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Lo sai che? Fotocopia, è prova di pagamento?

Lo sai che? Pubblicato il 1 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 marzo 2017

La fotocopia ha valore legale di prova oppure è necessario l’originale del documento?

Uno dei problemi che spesso si pongono quando si ha a che fare con le fotocopie è la prova dell’avvenuto pagamento di un debito: la quietanza – ossia l’attestazione rilasciata dal creditore con cui questi riconosce l’estinzione del debito – deve essere necessariamente in originale o la si può conservare anche in fotocopia? In caso di contestazioni tra creditore e debitore, che valore ha la copia fotostatica della ricevuta di pagamento? In altre parole, la fotocopia è prova di pagamento? La risposta è, da un lato, nel codice civile, dall’altro in una serie di pronunce della giurisprudenza.

Che valore ha la fotocopia?

In generale, il codice civile [1] stabilisce che la fotocopia di un documento non ha valore di prova documentale se viene contestata dalla parte contro cui essa viene prodotta. Tale contestazione non può essere generica, ma deve indicare le ragioni del disconoscimento; in pratica, non ci si può limitare a sostenere che la fotocopia non sarebbe conforme all’originale solo perché “copia” di esso, ma bisogna suggerire al giudice gli indizi che fanno presumere tale difformità. Se la contestazione risulta credibile, la fotocopia perde qualsiasi valore. Con la conseguenza che la controparte sarà tenuta a esibire l’originale.

Che valore ha la fotocopia autenticata?

L’unico modo per riconoscere maggior valore alla fotocopia è farla autenticare da un pubblico ufficiale come, ad esempio, un notaio. In particolare, la fotocopia di una scrittura privata può essere autenticata quando un pubblico ufficiale attesta che essa è conforme all’originale. Il valore probatorio delle fotocopie autenticate è lo stesso attribuito al documento originale [2]; è possibile il disconoscimento solo presentando una «querela di falso»: si tratta di un procedimento civile particolarmente complesso, volto a dimostrare la falsità del documento.

Cosa bisogna fare in presenza di una fotocopia?

Sintetizzando quando detto sino ad ora:

  • per le fotocopie semplici è possibile disconoscere la conformità all’originale: in tal caso la copia perde ogni valore. La copia fotostatica non autenticata si ha per riconosciuta – tanto nella sua conformità all’originale quanto nella scrittura e sottoscrizione – se non venga disconosciuta in modo formale e inequivoco alla prima udienza o nella prima risposta successiva alla sua produzione. La contestazione della conformità all’originale di un documento prodotto in copia non può avvenire con clausole di stile e generiche ma deve essere effettuata, a pena di inefficacia, in modo chiaro e circostanziato, attraverso l’indicazione specifica sia del documento che si intende contestare sia degli aspetti per i quali si assume differisca dall’originale;
  • per le fotocopie autenticate il disconoscimento si può fare solo con la querela di falso.

Come deve essere la quietanza di pagamento?

Tali principi possono essere riversati nell’ambito della «quietanza»: questa è prova di pagamento solo se in originale o copia autentica. La fotocopia semplice, invece, si presta al rischio di disconoscimento. Con la conseguenza che il debitore che abbia conservato solo la copia fotostatica, potrebbe essere tenuto a pagare nuovamente la somma, non avendo strumenti per dimostrare l’estinzione del proprio obbligo.

Secondo la Cassazione [3], inoltre, la fotocopia della sola facciata anteriore dell’assegno, prodotta dal debitore, in una causa contro il creditore, come prova documentale dell’avvenuto pagamento, non è di per sé sufficiente a dimostrare la riscossione del relativo importo da parte del creditore stesso.

Lo stesso principio, però, vale anche in senso opposto: il creditore che non riesca a dimostrare con un documento originale il proprio credito o l’atto di interruzione della prescrizione perde il diritto al pagamento.

note

[1] Art. 2712 cod. civ.

[2] Art. 2719 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 9895/2008.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione civile, sez. III, 15/04/2008, (ud. 12/03/2008, dep.15/04/2008), n. 9895

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

A seguito della risoluzione di un contratto di leasing, la s.p.a. FIME Leasing ha notificato all’utilizzatore, s.r.l. Officina Grafica, nonchè ai fideiussori della società, P.G. e C.M., decreto ingiuntivo del Tribunale di Napoli n. 5401/1994, recante condanna al pagamento della complessiva somma di L. 169.576.919, oltre interessi convenzionali.

Gli ingiunti hanno proposto opposizione, eccependo che erano in corso trattative di amichevole composizione e che comunque la ricorrente aveva ricevuto dall’Asmez un contributo pubblico in conto canoni, previsto dalla legge in favore delle imprese del Mezzogiorno.

La Fime Leasing si è costituita, proponendo domanda riconvenzionale per il pagamento delle ulteriori rate di leasing scadute e non pagate.

Con sentenza n. 9740/2001 il Tribunale di Napoli ha accolto le opposizioni, rilevando che in corso di causa gli opponenti avevano offerto prova documentale di avere pagato L. 228.893.000 e che, pertanto, pur essendo stata l’ingiunzione legittimamente emessa, nulla era più dovuto alla ricorrente. Ha pertanto assolto i convenuti; ha dichiarato inammissibile la domanda riconvenzionale e ha compensato per intero le spese processuali.

La FIME Leasing ha proposto appello, rilevando che gli opponenti avevano documentato solo il pagamento di L. 15.000.000 e pertanto non avevano estinto il debito, e che il contributo in conto canoni, riscosso per l’importo di L. 98.983.000, avrebbe dovuto essere restituito all’Asmez, poichè la sua erogazione era subordinata alla condizione – non avveratasi – che la società beneficiarla dimostrasse l’avvenuto pagamento di tutti i canoni del semestre.

Gli appellati si sono costituiti ed hanno proposto appello incidentale per ottenere il rimborso delle spese processuali di primo grado.

Con sentenza 29 maggio/17 giugno 2003 n. 2032 la Corte di appello di Napoli – in parziale riforma della sentenza di primo grado – ha condannato gli appellati a pagare a FIME la somma di Euro 20.439,26, oltre agli interessi convenzionali; ha respinto l’appello incidentale e ogni altra domanda e ha posto a carico degli appellati la metà delle spese dei due gradi di giudizio.

Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione FIME Leasing, per tre motivi.

Resistono gli intimati con controricorso e propongono due motivi di ricorso incidentale.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Va preliminarmente disposta la riunione dei due ricorsi, principale e incidentale (art. 335 c.p.c.).

2.- La Corte di appello ha ritenuto che gli opponenti abbiano dimostrato il pagamento delle somme dovute alla FIME Leasing, tramite la produzione nel giudizio di primo grado della fotocopia di un assegno di L. 15.000.000, e di due assegni circolari di L. 60.000.000 e di L. 55.000.000. Ha invece escluso che possa essere loro accreditata la somma erogata dall’Asmez.

Con il primo motivo di ricorso, deducendo violazione dell’art. 2697 c.c., artt. 112, 115, 156, 166, 169, 184, 189, 190, 345 e 359 c.p.c., artt. 74 e 87 disp. att. c.p.c., la ricorrente censura la sentenza impugnata, affermando che le copie dei due assegni circolari di L. 60 milioni e di L. 55 milioni – che avrebbero dovuto dimostrare il pagamento – non sono state ritualmente prodotte in primo grado, rispettando le formalità prescritte dall’art. 87 disp. att. c.p.c., ma sono state per la prima volta allegate alla memoria di replica alla comparsa conclusionale, dopo la chiusura della discussione. Tali documenti non figurano nell’indice contenuto nel fascicolo di secondo grado e manca la sottoscrizione del Cancelliere, ai sensi dell’art. 74 disp. att. c.p.c., u.c., che sola fa presumere l’avvenuto, regolare deposito. La ricorrente, pertanto, non ha avuto la possibilità di acquisire conoscenza dei suddetti documenti e di contestarne il carattere probatorio, ed erroneamente la Corte di appello, come già il Tribunale, li ha posti a base della decisione.

3.- Con il secondo motivo, deducendo violazione degli artt. 112 e 116 c.p.c., art. 2697 c.c., nonchè incongrua ed illogica motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che FIME non aveva contestato con l’atto di appello l’irritualità della produzione. Essa fa notare che, in base al rito introdotto dalla L. del 1990, non ha avuto la possibilità di replicare alla memoria conclusionale delle controparti, nè ha potuto venire a conoscenza dei documenti ad essa allegati; che in ogni caso ha contestato in appello di avere ricevuto i pagamenti di cui ai suddetti assegni.

In ogni caso, la produzione era inidonea a dimostrare l’avvenuto pagamento, avendo la controparte prodotto la fotocopia della sola facciata anteriore dei due assegni circolari.

Rileva ancora la ricorrente che gli assegni recano le date del 22.11.1993 e del 1.12.1993, entrambe anteriori al decreto ingiuntivo, ma che ciò nonostante le controparti non ne hanno in alcun modo menzionato l’esistenza, nè hanno eccepito l’avvenuto pagamento dei relativi importi, nell’atto di opposizione all’ingiunzione e nel corso delle trattative in vista della composizione amichevole della controversia, producendo le fotocopie tardivamente e in modo incompleto solo dopo la chiusura della discussione in primo grado.

4.- I due motivi, che vanno congiuntamente esaminati, perchè strettamente connessi, sono fondati.

E’ indubbio e non contestato che i documenti in oggetto, su cui la Corte di appello ha fondato la sua decisione, sono stati prodotti in primo grado solo tardivamente, in allegato alla memoria di replica alla comparsa conclusionale, per cui l’odierna ricorrente non ha avuto la possibilità di replicare e di contestarne l’efficacia.

Il Tribunale, dal canto suo, ha accolto l’opposizione al decreto ingiuntivo, sulla base della generica motivazione secondo cui gli opponenti avevano fornito “prova documentale” dell’avvenuto pagamento, senza specificare quali fossero i documenti da cui aveva tratto il suo convincimento, e senza affatto menzionare i due assegni in oggetto.

Erroneamente, pertanto, la Corte di appello ha addebitato a FIME di non avere specificamente contestato la ritualità della produzione e l’autenticità delle fotocopie degli assegni, nei motivi di appello.

Ed invero, non avendo la sentenza del tribunale in alcun modo menzionato i due assegni, fra gli elementi di prova da cui aveva tratto il suo convincimento, FIME non aveva nè la possibilità nè l’onere di contestare specificamente la circostanza.

Nell’atto di appello FIME ha inequivocabilmente contestato, invece, di avere ricevuto i pagamenti che le irrituali produzioni avrebbero dovuto documentare, e l’onere di dimostrare di avere pagato era a carico dell’opponente Officina Grafica.

La Corte di appello ha confermato la sentenza di primo grado senza esaminare in alcun modo se, anche a prescindere dalla tardività della produzione, i documenti dedotti a prova fossero di per sè idonei a dimostrare l’avvenuto pagamento, considerato che era stata prodotta la fotocopia della sola facciata anteriore di un assegno, che di per sè non vale a dimostrare la riscossione del relativo importo, a fronte della contestazione del creditore.

Nè la Corte di merito ha in alcun modo motivato in ordine alla circostanza – a dir poco singolare – che i due assegni in oggetto recavano date anteriori al decreto ingiuntivo notificato da FIME all’Officina Grafica e che, ciononostante, l’opponente non ha in alcun modo menzionato i pretesi pagamenti nè nell’atto di opposizione, nè nel corso delle trattative intercorse fra le parti per un’amichevole composizione, nè nel corso del giudizio di primo grado, fino alla memoria conclusionale.

La motivazione della sentenza impugnata appare anche contraddittoria, poichè – dopo premesso che il decreto ingiuntivo richiesto da FIME era stato legittimamente emesso, poichè tutti i pagamenti erano avvenuti in data successiva ha assolto i convenuti sulla base di pretesi pagamenti effettuati in data anteriore all’emissione del decreto stesso.

5.- il terzo motivo, con cui la ricorrente lamenta che la Corte di appello non abbia determinato la data di decorrenza degli interessi convenzionali di mora sul debito dell’Officina Grafica, è da ritenere assorbito.

6.- Il ricorso incidentale va dichiarato inammissibile, a causa della nullità della procura alle liti, in quanto manca l’autenticazione della sottoscrizione della parte (sulla nullità della procura, in mancanza di autenticazione della firma, da ultimo, Cass. civ. 25 maggio 2007 n. 12309, a proposito di procura rilasciata all’estero).

7.- In accoglimento del ricorso principale, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, che deciderà anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte di cassazione riunisce i ricorsi. Accoglie il ricorso principale. Dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, la quale deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 12 marzo 2008.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2008

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2 Commenti

  1. oggi capita molto spesso che lo scontrino fiscale faccia fede per la garanzia; purtroppo però, succede sovente che lo stesso dopo poco tempo (anche se ben conservato) diventi illeggibile; quindi per mantenere inalterato il suo contenuto si fa una fotocopia dello stesso.
    in questo caso che valore ha la fotocopia hai fini di garanzia o altro

    1. L’art. 2697 c.c. sull’onere della prova stabilisce che chi intende far valere un diritto deve provare i fatti a fondamento del diritto (comma 1), mentre chi disconosce la prova di tale diritto deve offrire una controprova dei fatti su cui l’eccezione si fonda (comma 2). Pertanto ritengo che il possessore dello scontrino fiscale sbiadito e della relativa fotocopia potrà chiedere al giudice di ordinare all’eccipiente di esibire le matrici di tutti gli scontrini fiscali memorizzati dal registratore di cassa nel giorno risultante dalla fotocopia. Se tra questi scontrini c’è quello risultante dalla fotocopia l’eccipiente non potrà più opporre alcuna eccezione.

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