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Dipendente uomo, si può licenziare se si sposa?

26 febbraio 2017


Dipendente uomo, si può licenziare se si sposa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 febbraio 2017



Il licenziamento del lavoratore uomo si presume discriminatorio se intervenuto tra la data delle pubblicazioni del matrimonio a un anno dopo la celebrazione delle nozze.

Il divieto di licenziamento per matrimonio non si applica solo alle lavoratrici donne, ma anche all’uomo: pertanto l’azienda non può licenziare il dipendente di sesso maschile nel periodo che va tra le pubblicazioni di matrimonio a un anno dopo le nozze. La norma che stabilisce tale previsione [1], infatti, non mira a salvaguardare tanto le pari opportunità tra uomo e donna, quanto piuttosto il diritto a formarsi una famiglia. È quanto precisato dal tribunale di Vicenza in una recente sentenza [2]. Ma procediamo con ordine.

È possibile licenziare un dipendente in prossimità del matrimonio?

In teoria, la legge consente di licenziare un dipendente – uomo o donna che sia – in concomitanza del matrimonio (o meglio, dalla data delle pubblicazioni di matrimonio fino a un anno dopo la celebrazione della funzione), ma solo se il datore di lavoro riesce a dimostrare che ricorre una delle seguenti condizioni:

  • colpa grave da parte del lavoratore o della lavoratrice; tale colpa deve integrare una giusta causa di licenziamento (ossia in tronco, senza preavviso);
  • cessazione dell’attività dell’azienda cui il dipendente è addetto;
  • ultimazione della prestazione per la quale il dipendente o la dipendente è stato/a assunto/a o di risoluzione del rapporto di lavoro per la scadenza del termine.

Se non sussiste nessuna delle seguenti ipotesi oppure, pur sussistendo, il datore di lavoro non riesce a provarlo, il licenziamento è nullo perché si presume essere discriminatorio.

A chi si applica il divieto di licenziamento per matrimonio?

A leggere bene la norma appena citata ci si accorge che il legislatore ha usato la forma femminile, così facendo comprendere di riferirsi esplicitamente solo alle dipendenti di sesso femminile. E, difatti, si è sempre ritenuto che il divieto di licenziamento per matrimonio fosse volto a garantire la parità di genere e, in definitiva, la lavoratrice dal rischio di discriminazione. In un’epoca in cui, quasi subito dopo il matrimonio, la donna “andava in gravidanza”, era facile pensare che le nozze potessero costituire un “pericolo” per l’azienda che, in questo modo, con il licenziamento in anticipo, si cautelava dal pericolo di pagare uno stipendio a una lavoratrice assente. Così, sebbene con molto ritardo, il legislatore ha imposto il divieto di licenziamento salvo i tre motivi appena elencati.

Oggi però la sentenza in commento estende la tutela anche ai dipendenti di sesso maschile. Questo perché l’intento della legge è quello di tutelare, prima ancora che le discriminazioni uomo-donna, la famiglia in sé e la scelta di contrarre matrimonio.

Benché la lettera della legge parli di «licenziamento della dipendente», si può ritenere che siamo in presenza di una «lacuna della disciplina da colmare in via interpretativa». Del resto una diversa interpretazione sarebbe in contrasto con le norme della comunità europea [3] e finirebbe stavolta per discriminare gli uomini. Del resto non dimentichiamo che, un tempo, la legge [4] garantiva solo alle donne i benefici per la maternità mentre oggi anche gli uomini hanno i congedi parentali.

Dunque se il licenziamento del lavoratore uomo o donna avviene dalla pubblicazione delle nozze fino a un anno dopo la celebrazione esso si presume a causa del matrimonio e spetta al datore provare che invece è avvenuto per giusta causa, cessazione dell’azienda o soppressione del posto.

note

[1] Art. 35 d.lgs n. 198/06.

[2] Trib. Vicenza, ord. del 24.05.2017.

[3] Direttiva n. 76/207/Ce.

[4] D.lgs. n. 151/01.


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