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Quando le clausole vessatorie non vanno firmate

2 marzo 2017


Quando le clausole vessatorie non vanno firmate

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 marzo 2017



Non è necessaria la seconda sottoscrizione sulle clausole vessatorie se il contratto è stato concordato e scritto da entrambe le parti a seguito di trattative.

Solo se le clausole vessatorie vengono inserite in moduli o formulari, che per loro natura sono redatti unilateralmente da una sola delle parti contrattuali, è necessaria la specifica approvazione con una seconda sottoscrizione. Quando invece la scrittura privata è il frutto di una trattativa a cui abbiano partecipato tutti i soggetti coinvolti nel contratto, la clausole vessatorie sono sempre valide anche se non firmate. È quanto chiarito dal tribunale di Treviso con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

Cosa sono le clausole vessatorie

Le clausole vessatorie sono quelle particolari disposizioni, contenute nel contratto, che comprimono in modo consistente i diritti di una parte o esonerano l’altra dalle relative responsabilità. Vi rientrano, ad esempio, la clausola di limitazione del risarcimento per danni provocati alla controparte, quella che prevede il rinnovo automatico del contratto, quella che stabilisce deroghe al giudice competente o che deferisce le controversie ad arbitri, ecc.

Il codice civile prevede che tali clausole siano appositamente approvate da chi “subisce” il contratto, ossia da colui che non ha redatto materialmente la scrittura privata, ma se l’è trovata già “bell’e pronta”, da firmare o rifiutare, senza possibilità di interferire sul suo contenuto. Il classico “prendere o lasciare” dinanzi al quale ci si trova quando il contratto è costituito da moduli prestampati da una società particolarmente forte commercialmente e che, pertanto, tende a uniformare i rapporti contrattuali con tutti i propri clienti (si pensi a una assicurazione, una banca, una società della luce, del gas, del telefono, ecc.). In questi casi, dunque, la clausola vessatoria richiede di una apposita firma, ulteriore rispetto a quella apposta alla fine del contratto. La pratica, in tali casi, ha trovato una soluzione: viene redatta un’ulteriore clausola, alla fine del documento, in cui vengono elencate tutte le clausole vessatorie ivi presenti e si chiede, al cliente, una seconda sottoscrizione in cui dichiara di aver preso conoscenza di tale contenuto a lui pregiudizievole.

Quali sono le clausole vessatorie

Il codice civile [2] indica quali possono essere considerate clausole vessatorie che, senza l’apposita firma, non si possono ritenere efficaci. Le clausole vessatorie possono essere distinte in due gruppi:

  • quelle a favore di colui che le ha predisposte (ossia della società venditrice o fornitrice del servizio); vi rientrano:
  1. limitazioni di responsabilità;
  2. facoltà di recedere dal contratto;
  3. facoltà di sospenderne l’esecuzione del contratto;
  • quelle a sfavore di colui che non le ha predisposte; vi rientrano quelle che sanciscono, a carico di quest’ultimo:
  1. decadenze;
  2. limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni;
  3. restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi;
  4. tacita proroga o rinnovazione del contratto;
  5. deroghe alla competenza del giudice;
  6. clausole che stabiliscono che le controversie vengano deferite agli arbitri e non ai giudici.

Come vanno firmate le clausole vessatorie?

La legge richiede che ci sia una seconda sottoscrizione ulteriore rispetto a quella apposta al termine del contratto; tale ulteriore firma può essere unica per tutte le clausole vessatorie, ma queste vanno richiamate una per una. È la classica formula che spesso viene sintetizzata nel seguente modo: «La parte dichiara di aver preso consapevole visione delle seguenti clausole vessatorie: art. 4, art. 6, art. 10, art. 15…». Non è possibile un generico riferimento alle “eventuali” clausole vessatorie presenti nella scrittura se non si indica anche il numero di quegli articoli del contratto da ritenersi svantaggiose. Diversamente il contraente debole non verrebbe tutelato perché non avrebbe modo di comprendere quali sono le parti del contratto che lo pregiudicano maggiormente.

Quando le clausole vessatorie non vanno firmate

Secondo la sentenza qui in commento, le clausole vessatorie, se frutto di ampia trattativa, sono efficaci e vincolnoa il contraente debole, anche se non c’è stata la seconda firma sul contratto. L’importante è che il testo dia atto degli accordi tra le parti. Il precedente non è nuovo. Già il Tribunale di Palermo, un paio di anni fa, aveva fornito la stessa interpretazione.

In pratica la tutela del contraente debole non scatta se le clausole negoziali siano state direttamente discusse e concordate dalle parti. È però necessario che l’accordo faccia esplicito riferimento al fatto che il contratto sia stato predisposto «dopo ampia trattativa».

note

[1] Trib. Treviso, sent. n. 2672/2016 del 3.11.2016.

[2] Art. 1341 cod. civ.

Tribunale Treviso, Sezione 3 civile Sentenza 3 novembre 2016, n. 2672

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE ORDINARIO DI TREVISO

SEZIONE TERZA

in composizione monocratica, in persona del dott. Andrea Valerio Cambi, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio iscritto al R.G. n. 189/2016 promosso da

S.r.l. CON SOCIO UNICO, in persona del l.r.p.t., elettivamente domiciliata in PIAZZA (…) 31100 TREVISO, presso lo studio dell’avv. LO.PI. e rappresentata e difesa dagli avv.ti VE.AN. e GA.EL., nonché dall’Abogado CA.PA., come da delega in calce all’atto di citazione in opposizione;

– attrice opponente – contro:

SPA, in persona del l.r.p.t., elettivamente domiciliata in VIA (…) TREVISO, presso lo studio dell’avv. GI.LI. che la rappresenta e difende, giusta procura alle liti allegata alla comparsa di costituzione e risposta depositata in via telematica;

– convenuta opposta –

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il presente giudizio trae origine dal ricorso per ingiunzione promosso da Ta. S.p.A. nei confronti della società odierna opponente per il pagamento dell’importo di Euro 43.295,60 a saldo dei lavori oggetto del contratto di subappalto sottoscritto dalle parti in data 30.7.2014 (contratto ordine n. (…)) e, segnatamente, dei lavori di isolamento a cappotto di un fabbricato di civile abitazione sito in L’Aquila, Via (…).

La società opponente eccepisce in prima battuta l’incompetenza dell’autorità giurisdizionale ordinaria, atteso che le parti, all’art. 32 del suddetto contratto, hanno previsto la devoluzione ad un collegio arbitrale, da costituire in Venezia, per la risoluzione di “ogni controversia inerente la validità, l’efficacia, l’interpretazione, l’esatto adempimento o la risoluzione del presente accordo…” con l’espressa esclusione dalla portata della clausola compromissoria delle “sole controversie in cui il contraente è chiamato in causa dal committente avanti al giudice ordinario in garanzia o manleva, e comunque per qualunque titolo, nell’ambito del giudizio tra committente e l’Ente Committente principale o terzi”.

Parte opposta deduce dal canto suo l’inefficacia della clausola, la quale, avendo natura vessatoria, avrebbe dovuto essere oggetto di specifica e separata approvazione per iscritto e non, come nel caso di specie, di un generico ed indistinto richiamo tanto a clausole vessatorie che a semplici condizioni generali di contratto; s’invocano a tale riguardo recenti arresti della giurisprudenza di legittimità e, segnatamente, Cass. Civ. ord. 14390 del 9.7.2015; Cass. Civ. ord. 9492 del 11.6.2012. l’exceptio compromissi è fondata.

È dirimente il rilievo secondo il quale l’incisiva tutela del contraente debole prevista dall’art. 1341 c.c. avverso condizioni generali di contratto predisposte unilateralmente da uno dei contraenti può infatti operare soltanto quando il tenore letterale ed il contenuto di dette condizioni sia tale da renderle obbiettivamente idonee a regolare in modo uniforme una serie indefinita di rapporti contrattuali, ma non invece quando le clausole del contratto siano state direttamente discusse e concordate dalle parti, circostanza questa che emerge per tabulas, laddove nell’ultimo paragrafo del contratto per cui è causa viene dato atto che “il testo del presente contratto è stato predisposto dopo ampia trattativa tra le parti, con esclusivo riferimento ai lavori di cui trattasi e con la determinante iniziativa e collaborazione del contraente”.

Non sussistono pertanto i presupposti per l’applicazione al caso di specie della disciplina dettata dall’art. 1341 c.c. in materia di clausole vessatorie, sicché la clausola compromissoria deve ritenersi efficace e vincolante, indipendentemente e a prescindere dalle modalità del suo richiamo per l’invero ultronea approvazione mediante doppia sottoscrizione.

Ciò premesso, è opportuno rammentare che per univoca giurisprudenza di legittimità, l’improponibilità della domanda a causa della previsione di una clausola compromissoria è rilevabile non già d’ufficio, ma solo su eccezione della parte interessata e, dunque, non osta alla richiesta ed alla conseguente emissione di un decreto ingiuntivo; tuttavia, è facoltà dell’ingiunto eccepire l’improponibilità della domanda dinanzi al giudice dell’opposizione ed ottenerne la relativa declaratoria. (Cass. Civ., sez. II, n. 5265/11). E dunque, allorché sia rinvenibile nel contratto la presenza di una clausola compromissoria, posto che gli arbitri non possono pronunciare provvedimenti monitori, il giudice ordinario ha comunque il potere – dovere di emettere un decreto ingiuntivo, il quale sarà, tuttavia, soggetto a revoca qualora, nella successiva fase di opposizione, venga eccepita l’incompetenza dell’ufficio giudiziario adito, stante la sussistenza di una clausola compromissoria. Una volta eccepita l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, il giudice del relativo procedimento di opposizione, nell’esercizio della propria competenza funzionale ed inderogabile sull’opposizione, è poi tenuto a dichiarare sia l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto sia la nullità del decreto ingiuntivo stesso e, inoltre, deve anche revocare quest’ultimo, fissando un termine perentorio entro il quale le parti debbono riassumere la causa davanti al giudice competente.

La declaratoria di nullità del decreto ingiuntivo opposto e la sua revoca non possono essere rese con ordinanza, ma presuppongono la pronuncia di una sentenza. Tale conclusione è già stata ribadita anche dalla Suprema Corte di Cassazione la quale, in una fattispecie successiva alla modifica dell’art. 279 c.p.c. apportata dalla Legge 18 giugno 2009 n. 69, in motivazione ha affermato testualmente quanto segue: “Il primo motivo – con il quale si deduce la violazione dell’art. 219 cod. proc. civ., giacché il Tribunale avrebbe deciso la questione di competenza con sentenza anziché con ordinanza, come imposto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), che ha sostituito il citato art. 279, comma 1 e modificato il n. 1) del comma 2 – è infondato; infatti, la previsione della forma terminativa dell’ordinanza, di cui al novellato art. 279 cod. proc. civ., non si applica nel caso di specie, perché il provvedimento con cui il giudice, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, dichiara la carenza di competenza dell’autorità giurisdizionale che emise il decreto in via monitoria, non è una decisione soltanto sulla competenza, ma presenta un duplice contenuto, di accoglimento in rito dell’opposizione per incompetenza e dichiarativo della nullità del decreto” (cfr. in tal senso: Cass. civile, sez. VI, 21 agosto 2012, n. 14594 ).

L’accoglimento della eccezione pregiudiziale sollevata dall’opponente assume carattere assorbente rispetto ad ogni altra questione agitata dalle parti ed al merito della pretesa creditoria avanzata in fase monitoria.

Quanto alla regolamentazione delle spese di lite, i principi testé richiamati circa la compatibilità tra la previsione pattizia di una clausola compromissoria ed il persistente potere di adire il giudice ordinario in via monitoria per l’emissione dell’ingiunzione di pagamento e la possibilità che la parte ingiunta, non sollevando la relativa eccezione, di fatto aderisse, nonostante la clausola compromissoria, all’opzione dell’altro contraente per la giurisdizione ordinaria consentono eccezionalmente di derogare, nel caso di specie, al generale principio della soccombenza e di disporre l’integrale compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale di Treviso, in composizione monocratica, in persona del dott. Andrea Valerio Cambi, disattesa ogni altra domanda, eccezione o istanza, definitivamente pronunciando, così provvede:

– visto l’art. 819 ter c.p.c., revoca il decreto ingiuntivo n. 4942/2015 emesso dal Tribunale di Treviso in data 20.11.2015 in quanto emesso da giudice incompetente;

– assegna termine di mesi tre per la riassunzione del giudizio avanti al Collegio Arbitrale di cui all’art. 32 del contratto ordine n. (…) del 30.7.2014 – dichiara non ripetibili le spese di lite.

Così deciso in Treviso il 3 novembre 2016.

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