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Maltrattamenti: anche l’omissione di protezione è reato

1 marzo 2017 | Autore:


> Donna e famiglia Pubblicato il 1 marzo 2017



Chi ha doveri di protezione verso una persona più debole e non si oppone alle vessazioni subite dalla stessa, risponde penalmente della propria omissione.

La legge è particolarmente attenta a valorizzare e tutelare nel migliore dei modi l’ambiente familiare. In particolare, con il reato di maltrattamenti in famiglia si punisce la condotta di chi, ripetutamente, si rende protagonista di condotte vessatorie nei confronti di un familiare o di un convivente. Allo stesso modo risponde del delitto in esame anche chi, pur essendo al corrente delle violenze subite dalla vittima e pur avendo il potere di impedirle, non vi si oppone e vi assiste passivamente.

Il reato di maltrattamenti in famiglia

Il nostro codice penale afferma espressamente che «chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni» [1]. Si tratta del reato di maltrattamenti in famiglia, con cui la legge intende proteggere coloro che, poste in condizioni di debolezza all’interno di un ambiente familiare o simil-familiare, subiscono costantemente vessazioni e violenze da parte di altri.

Con tale delitto non si punisce solo la violenza fisica, ma anche quella morale. Si pensi al marito che tradisce ripetutamente la moglie all’interno della casa coniugale, con il preciso intento di umiliarla. Cagionare una sofferenza di questo tipo, quindi, significa commettere il reato in esame. In ogni caso, affinché il delitto sia integrato non è sufficiente la commissione di un unico episodio di maltrattamento. É invece necessario che la condotta illecita sia abituale, ossia ripetuta nel tempo attraverso una serie di comportamenti idonei a sopraffare la vittima. Ad esempio, se una persona percuote una sola volta un familiare, si configurerà solo il reato di percosse [2].

Viceversa, se le percosse sono ripetute nel tempo e sono tali da imporre alla vittima un regime di vita vessatorio e insostenibile, verrà integrato il più grave delitto di maltrattamenti in famiglia. Il reato in questione può configurarsi anche se tra una condotta e l’altra intervengono periodi di normalità, ossia di convivenza più o meno serena: spetta al giudice valutare se tutte le condotte del colpevole si siano tradotte in comportamenti vessatori capaci di produrre sofferenze di qualsiasi tipo nella vittima.

I maltrattamenti mediante omissione

Come si è visto, sono tante le condotte che possono configurare il reato di maltrattamenti in famiglia: dalla violenza fisica all’umiliazione, dagli atti di scherno a quelli di vero e proprio asservimento. A questo proposito, la Cassazione ha più volte affermato che il delitto in esame può essere commesso anche attraverso atti omissivi. Si pensi ad un ambiente familiare connotato dalla presenza di un disabile. É chiaro che, in questo caso, i conviventi di quest’ultimo hanno precisi doveri di protezione nei suoi confronti.

Ebbene, la ripetuta omissione di questi doveri ben può provocare nel soggetto più debole una sofferenza fisica o morale, un senso di umiliazione e di costante sopraffazione. Se il disabile è volutamente trascurato ed è vittima di indifferenza, tutto questo va inevitabilmente ad incidere sulla sua personalità e dignità. Queste omissioni, quindi, si traducono in un maltrattamento e il soggetto che le pone in essere ne risponde penalmente.

La legge impone precisi doveri di protezione anche nei confronti dei minori. Si pensi ad un bambino ripetutamente picchiato e vessato da uno dei genitori. Ferma restando la pacifica illiceità di tale condotta (l’autore della violenza risponderà sicuramente di maltrattamenti in famiglia), sarà punita anche quella dell’altro genitore che, consapevole delle vessazioni subite dal figlio, rimanga passivo e non vi si opponga.

Quanto detto vale per chiunque abbia specifici oneri di protezione nei confronti del minore o del disabile (come ad esempio chi lavora in una struttura di assistenza e di cura). Quello che rileva è che tali soggetti siano in condizione di intervenire per impedire la sopraffazione di una persona vessata e maltrattata continuamente. Se ciò non avviene o gli interventi posti in essere sono palesemente inefficaci, si configura il reato di maltrattamenti in famiglia: chi omette di proteggere la vittima, infatti, concorre a cagionare in essa un perdurante stato di sofferenza e sopraffazione. Si ricorda infatti che, secondo il nostro codice penale, non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo [3].

note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Art. 581 cod. pen.

[3] Art. 40, comma 2, cod. pen.

Cassazione, sezione VI penale, sentenza n. 394/1991

In tema di maltrattamenti di persone affidate ad una pubblica struttura di assistenza e cura, la valutazione dei comportamenti tenuti dai soggetti obbligati a garantire cura e livelli di vita decorosi e conformi ai regolamenti dell’ente, va operata con massimo rigore, dato che i comportamenti di aggressione fisica, o di lesione al patrimonio morale, o di sopraffazione sistematica, costituenti l’essenzialità dell’elemento materiale del delitto de quo, sono, in negativo, esaltati dalla violazione dei doveri funzionali, connessi alla posizione di garanzia di cui quei soggetti sono onerati.

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