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Dire su Facebook che una persona non mi ha pagato è reato?

2 marzo 2017


Dire su Facebook che una persona non mi ha pagato è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 marzo 2017



Una persona che aveva un debito con me non mi ha mai pagato: se faccio il suo nome e cognome in pubblico e lo scrivo su Facebook commetto reato? Ho le prove del suo debito.

La divulgazione di dati e notizie personali, anche se corrispondenti al vero, come ad esempio la morosità per il mancato pagamento di un debito, costituisce reato e non può essere diffusa in pubblico, né pubblicata su un social network. Quindi, dire su Facebook che una persona non ha pagato un debito o, allo stesso modo, che una persona non ha consegnato un oggetto da questa venduto (o ha commesso una truffa, senza che prima sia intervenuta una sentenza a dichiararlo in modo certo e definitivo) costituisce un illecito penale. In particolare, scatta il reato di diffamazione [1] nei confronti di chi scrive su Facebook che una persona ha un debito non pagato. A dirlo, più volte, è stata la Cassazione: i giudici hanno ritenuto illegittimo, ad esempio, l’avviso affisso sul portone del condominio con i nomi dei morosi che non hanno pagato le spese mensili [2]. A riguardo la Corte ha detto che «la diffusione dei nominativi dei condomini morosi, attraverso l’affissione sul portone di ingresso del condominio di una nota, integra il delitto di diffamazione essendo potenzialmente conoscibile da un numero indeterminato di persone e non essendoci alcun interesse alla conoscenza della circostanza relativa alla morosità di alcuni condomini». Se tale reato viene integrato con un semplice avviso sulla bacheca del condominio vale, a maggior ragione, su una bacheca di Facebook. La diffusione a terzi – non interessati – di fatti inerenti i debiti altrui costituisce quindi illecito penale e il rischio è una sanzione di 1 anno di reclusione o una multa fino a 1.032 euro.

Viceversa, se la comunicazione del nome del debitore interviene solo tra i soggetti interessati direttamente non sarebbe invece reato (si pensi ai nomi dei morosi forniti dall’amministrazione nell’ambito di una riunione di condominio cui non partecipino terzi soggetti). A riguardo la Suprema Corte ha detto che non integra il reato di diffamazione la pubblicazione su un quotidiano dell’avviso di un’asta giudiziaria con l’indicazione del nome del debitore soggetto al procedimento di espropriazione, allorché in considerazione dell’oggetto del procedimento esecutivo possa giovare il conoscere il nome del proprietario per la valutazione dello stato del bene e della convenienza del prezzo dell’asta [3].

Sempre la Cassazione [4], in passato, ha ritenuto colpevole del reato di diffamazione un uomo che aveva caricato, in una rubrica su Youtube dal titolo «Facce da schiaffi», il nome del suo debitore reo di non avergli saldato una fattura.

Si segnala un solo precedente di segno contrario. Si tratta del tribunale di Roma [5] secondo cui dire su Facebook che una persona non ha pagato un debito non sarebbe reato, ma manifesterebbe un legittimo esercizio del diritto di critica e di espressione del proprio pensiero riconosciuto dalla Costituzione. Bisognerebbe però stare molto attenti a dire la verità, ad avere le prove di tali fatti e a non sconfinare in giudizi personali che si risolvano in critiche sulla persona gratuite e non necessarie all’informazione. Come detto, però, si tratta di un precedente isolato, per cui, a tutt’oggi, la giurisprudenza maggioritaria sposa la tesi opposta secondo cui dire su Facebook che una persona non ha pagato un debito è, e resta, reato di diffamazione.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 39986/2014: «In tema di diffamazione, la comunicazione contenente i nominativi dei condomini morosi affissa al portone condominiale integra il reato di cui all’art. 595 c.p., non sussistendo alcun interesse da parte dei terzi alla conoscenza di tali fatti ancorché veri».

[3] Cass. sent. del 20.06.1978.

[4] Cass. sent. n. 1269/2015.

[5] Trib. Roma, sent. n. 13275/2015.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione penale, sez. fer., 28/08/2014, (ud. 28/08/2014, dep.26/09/2014), n. 39986

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1.Con sentenza in data 15/11/2013, la Corte di appello di Catania confermava la sentenza del Tribunale di Catania sez. dist. di Giarre del 26/3/2012, che aveva condannato C.S. e M. F. alla pena di Euro 1000,00 di multa ciascuno per il reato di cui all’art. 595 c.p., oltre al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili.

1.1. La Corte territoriale respingeva le censure mosse con l’atto d’appello, in punto di riconosciuta responsabilità degli imputati in ordine al reato loro ascritto ed in punto di trattamento sanzionatorio con riferimento alla mancata concessione delle attenuanti generiche.

2.Avverso tale sentenza propongono ricorso gli imputati per mezzo del loro difensore di fiducia, sollevando i seguenti motivi di gravame:

2.1. manifesta illogicità della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), in ordine alla riconducibilità agli imputati della commissione del fatto di reato contestato. Con riferimento alla M. si evidenzia che le risultanze dibattimentali non hanno fornito alcuna prova che sia stata la stessa ad affiggere o a disporre l’affissione della missiva diffamatoria nei confronti delle parti civili; quanto poi al C., si eccepisce che l’attribuzione del fatto allo stesso è stata fondata esclusivamente sulle dichiarazioni delle persone offese costituite parti civili.

2.2. erronea interpretazione della legge penale, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), con riferimento alla configurabilità del reato di cui all’art. 595 c.p., per l’insussistenza dell’elemento oggettivo. Rappresentano, al riguardo, che la missiva in questione non contiene alcun epiteto ingiurioso o altre espressioni dalle quali possa desumersi l’offesa all’altrui reputazione; evidenziano poi che la dichiarazione di morosità, che si assume essere contraria al vero, era invece rispondente a verità, come le stesse parti civili hanno dichiarato; eccepiscono, poi, la carenza del requisito della comunicazione con più persone, in quanto le persone offese hanno dichiarato di avere subito rimosso la missiva senza che nessuno ne potesse prendere visione.

2.3. erronea interpretazione della legge penale, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), con riferimento alla configurabilità del reato di cui all’art. 595 c.p., per l’insussistenza dell’elemento soggettivo e per la presenza della causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p.. Si rappresenta, al riguardo, che la diffusione della nota in questione era volta solamente a sollecitare il pagamento di quanto dovuto, essendo carente negli imputati l’animus diffamarteli. Si sostiene poi che la punibilità del fatto era esclusa, in quanto i ricorrenti portavano a conoscenza degli interessati le decisione assunte, così soddisfacendo un oggettivo interesse alla comunicazione.

2.4. mancanza di motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), in ordine alla richiesta di concessione delle attenuanti generiche.

2.5. violazione di legge, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), con riferimento al diniego della condanna dei querelanti P.A. e M.C. alla rifusione delle spese ed al risarcimento del danno ex art. 427 c.p.p..

2.6. si eccepisce , infine, l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

3.Il ricorso deve essere rigettato, per essere infondati tutti i motivi proposti.

Quanto al primo motivo trattasi di questioni che attengono a valutazioni di merito che sono insindacabili nel giudizio di legittimità, quando il metodo di valutazione delle prove sia conforme ai principi giurisprudenziali e l’argomentare scevro da vizi logici, come nel caso di specie. (Sez. U., n. 24 del 24/11/1999, Rv.

214794; Sez. U., n. 12 del 31.5.2000, Rv. 216260; Sez. U. n. 47289 del 24.9.2003, Rv. 226074). E così segnatamente la Corte territoriale da atto, adeguatamente, degli elementi probatori in forza dei quali il fatto era stato attribuito agli attuali ricorrenti, facendo riferimento, per la M., alla circostanza che la comunicazione ritenuta diffamatoria era stata sottoscritta proprio dalla stessa e per il C. alle dichiarazioni rese da due testimoni che avevano riferito di avere visto lo stesso mentre affiggeva la comunicazione in questione al portone d’ingresso del condominio. Ed ancora la Corte territoriale ha dato atto del vaglio di credibilità al quale sono state sottoposte le deposizioni delle persone offese con motivazione immune da vizi di legittimità, evidenziando come non erano emersi motivi per ritenere che le stesse avessero riferito il falso. Ed il ragionamento seguito dalla Corte territoriale appare conforme al costante orientamento di questa Corte, condiviso dal Collegio, in base al quale, il convincimento sull’attendibilità della persona offesa, in quanto sostenuto da congrua e logica motivazione, non può soffrire censure di legittimità (sez. 2 n. 3438 del 11/6/1998, Rv. 210937). Inoltre, sulla base della costante giurisprudenza di questa Corte (sez. 4 n. 16860 del 13/11/2003, Rv. 227901; sez. 4 n. 44644 del 18/10/2011, Rv.

251661), avvalorata da un recente intervento delle sezioni unite (sez. U n. 41461 del 19/7/2012, Rv. 253214), le regole dettate dall’art. 192 c.p.p., comma 3, non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, come avvenuto nel caso di specie, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, verifica che, in tal caso, deve essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello a cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. Ed a tali canoni di valutazione si è rifatta la Corte territoriale nel pervenire ad un giudizio di attendibilità di quanto riferito dalle persone offese.

Ed anche con riferimento all’elemento oggettivo del reato di diffamazione, le doglianze compendiate nel secondo motivo proposto si rivelano infondate, avendo i giudici di merito fatto corretta applicazione dei principi di diritto costantemente affermati da questa Corte di legittimità e condivisi dal Collegio (sez. 5 n. 4562 del 2/4/1973, Rv. 124270; sez. 3 n. 35543 del 18/9/2007, Rv. 237728).

In tal senso è stato, correttamente, dato atto che la comunicazione contenente i nominativi dei condomini morosi affissa al portone condominiale, anche in presenza di un effettiva morosità degli stessi condomini, costituiva una condotta diffamante, non sussistendo alcun interesse da parte dei terzi alla conoscenza di quei fatti, anche se veri.

Quanto, poi, all’elemento soggettivo del reato, di cui tratta il terzo motivo di ricorso, altrettanto correttamente la Corte territoriale ha evidenziato che, ai fini dell’integrazione del delitto di diffamazione è sufficiente il dolo generico, che può assumere anche la forma del dolo eventuale, ravvisabile laddove l’agente faccia consapevolmente uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive (sez. 5 n. 4364 del 12/12/2012, Rv. 254390).

Deve poi escludersi la ricorrenza, nel caso di specie, dell’esimente del diritto di cronaca e di critica invocato dai ricorrenti. Ora, premesso che la scriminante in parole è in astratto ipotizzabile non solo in relazione all’attività di giornalisti o scrittori, ma anche rispetto al comune cittadino, occorre sempre valutare la rilevanza della diffusione della notizia che deve essere funzionale al corretto svolgimento delle relazioni interpersonali e dei rapporti sociali. In tale direzione, deve rilevarsi che la diffusione della comunicazione attraverso la sua affissione al portone d’ingresso, essendo potenzialmente conoscibile da un numero indeterminato di persone, integrava il delitto contestato, per essere carente, al di fuori del ristretto ambito condominiale, un qualsiasi interesse alla conoscenza della circostanza relativa alla morosità di alcuni condomini.

Quanto poi alla mancata concessione delle attenuanti generiche, di cui al quarto motivo di ricorso, la sentenza impugnata fa riferimento all’assenza di elementi tali da imporre una mitigazione del trattamento sanzionatorio. E sul punto, conformemente all’orientamento espresso più volte da questa Corte, deve rilevarsi che la sussistenza di circostanze attenuanti rilevanti ai sensi dell’art. 62 bis c.p., è oggetto di un giudizio di fatto e può essere esclusa dal giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, di talchè la stessa motivazione, purchè congrua e non contraddittoria, non può essere sindacata in Cassazione neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell’interesse dell’imputato (Sez. 6 n. 42688 del 24/9/2008, Rv.

242419; sez. 2 n. 3609 del 18/1/2011, Rv. 249163). Ed ancora, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o superati tutti gli altri da tale valutazione (Sez. 6 n. 34364 del 16/6/2010, Rv. 248244).

Anche la censura relativa al diniego della condanna dei querelanti P.A. e Ma.Ca. alla rifusione delle spese ed al risarcimento del danno ex art. 427 c.p.p., di cui al quinto motivo proposto, si rivela infondata, in quanto, prescindendo dalla motivazione resa sul punto nella sentenza impugnata, dal tenore complessivo della stessa, letto congiuntamente alla decisione di primo grado, si evince che i giudici di merito hanno, legittimamente, escluso qualsiasi ipotesi di colpa dei querelanti nell’avere esercitato il diritto di querela in considerazione della complessità della vicenda.

Da ultimo rileva il Collegio che alla data odierna non è maturato il termine di prescrizione di cui all’art. 157 c.p. e ss., del reato che risulta consumato il 23/2/2006, tenuto conto dei periodi di sospensione del giudizio di primo grado pari a mesi dieci e giorni cinque e del giudizio di appello per ulteriori mesi due e giorni uno.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 28 agosto 2014.

Depositato in Cancelleria il 26 settembre 2014

Tribunale di Roma, sez. I Civile, ordinanza 1 luglio 2015, n. 13275

Presidente Gulterio – Relatore Albano

Premesso che

La società ricorrente chiedeva, in riforma della ordinanza reclamata, di inibire la diffusione dei contenuti diffamatori ed offensivi della sua reputazione commerciale, rimuovere l’argomento di discussione presente sulla pagina facebook – di titolarità di (…) -, in via concorrente ordinare al resistente la pubblicazione dell’ordinanza inibitoria sulla citata pagina e ordinare la pubblicazione di una rettifica sui blog – forum analiticamente indicati.

La reclamante esponeva che il rapporto commerciale tra la (…), titolare del marchio comemrciale (…) e (…) riconducibile alla ditta individuale di (…) prevedeva la prestazione di un servizio pubblicitario al fine di promuovere, attraverso i siti gestiti dal secondo, i servizi comparativi di (…) a fronte di un corrispettivo di € 3.50 per ogni preventivo salvato dal cliente; che il rapporto commerciale era entrato in una fase di criticità in quanto la partnership non aveva condotto ai ricavi sperati e la richeista di rivalutare i termini del rapporto era stata disattesa; nelle more delle criticità evidenziate, il sig. (…) aveva divuglato, all’interno di diversi social network e blog, alcuni post volti a diffamare l’azienda, con informazioni non veritiere e lesive dell’immagine della società, ciò per tentare una più rapida azione di recupero crediti con abuso del diritto; evidenziava, in particolare, che accostare (…) all’Ivass danneggiava l’immagine della società davanti ai clienti attuali e potenziali. Concludeva chiedendo che l’ordinanza reclamata, che rigettava la domanda per carenza del fumus boni iuris, venisse riformata.

Rilevato che

Il provvedimento impugnato deve essere confermato.

Ad avviso del Collegio, le dichiarazioni censurate costituiscono espressione del diritto di libera manifestazione del pensiero, sancito dall’art. 21 della Costituzione rappresentando – la divulgazione di uno scritto via internet – estrinsecazione del legittimo diritto di cronaca e critica.

Orbene è principio giurisprudenziale consolidato che affinché la divulgazione di notizie o commenti asseritamente lesivi dell’onore e della reputazione di terzi possano considerarsi lecito esercizio del diritto di cronaca/critica, devono ricorrere le condizioni della verità dei fatti esposti, dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto e della correttezza formale dell’esposizione.

Ed invero è emersa incontestabilmente la verità della notizia che consiste nell’inadempimento della odierna reclamante all’obbligo di pagamento nei confronti di (…) derivante dal rapporto commerciale intercorrente tra le parti: il mancato pagamento delle fatture è dato incontrastato e giustificato sulla base del mancato conseguimento degli obiettivi ipotizzati da parte di (…). Il requisito della verità del fatto, nell’accezione sopra riportata, risulta, quindi, perfettamente rispettato. Anche il requisito della continenza è sostanzialmente rispettato in quanto le opinioni espresse non indulgono in accostamenti suggestivi ovvero in espressioni inutilmente offensive e volgari. Nessun dubbio sussisten, infine, in ordine alla sussistenza dell’interesse pubblico alla notizia.

quanto al coinvolgimento dell’IVASS, riconducibile ad una iniziativa del resistente ed inidoneo di per sé a evidenziare una lesività della reputazione commerciale della controparte, è stato confermato in sede di reclamo.

solo per completezza, si evidenzia, altresì, che l’attore ha genericamente dedotto di avere riportato danni all’onore e al decoro personal senza provare in cosa tali pregiudizi siano consistiti, salvo generiche allegazioni.

Alla luce delle superiori considerazioni, il reclamo è infondato e deve essere rigettato.

le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il reclamo e per l’effetto conferma l’ordinanza impugnata.

Condanna il reclamante alle spese di lite nei confronti del resistente che liquida in € 1200,00 oltre spese generali al 15% e contributi come per legge.


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