Diritto e Fisco | Articoli

Legge offese su Facebook


Legge offese su Facebook

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 febbraio 2017



Qual è la legge che punisce gli insulti su Facebook? Cosa fare per difendersi e per ottenere il risarcimento del danno? La differenza tra ingiuria e diffamazione.

Se sei stato vittima di oltraggi e insulti su internet e, in particolare, su Facebook e, prima di far valere le tue ragioni davanti a un giudice o di sporgere denuncia ai carabinieri o alla polizia postale, ti stai chiedendo qual è la legge che punisce le offese su Facebook è bene che tu sappia che non esiste alcun articolo o norma che si riferisca specificamente alle offese su Facebook. Si continuano ad applicare, pertanto, le stesse norme previste per i comuni insulti che avvengono nella realtà quotidiana, quella cioè fuori dal web, ma con alcune particolarità di cui a breve parleremo. Quindi la legge sulle offese su Facebook altro non è che l’articolo del codice penale che sanziona la diffamazione [1] o l’articolo della legge speciale del 2016 che sanziona l’ingiuria [2]. Ma procediamo con ordine.

Quali sono le offese su Facebook?

Le offese su Facebook possono avvenire in due forme diverse:

  • in via riservata, ad esempio in una chat a due o in un messaggio comunque privato non visibile a nessun altro se non a chi offende e alla vittima. In tal caso siamo dinanzi a una ingiuria. L’ingiuria, dall’anno scorso, non è più reato, ma un semplice illecito civile. In buona sostanza questo significa che se hai ricevuto un messaggio privato su Messenger o, comunque, su una chat a due, e il tuo interlocutore ti ha offeso, l’unica cosa che puoi fare è stampare la conversazione e portarla a un avvocato affinché avvii una causa di tipo civile e chieda il risarcimento del danno. Sul punto, però, torneremo a breve,
  • in forma pubblica, ad esempio con un messaggio pubblicato su una bacheca – anche se aperta a una cerchia limitata di amici – o con un commento a un post. In tal caso, invece, siamo davanti a una diffamazione, comportamento che, a differenza dell’ingiuria, è ancora reato. In tal caso puoi sporgere denuncia-querela presso la polizia postale o il più vicino comando dei carabinieri. In alternativa potresti redigere tu stesso la querela (o farla scrivere al tuo avvocato) e poi depositarla direttamente alla Procura della Repubblica del tribunale più vicino alla tua residenza.

Qual è la differenza tra ingiuria e diffamazione?

Da quanto abbiamo appena detto, è chiara anche la differenza tra ingiuria e diffamazione:

  • nell’ingiuria l’offesa viene comunicata, in forma riservata e non pubblica, solo alla vittima. L’ingiuria non è un reato, ma solo un illecito civile. Per cui tutto ciò che si può fare è avviare una causa per ottenere il risarcimento. In caso di condanna, il giudice obbliga il colpevole a pagare, oltre all’indennizzo al danneggiato, anche una sanzione pecuniaria allo Stato che parte da un minimo di 100 euro a un massimo di 8mila;
  • nella diffamazione, invece, l’offesa viene comunicata a due o più persone, quindi in pubblico e in modo che tutti possano percepirla. Non conta quante persone, concretamente, leggano il post diffamatorio scritto su Facebook: basta la semplice possibilità di lettura. Si deve trattare, comunque, di non meno di 2 persone. Per cui l’offesa comunicata solo a una persona (ad esempio, Tizio parla male di Caio a Sempronio) non costituisce né reato, né illecito civile e, pertanto, non si possono chiedere neanche i danni. Si potrebbe però configurare un disegno preordinato volto a parlare male di una persona davanti ad altre persona, ma con ciascuna di esse in via riservata (ad esempio, Giovanni parla male di Antonio prima con Armando, dopo poco con Claudio, dopo ancora con Giuseppe, con Francesco, ecc.).

Per come diremo a breve, la diffamazione su internet subisce un’aggravante particolare proprio per via dell’utilizzo del mezzo pubblico utilizzato e dell’alta forma di viralità che esso comporta.

Quale legge punisce le offese su Facebook?

Come abbiamo anticipato in apertura, per le offese su Facebook non esiste una legge speciale, ma si applicano le norme che valgono per i comuni casi di ingiuria e diffamazione. In particolare:

  • per l’ingiuria su Facebook si applica l’articolo 4 del decreto legislativo n. 7 del 2016, in base al quale: «Soggiace alla sanzione pecuniaria civile da euro cento a euro ottomila chi offende l’onore o il decoro di una persona presente, ovvero mediante comunicazione telegrafica, telefonica, informatica o telematica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa;
  • per la diffamazione su Facebook si applica, invece, l’articolo 595 del codice penale, in base al quale: «Chiunque (…) comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro».

Diffamazione su Facebook: c’è l’aggravante

L’uso dei social network e la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet o Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata [3], in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato di persone. Tanto è stato ribadito più volte dalla Cassazione [4].

Ho subito un’offesa su Facebook: cosa posso fare?

Nel caso in cui sia stato pubblicato un post diffamatorio o comunque offensivo, oppure un commento o una foto che rovini la tua reputazione puoi sporgere querela. Tale comportamento integra l’ingiuria che, come detto, è ancora reato. Se il colpevole ha utilizzato un account falso (fake) sarà più difficile la sua identificazione in quanto sarà necessario presentare la denuncia alla polizia postale affinché individui il responsabile, attraverso una richiesta a Facebook; ma la società americana non è sempre così incline e solerte a collaborare per un comportamento – l’ingiuria appunto – che negli Stati Uniti non è reato.

In ogni caso, per denunciare un’offesa su Facebook puoi farti assistere da un avvocato o fare tutto da solo. Noi abbiamo scritto alcune guide sull’argomento (leggi Si può denunciare per offese e insulti e Offese e calunnie su Facebook).

Per procurarti la prova potresti stampare la pagina e farla autenticare da un notaio o, in modo più economico, chiedere a un amico di vedere il post e testimoniare in udienza.

Se però preferisci restare lontano da giudici e polizia, potresti comunicare l’offesa a Facebook stesso tramite il sistema di segnalazione degli abusi. Tutto ciò che devi fare è andare sul profilo del responsabile cliccare sul bottone “Segnala/Blocca”, a forma di ingranaggio, posto in alto a destra. Segui poi le istruzioni a video, estremamente semplici.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Art. 4 d.lgs. n. 7/2016.

[3] Ai sensi dell’Art. 595, 3 co., cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 8482/17.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 23 gennaio – 22 febbraio 2017, n. 8482
Presidente Palla – Relatore Catena

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza impugnata la Corte di Appello di Bologna, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Ferrara in data 02/05/2013, con cui la P.M.A. era stata assolta dal delitto di cui agli artt. 81, comma 2, 595, commi 1, 2, 3, c.p. – perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, utilizzando internet e quindi con un mezzo di pubblicità, ed in particolare, tra gli altri, il sito (omissis) e, quindi, comunicando con un numero indeterminato di persone, offendeva la reputazione di T.M. , ricercatrice di storia moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di (…), la quale le aveva prestato assistenza per l’elaborazione di una tesi di laurea consistente nella trascrizione di un manoscritto ed in uno studio introduttivo all’edizione, scrivendo messaggi relativi a T.M. nei quali attribuiva alla stessa un fatto determinato, ossia la copiatura della tesi di laurea della P. dal titolo (omissis) , pubblicando il libro dal titolo (omissis) . Messaggi del seguente tenore: in data (omissis) pubblicava su sito (omissis) uno scritto dal titolo (omissis) , scrivendo: (omissis) di T.M. . Il “signor” in questione non è poi così giovane, è vecchio, ha quasi dieci anni, si direbbe la fotocopia del signore de (omissis) . Insomma, per farla breve, T.M. si è copiata la mia tesi, ci ha messo il suo nome sopra e se l’è pubblicata guarda caso con la (…), grazie al finanziamento dell’Università di (…)”; in data (omissis) pubblicava sul sito (omissis) uno scritto dal seguente tenore: “Volete comprare l’ultimo libro di T.M. ? Allora vi vendo la mia tesi di laurea (omissis) . Il mio nome P.M.A. . La mia tesi regolarmente depositata otto anni fa all’Università degli studi di (…), è identica al libro della T. , o meglio non confondiamoci, è il libro della T. che è identico alla mia tesi!!! Proprio così, al pregevole dottoressa ha copiato tutto il mio lavoro”; pubblicava sul sito (omissis) uno scritto senza data del seguente tenore: “Recentemente T.M. ha dato alle stampe un libro davvero interessante (omissis) , a cura di B. G.P., un libro che, a parte ridicole integrazioni tipo fumo negli occhi di documenti arcinoti, è interamente copiato dalla mia tesi di laurea”; in data (omissis) pubblicava su sito (omissis) uno scritto dal seguente tenore: “Sono laureata da più di dieci anni per caso ho scoperto la mia tesi ((omissis) ) interamente copiata e pubblicata da T.M. col titolo (omissis) . Ci vuole una gran faccia tosta ad impadronirsi del lavoro altrui in questo modo. Il guaio è che il mio caso non è un fatto eccezionale, un fatto sporadico. All’università il plagio è la prassi, ma nessuno ne parla, perché nessuno osa pestare i calli ai professori legati a doppio filo alla politica, alla chiesa, all’editoria”; in data (omissis) pubblicava si sito (omissis) uno scritto del seguente tenore: “Brava la dottoressa T. col copia ed incolla! A pag. 19 del suo capolavoro di sublime copiatura mi ringrazia. Ogni lavoro è un dono, eppure non mi ricordo di averle mai regalato niente! Già nel (…) la T. pubblicava un intervento (omissis) in (omissis) a cura di B. G.P., completamente stralciato dalla mia tesi. Il curatore è quel democratico di B. , che otto anni fa mi ha detto, testuali parole: Chi non ha soldi all’università non ci deve venire…. L’esimio professore sa benissimo che la T. non solo si è pubblicata una trascrizione fatta per prima da me, ma ha copiato tutto lo studio sul documento che io e soltanto io ho fatto. Poi, e qui si vede il tocco del maestro, quei ringraziamenti all’insegna della correttezza. Davvero commovente! Ho in mente un posto dove potrebbe infilarseli!”, in data (omissis) sul sito (omissis) pubblicava uno scritto del seguente tenore: “Proprio così la pregevole dottoressa ha copiato tutto il mio lavoro trascrizione, commento, analisi critica di un documento inedito del settecento e se l’è pubblicato col suo nome sopra M.L. , della (…), che ho contattato per esporle il mio caso, mi ha risposto: Sono cose che succedono! Brava! Continuiamo a farle accadere, tanto si sa che l’università italiana è un’elitaria fogna dove lavorano solamente raccomandati. Lecchini e puttane!”; in data (omissis) sul sito (omissis) pubblicava uno scritto dal seguente tenore. “Lascio a chi legge ogni commento. In risposta al prof. Te.An. , caro amico della T. , il quale si sente indignato e dice che dovrei vergognarmi, rispondo che la vergogna la lascio tutta a lui ed alla crema universitaria della quale fa parte, quella crema che galleggia sull’acqua per intenderci! Dico anche che l’operazione di gettare fumo negli occhi della gente che legge gli articoli sul web non serve. Il prof. afferma che si possono fare citazioni quando si nomina l’autore in bibliografia. La scoperta dell’acqua calda! Avevo bisogno del suo illuminato parere per svelare un arcano del genere. Dice bene Te. , CITAZIONI. So perfettamente distinguere tra una citazione bibliografica ed un lavoro di mera COPIATURA e T.M. HA COPIATO LA MIA TESI, TUTTO IL RESTO È NOIA!!!”; in data (omissis) sul sito (omissis) pubblicava uno scritto dal seguente titolo “( omissis) ” dal seguente tenore: “B.G.P. cattedratico re, tentacolare docente con le mani in ops, i tentacoli, in pasta, dappertutto, cura un libro interessante: (omissis) di T.M. , regina. Peccato che il signore in questione non sia poi così giovane, è vecchio, ha quasi dieci anni, si direbbe la fotocopia del signore del (omissis) , tesi sperimentale piuttosto ben concertata, ve l’assicuro, dato che l’ho scritta. Insomma per farla breve, T.M. copia la tesi, ci mette il suo nome sopra e se la pubblica. Scacco matto! Un fenomeno isolato? Non credo. L’università italiana rigurgita di docenti che si mangiano i lavori degli altri. Che fare? Mi dico che sarebbe ora di parlare un po’ di più. Cammina cammina arrivo al castello (…). M.L. , castellana, mi accoglie a braccia aperte. Di fronte al corpus delicti di una tesi plagiata, dice di sì, che si può fare. Passano alcuni giorni, mi richiama e dice che, tutto sommato, son cose che succedono, che i piedi al re nessuno li ha mai pestati. Si può fare? Sì, niente. Siamo nel paese del niente, non si può pretendere di più. Poi arriva Te. primo cavaliere della regina e dice che la sottoscritta ha offeso la reggente, dicendo cazzate di cui dovrebbe vergognarsi. I cavalieri moderni parlano tutti così al giorno d’oggi…fine della storia? Fine?”; pubblicava sul sito (omissis) uno scritto senza data del seguente tenore: “poi arriva Te. primo cavaliere della regina e dice che la sottoscritta ha offeso la reggente, dicendo cazzate di cui dovrebbe vergognarsi. I cavalieri moderni parlano tutti così al giorno d’oggi…. Ah, Te. sottolinea che T.M. è una persona limpida e trasparente perché allieva di P.P. . Indovinate chi è? Il fratello del più famoso R. , (omissis) , per intenderci. L’anno scorso, lunedì (omissis) , in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, l’illustre professore ha tenuto una lezione importante (omissis) . Si vede che l’allieva non è stata attenta alla lezione. Per la serie università, politica e (omissis) , ho detto tutto o quasi”; in data 26/02/2010 sul sito (omissis) , pubblicava un testo poi riportato quasi integralmente dal (omissis) sul sito (omissis) , lo steso testo veniva poi pubblicato quasi integralmente in data (omissis) sul sito (omissis) dal titolo: “La prof. mi ha copiato le ho fatto causa”, che riproduce un’intervista con la P. in cui questa dichiara “In pratica T.M. si è pubblicata tutta al mia tesi di laurea. Il documento in appendice è la fotocopia della mia trascrizione. Ma il fatto che colpisce di più è che la docente si è esercitata col copia ed incolla pure sul saggio introduttivo”, “la docente si arrampica sugli specchi. Abbia per lo meno il buon gusto di tacere e lasciare il posto che occupa a persone più degne”; in data (omissis) sul sito (omissis) , pubblicava un testo dal titolo: “P.M.A. , T. , B. : svelamento continuo del copia/incolla”, in cui definiva il lavoro di T.M. un “mero e meschino lavoro di copiatura” definendo “pietosi” i docenti coinvolti. I medesimi contenti diffamatori a firma P. compaiono in altri siti tra cui: (omissis) di pubblicava un messaggio in cui affermava: Le pagine della P. , sparse qua e là nel testo della T. , sono tutte vergognosamente presenti nel medesimo testo dalla prima all’ultima riga, nessun particolare escluso Non c’è nessuna considerazione originale della T. che non sia presente nella tesi. Parola per parola, pagina per pagina si tratta di una mera riproduzione. Tutto il libro della T. è ricalcato sulla mia tesi”; in data 14/10/2010 sul sito (omissis) pubblicava un messaggio in cui affermava: “B. e T. hanno plagiato perché sapevano di poterlo fare, perché, la regola è quella della rassegnazione al più forte perché si usa così e zitti”. Con l’aggravante d aver attribuito alla parte lesa un fatto determinato. In Ferrara ed altre località nelle date indicate -, dichiarava la P.M.A. colpevole del reato a lei ascritto, limitatamente agli episodi commessi in data 04/10/2008, 12/08/2008, 26/02/2010, 03/03/2010, 12/10/2010, 14/10/2010 e la condannava a pena di giustizia oltre che al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile; dichiarava non doversi procedere in relazione ai fatti commessi in data 05/08/2007, 12/02/2007, 15/07/2007, 19/07/2007, 26/12/2007 per intervenuta prescrizione.
2. Con ricorso depositato il 29/01/2016 la P.M.A. , a mezzo del difensore di fiducia Avv.to Marco Ambrosini, ricorre per:
2.1. violazione di legge, ex art. 606, lett. b), cod. proc. pen., in relazione all’art. 595, comma 3, cod. pen., avendo la giurisprudenza di legittimità più volte affermato che alla rete Internet non si applicano le disposizioni sulla diffamazione a mezzo stampa, in quanto un social network non può essere equiparato ad un prodotto tipografico né ad un luogo pubblico, non essendo, quindi, ravvisabile la circostanza di cui all’art. 595, comma 3, cod. pen.;
2.2. violazione di norme sancite a pena di nullità, ex art. 606, lett. c), cod. proc. pen., in quanto i giudici di merito avrebbero dovuto dichiarare la loro incompetenza per materia, essendo ravvisabile la sola fattispecie di cui all’art. 595, comma 1, cod. pen., con conseguente nullità della sentenza;
2.3. violazione di legge, ex art. 606, lett. b), cod. proc. pen., in relazione all’art. 595, comma 1, cod. pen., non sussistendo il requisito della comunicazione con più persone, poiché il sito Internet sarebbe un luogo privato accessibile ai soli iscritti, essendo, inoltre, la diffusione ascrivibile al provider, unico responsabile della eventuale diffamazione; inoltre il luogo di consumazione del reato dovrebbe essere individuato in quello dove è collocato il server;
2.4. vizio di motivazione e mancata assunzione di una prova decisiva, ex art. 606, lett. d) ed e), cod. proc. pen., in ordine alla motivazione della sentenza circa l’elemento psicologico del reato, peraltro contrastante con la consulenza difensiva, dimostrativa della sussistenza del plagio, in assenza di una perizia di ufficio sul punto, non espletata nonostante la richiesta difensiva.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
Quanto al primo motivo appare evidente come le doglianze formulate non tengano in alcun conto gli arresti della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui l’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3, cod. pen., in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione (Sez. 1, sentenza n. 24431 del 28/04/2015, Conflitto di competenza, Rv. 264007; Sez. 5, sentenza n. 41276 del 19/03/2015, Rv. 265227; Sez. 5, sentenza n. 44980 del 16/10/2012, P.M. in proc. Nicastro, Rv. 254044).
Ciò, d’altra parte, scaturisce dal substrato semantico della stessa terminologia utilizzata. Originariamente il termine social network ha indicato un qualsiasi gruppo di individui connessi tra loro dai più diversi legami sociali, da quelli familiari ai rapporti di lavoro, sino a vincoli casuali, ed è stato utilizzato come base di studi interculturali in campo sociologico ed antropologico. La diffusione del web ha ampliato il significato del termine social network ed ha, quindi, creato profonde modificazioni semantiche in relazione ad un concetto, quello di rete sociale, che nasceva come una rete fisica ed era basato sulla regola, conosciuta come numero di Dunbar, secondo la quale le dimensioni di una rete sociale in grado di sostenere relazioni stabili sono limitate a circa 150 membri. Ciò in quanto la versione di Internet delle reti sociali, ossia i social media, rappresenta attualmente una delle forme più evolute di comunicazione in rete, ed è anche una palese dimostrazione del superamento della teoria sociologica rappresentata dalla “regola dei 150”, considerando la rete delle relazioni sociali che ciascuno individuo tesse ogni giorno, in maniera più o meno casuale, nei vari ambiti della propria vita, suscettibile di essere organizzata in una “mappa” consultabile, e potenzialmente capace di arricchirsi di nuovi contatti.
In realtà la difesa confonde la problematica concernente la diffamazione aggravata in quanto arrecata con il mezzo della stampa, prevista dall’art. 595, comma 3, cod. pen., con l’offesa arrecata con altro mezzo di pubblicità, prevista dalla medesima norma. Non vi è dubbio, infatti, che l’ordinamento recepisca una accezione tecnica e restrittiva di stampa, desunta dal dettato normativo, ma proprio l’utilizzazione della particella disgiuntiva – “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità….”, come recita l’art. 595, comma 3, c.p. – rende evidente come la categoria dei mezzi di pubblicità sia più ampia del concetto di stampa, includendo tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dal fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un numero ampio o addirittura indeterminato di soggetti.
Nel caso in esame la circostanza che i siti utilizzati per la diffusione degli scritti elaborati dalla ricorrente fossero destinati ad operatori universitari del settore delle scienze umane nulla toglie alla diffusività delle notizie in un ambito estremamente ampio, tale dovendosi considerare quello di riferimento, senza considerare, inoltre, che molti dei siti utilizzati – basti pensare al sito destinato agli annunci studenti o a quello sulle tesi on line e, soprattutto al blog delle testate giornalistiche “( omissis) ” e “( omissis) ” – appaiono chiaramente consultabili da una platea ben più ampia di soggetti.
La sussistenza dell’aggravante contestata ai sensi dell’art. 595, comma 3, cod. pen., come si evince dalla formulazione del capo di imputazione – in cui internet è stato qualificato come mezzo di pubblicità – rende evidente, pertanto, anche la corretta individuazione della competenza in capo al Tribunale in composizione monocratica.
Quanto al luogo di consumazione del reato di diffamazione tramite la rete Internet, ove sia impossibile stabilire il luogo di consumazione del reato e sia stato invece individuato quello in cui il contenuto diffamatorio è stato caricato come dato informatico, per poi essere immesso in rete, la competenza territoriale va determinata, ai sensi dell’art. 9, primo comma, cod. proc. pen., in relazione al luogo predetto, in cui è avvenuta una parte dell’azione (Sez. 5, sentenza n. 31677 del 19/05/2015, Vulpio, Rv. 264521).
In relazione, infine, alla doglianza concernente la mancata assunzione di una prova decisiva, a parte la considerazione della intervenuta sentenza in sede civile che aveva escluso il plagio da parte della T.M. , va osservato che non solo detta perizia di parte non è stata neanche allegata al ricorso, come sarebbe stato necessario in base al principio di autosufficienza, ma, ciò che più conta, la sua acquisizione non era stata neanche richiesta in sede di appello dalla difesa della ricorrente, come risulta dal verbale dell’udienza celebratasi innanzi alla Corte di Appello di Bologna a seguito dell’impugnazione della sentenza assolutoria di primo grado da parte del pubblico ministero e della costituita parte civile. Detta doglianza, quindi, costituisce un motivo proposto per la prima volta in sede di legittimità, come tale inammissibile, non potendo essere dedotte, con il ricorso per cassazione, questioni sulle quali il giudice di appello abbia omesso di pronunciare perché non devolute alla sua cognizione (Sez. 2, sentenza n. 6131 del 29/01/2016, Menna ed altro, Rv. 266202; Sez. 5, sentenza n. 28514 del 23/04/2013, Grazioli Gauthier, Rv. 255577).
Dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso discende, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in Euro2.400,00 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in Euro 2.400,00 oltre accessori di legge.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI