privata), soprattutto nell’interesse dei due minori. Ciò non solo per motivi strettamente psicologici (i minori percepiscono e soffrono molto le tensioni e gli attriti in atto tra i genitori) ma anche eminentemente pratici (da questa situazione potrebbe conseguire la difficoltà del lettore a versare costantemente l’assegno previsto nella separazione).

In subordine, ritengo che – nel caso in cui la condotta della donna, protratta nel tempo, ponga l’uomo a serio rischio di non poter provvedere appieno al mantenimento dei due figli, possano sussistere anche i presupposti per esperire una domanda diretta a chiedere al giudice la «soluzione delle controversie insorte tra i genitori in caso di inadempienze o violazioni» riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell’affidamento [4]. Sicuramente, infatti, la condotta della donna può recare pregiudizio ai minori poiché crea il rischio che, nel tempo, il marito non possa non essere più in grado di sopportare i costi del loro mantenimento.

Si tratta di una domanda a seguito della quale il giudice convoca le parti e adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:

  • ammonire il genitore inadempiente;
  • disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
  • disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
  • condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria ( da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende).

Un’ulteriore azione esperibile, in mancanza assoluta di collaborazione da parte della moglie – ove il lettore non fosse in grado di sostenere al contempo i due esborsi (del mutuo e del mantenimento) – è quella di una denuncia penale per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [5].

A riguardo, infatti, la Suprema corte ha chiarito [6] come la casa coniugale rappresenti uno di quei mezzi di sussistenza che vanno garantiti al coniuge e ai minori dopo la separazione. Se, pertanto, il coniuge che si è obbligato con la banca a versare le rate del mutuo ne interrompe il relativo pagamento, rischia di far perdere alla famiglia l’abitazione.

L’altro coniuge (che può essere il beneficiario dell’assegno, ma anche chi lo versa) può di conseguenza ben trovarsi nella condizione di dover utilizzare (come sta avvenendo al lettore) i propri introiti per saldare i debiti con la banca anziché provvedere alle necessità proprie e dei figli (che vanno al di là dei bisogni primari ed essenziali). In tal caso il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare scatta comunque, in quanto – ha precisato la corte – non occorre che il familiare abbia agito con la precisa intenzione di far mancare ai familiari i mezzi di sussistenza, ma è sufficiente il fatto oggettivo che la famiglia sia stata privata, di fatto, del mantenimento.

In ogni caso, al di là della esperibilità di tutti queste azioni giudiziarie, il consiglio per il lettore è quello di orientarsi in futuro su un approccio differente e più “meditato”. L’ impressione ricevuta dalla lettura della vicenda, infatti, è che l’accordo di separazione raggiunto tra i coniugi sia stato frutto di un procedimento frettoloso o quantomeno stereotipato e, con tutta probabilità, non espressione di una piena volontà e dei bisogni delle parti.

Sarà bene quindi valutare con maggior attenzione la possibilità di rivedere le condizioni economiche della separazione, al fine di poter procedere con una domanda congiunta di modifica degli accordi, anche avvalendosi del nuovo strumento della negoziazione assistita da avvocati.

note

[1] Cass. sent. n. 15333/2010.

[2] Cass. sent. n. 20139 del 3.09.13.

[3] Art 156 ult. co. cod. civ.

[4] Art. 709 ter cod. proc. civ.

[5] Art. 570 cod. pen.

[6] Cass., sent. n. 33023/14.

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