Eutanasia: è cosi difficile legiferare sul tema?

2 marzo 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 marzo 2017



Nascono le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento), ma il dibattito etico e politico non sembra attenuarsi.

Sta per approdare in Parlamento il disegno di legge intitolato «Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari». Si tratta di una proposta di legge contenuta in un testo base, sul quale gli onorevoli saranno chiamati a pronunciarsi prima che il provvedimento approdi in aula (forse a marzo). Il disegno di legge in parola introduce le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) e rappresenta la sintesi di 16 diverse proposte di legge presentate in Commissione Affari Sociali della Camera.

Tale notizia ha immediatamente riacceso un dibattito mai sopito, è già stata annunciata una “pioggia di emendamenti” e si teme che – in realtà – tale proposta di legge “non vedrà mai la luce”.

Ma è così difficile legiferare in proposito?

Rispondere a questa domanda è molto complesso. Ed infatti, non si tratta di una questione meramente politica e legislativa, ma che tocca – da diversi anni – le coscienze di ognuno di noi.

Era il 20 dicembre 2006 quando moriva Piergiorgio Welby, consumato dalla distrofia muscolare che lo aveva costretto a quella che lui stesso definiva una «prigione infame». Prigione dalla quale aveva deciso di liberarsi.

Ieri la notizia di un’altra tragica morte accompagnata dalla stessa volontà. Alle 11,40 del 27.02.2017  si è spento a 39 anni Dj Fabo (Fabiano Antoniani), che «ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo». Regole che, purtroppo, in Italia ancora non esistono. La questione del c.d. “fine vita” nel nostro Paese soffre ancora di un vuoto legislativo, i cui nodi fondamentali sono ancorati – forse – più a questioni di coscienza che di mera politica.

Pochi giorni prima di morire, come noto alle cronache giudiziarie, Welby indirizzò all’allora Presidente della Repubblica (Giorgio Napolitano) una lettera struggente per esprimere il suo « grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese…»

Rivolgendosi al Presidente della Repubblica, Piergiorgio Welby scriveva:

«Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. … Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all’eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? … Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico»

Il 16 dicembre 2006 il Tribunale di Roma respinse la richiesta di Welby, dichiarandola inammissibile per via del vuoto legislativo su questa materia.

Da allora sono passati più di 10 anni ed il vuoto legislativo non è ancora stato colmato, nonostante il caso Englaro, nonostante le “battaglie” dell’Associazione Coscioni, nonostante l’appello (poco prima di morire) di DJ Fabo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per «sbloccare lo Stato di impasse voluto dai parlamentari».

In realtà il dibattito sull’eutanasia è stato avviato già da molto tempo in Parlamento, ma per la delicatezza, per la tragicità e la difficoltà del tema non si riescono a sciogliere dei nodi fondamentali ancorati più alla coscienza di ognuno che a questioni di mera politica.

Come anticipato, lo scorso 4 febbraio la Commissione Affari Sociali della Camera ha cominciato a discutere delle c.d. D.A.T. (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento). Si tratta di una proposta di legge contenuta in un testo base che si compone di 5 articoli.

Il disegno di legge, intitolato “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari“, prevede in sintesi che «nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge», e che «ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso». Il consenso può comportare «l’interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali», ma «non l’abbandono terapeutico». Il testo stabilisce anche che il paziente «non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge e alla deontologia professionale».

Detta proposta di legge ha scatenato un mai sopito dibattito, poiché potrebbe comportare l’introduzione nel nostro ordinamento dell’eutanasia passiva o del suicidio assistito a carico dello Stato.

L’art. 3 del testo in parola stabilisce, infatti, che «ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso Disposizioni anticipate di trattamento (D.A.T.), esprimere (…) il consenso o il rifiuto rispetto e scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali» che, come noto, sono le uniche forme di sostegno vitale in tali casi.

Il medico, secondo la proposta di legge in parola, «è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale».

Attualmente, l’eutanasia è legale in Olanda, Belgio (ove nel 2015 per la prima volta l’eutanasia è stata “concessa” anche ad una 17enne malata terminale), Lussemburgo e Svizzera.

In Italia, come detto, i lavori sono “ancora in corso”. Si tratta, purtroppo, di una tematica che va ben oltre la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ciò che è lecito e ciò che potrebbe sembrare iniquo. Si tratta di una tematica che tocca le coscienze, campo in cui è quanto mai difficile discernere il bianco dal nero ed ove le sfumature si colorano di un grigio talvolta impenetrabile.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI