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Lo sai che? Si può rubare alla moglie o al marito?

Lo sai che? Pubblicato il 24 febbraio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 febbraio 2017

Non sono punibili i furti ai danni del coniuge, salvo sia intervenuta separazione o si tratti di reato di rapina, estorsione e sequestro. 

Se rubi un oggetto a un parente stretto non commetti furto e non puoi essere querelato: difatti il codice penale [1] stabilisce che non scatta il reato quando si ruba alla propria moglie o al marito. Stesso discorso vale per i figli o i genitori, oppure per un fratello o una sorella purché convivente. In questi casi, insomma, verrai assolto dall’accusa di furto: anzi, il termine corretto è «prosciolto» perché, anche se il reato in astratto esiste eccome, non si può però procedere contro i propri parenti, quando sono così stretti.

Quindi se ti appropri di un cellulare, un portafogli, un gioiello, un semplice libro o qualsiasi altro oggetto acquistato da tuo marito o tua moglie non commetti alcun reato.

Che può fare allora la vittima? Se la coppia ha optato per il regime di comunione dei beni, poiché le cose acquistate dopo il matrimonio si considerano sempre a metà, questi può richiedere che venga ripristinata la comunione. Il che si sostanzia in una azione civile volta a ottenere la restituzione del 50% del valore del bene o l’acquisto di un nuovo bene uguale a quello sottratto. Una sorta, insomma, di «risarcimento del danno». Ma nient’altro. Si può rubare alla moglie o al marito perché, almeno sotto il profilo penale, non c’è alcun reato.

Fanno eccezione le ipotesi in cui la condotta di chi si appropria dell’oggetto del coniuge non integra il semplice furto, ma la rapina [2], l’estorsione [3] o il sequestro a scopo di estorsione [4]. In particolare la rapina, a differenza del furto, presuppone che l’azione dell’impossessamento dell’oggetto altrui sia avvenuta con «violenza alla persona o minaccia». Quindi se la violenza viene commessa ai danni della cosa (ad esempio, la rottura di un lucchetto), il reato non scatta.

Quindi basterebbe la richiesta di ottenere la consegna di un cellulare o di una somma di denaro, sotto minaccia, per integrare nuovamente il reato ed essere in questo caso puniti [5].

La norma però è stata fortemente criticata dalla Corte Costituzionale [6] la quale, di recente, pur non dichiarando illegittimo tale articolo, ha sollecitato un immediato intervento del legislatore per cancellare tale previsione. Secondo la Consulta la protezione assoluta stabilita intorno al nucleo familiare, a prezzo dell’impunità per fatti lesivi dell’altrui patrimonio, non risponde più all’esigenza di garantire i diritti individuali e gli stessi doveri di rispetto e solidarietà, che proprio all’interno della famiglia dovrebbero trovare il migliore compimento.

Non vi è dubbio che tale norma – ispirata ad un criterio di rigida tutela della istituzione familiare e della sua coesione, attuato a discapito dei diritti individuali dei componenti del nucleo e dello stesso interesse pubblico alla repressione dei reati – debba essere valutata «alla stregua dell’attuale realtà sociale».

Sul piano dei rapporti patrimoniali, alla tradizionale comunanza di interessi si affianca oggi, e in molti casi si sostituisce, la reciproca autonomia economica dei componenti il nucleo familiare. Un regime formale di comunione, salva diversa opzione, regola la relazione patrimoniale fra i coniugi ed incide profondamente sugli ambiti di applicazione delle norme penali poste a tutela della proprietà. D’altro canto, si percepisce con immediatezza la frequenza assai maggiore dei casi di plurima e indipendente acquisizione di redditi ad opera dei componenti la famiglia, in un maturo contesto di uguaglianza tra i coniugi, e dunque di loro autonomia nel concorso alle scelte di gestione delle esigenze riferibili al nucleo comune.

Non stupisce, dunque, che una causa di non punibilità concepita in epoca segnata dal ruolo dominante del marito e del padre, sia posta oggi in discussione: la protezione assoluta stabilita intorno al nucleo familiare, a prezzo dell’impunità per fatti lesivi dell’altrui patrimonio, non è più rispondente all’esigenza di garantire i diritti individuali e gli stessi doveri di rispetto e solidarietà, che proprio all’interno della famiglia dovrebbero trovare la massima tutela.

note

[1] Art. 649 cod. pen.

[2] Art. 628 cod. pen.

[3] Art. 629 cod. pen.

[4] Art. 630 cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 1674/2016: «I reati consumati di rapina, estorsione e sequestro di persona a scopo di estorsione restano esclusi dall’area di applicabilità della previsione dell’art. 649 c.p., pur se posti in essere senza violenza alle persone, bensì con la sola minaccia (confermata la condanna nei confronti dell’imputata, che aveva posto in essere una serie di minacce eseguite, sia personalmente che tramite sms, nei confronti del marito, dal quale si stava separando legalmente, con la prospettiva che se non le avesse concesso quanto da lei richiesto avrebbe continuato a molestarlo durante il servizio, in modo tale da indurre il datore di lavoro a licenziarlo, facendosi, in tal modo, consegnare somme di denaro in misura maggiore rispetto a quelle stabilite nel provvedimento di separazione legale)».

[6] C. Cost. sent. n. 223/2015.


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