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Opposizione a decreto ingiuntivo: fase istruttoria


> L’esperto Pubblicato il 4 marzo 2017



Il giudizio di opposizione segue la struttura del procedimento ordinario (art.  645 c.p.c.).

L’opposizione a decreto ingiuntivo si svolge con le cadenze tipiche del detto giudizio: prima udienza, nella quale  si procederà a verificare sulla regolare costituzione delle parti e all’esame delle istanze avanzate (soprattutto di quelle ex artt. 648 e 649 c.p.c.), oltre che all’esame delle pregiudiziali che ben potrebbero definire il giudizio.

Fase di definizione del thema decidendum e del thema probandum

Successivamente si darà, quindi, ingresso, con l’assegna- zione, eventuale, dei termini istruttori di cui all’art. 183 co. 6, c.p.c., alla fase di definizione del thema decidendum e del thema probandum.

In sede di istruttoria, infatti, il giudice dell’opposizione è chiamato a rivedere la domanda sotto un profilo sostanziale, senza più poter considerare il particolare favor probatorio, attribuito alla documentazione prodotta dal ricorrente dagli articoli 633 e seguenti del  codice.

Il creditore opposto, in tale fase, è chiamato, pertanto, a produrre nuovamente tutta la documentazione già offerta in visione al giudice del monitorio.

Ipotesi di non costituzione dell’opposto

Qualora, pertanto, l’opposto non si sia costituito, il giudice dell’opposizione non potrà utilizzare la documentazione predetta. In particolare, è stato in tal senso affermato che: «La documentazione posta a fondamento del ricorso per decreto ingiuntivo è destinata, per effetto dell’opposizione al decreto e della trasformazione in giudizio di cognizione ordinaria, ad entrare nel fascicolo del ricorrente, restando a carico della parte l’onere di costituirsi in giudizio depositando il fascicolo contenente i documenti offerti in comunicazione. Ne consegue che, in difetto di tale produzione, essa non entra a fare parte del fascicolo d’ufficio e il giudice non può tenerne conto. L’omessa produzione in primo grado non preclude alla parte opposta rimasta contumace in primo grado in un giudizio regolato dall’art. 345 c.p.c. nel testo previgente alla sostituzione operata dalla Legge n. 353 del 1990, di produrre i documenti in appello, senza che sia necessario proporre appello incidentale ove il giudizio di primo grado sia stato definito con la conferma della pretesa posta a base dell’ingiunzione» [1].

Omessa produzione del fascicolo

Analogamente, in un’ipotesi nella quale la parte opposta, pur costituita in primo grado, aveva omesso di pro- durre il relativo fascicolo, si è affermato che «Il procedimento che si apre con la presentazione del ricorso per decreto ingiuntivo e si chiude con la notifica del decreto stesso non è autonomo rispetto a quello che si apre con l’opposizione di cui all’art. 645 cod. proc. civ.; ne consegue che nel giudizio di opposizione, ove la parte opposta non abbia allegato al fascicolo, nel termine di cui all’art. 184 cod. proc. civ., la documentazione posta a fondamento del ricorso monitorio, tale documentazione può essere utilmente prodotta nel giudizio di appello, non potendosi considerare come nuova».

Occorre, però, dare atto che tali principi risultano enunciati in relazione al testo dell’art. 345 cod. proc. civ. come formulato dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile alla fattispecie ratione temporis.

Non poche sono state le modifiche introdotte dal legislatore a tale norma   di legge.

Modifiche dell’art. 345 c.p.c.: legge 69/2009

A seguito dell’art. 46 della Legge  18  giugno  2009,  n.  69, il testo del secondo comma della previsione veniva così modificato: «Non sono ammessi nuovi mezzi di prova, salvo che il collegio non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa ovvero che la parte dimostri di non aver potuto proporli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile. Può sempre deferirsi il giuramento decisorio». Ai sensi dell’articolo 58, comma 2, della l. n. 69 del 2009, la disposizione, come modificata, si applica ai giudizi pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della medesima legge».

… D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012

L’attuale disposto della norma, a seguito della emanazione dell’art. 54 D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv., con modif., in L. 7 agosto 2012, n. 134, è il seguente: «Nel giudizio d’appello non possono proporsi domande nuove e, se proposte, debbono essere dichiarate inammissibili d’ufficio. Possono tuttavia domandarsi gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa. Non possono proporsi nuove eccezioni, che non siano rilevabili anche d’ufficio.

Non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile. Può sempre deferirsi il giuramento decisorio».

Si ritiene, conseguentemente, attesa la tassatività del divieto di produrre nuovi documenti se non nei limiti indicati, che ben difficilmente possa ammettersi, in secondo grado, la produzione di quanto non effettuato nel giudizio di prima istanza.

Appare, pertanto, fondamentale, per parte opposta, allegare al fascicolo di parte prodotto in sede di opposizione, anche il fascicolo della fase monitoria.

Oneri probatori

Abbiamo già esaminato, all’inizio del presente capitolo, come si atteggi la posizione sostanziale delle parti nel presente giudizio e di come la stessa sia opposta rispetto a quella processuale.

Occorre, pertanto, tenere ben presente le conseguenze di tale inversione con riferimento al riparto dell’onere probatorio.

Non è infrequente, infatti, che il ricorrente del giudizio monitorio, scambiando il proprio onere probatorio, ritenga che il relativo onere di contestazione gravi sull’opponente e si esima dal provare il proprio credito, ritenendo di aver già dedotto il tutto nel corso del giudizio speciale.

Riparto degli oneri probatori

Certo, il riparto degli oneri probatori dovrà tenere in debito conto le singole contestazioni allo stesso svolte in sede di giudizio di opposizione.

Se, ad esempio, il credito scaturisce da somministrazione di merce, e l’op- ponente non contesti la detta somministrazione, bensì la presenza di vizi e difetti, ovvero il ritardo nelle forniture, l’onere probatorio dovrà riguarda- re tale aspetto. Il convenuto, quindi, non dovrà provare l’avvenuta fornitura (elemento non contestato), bensì il rispetto delle clausole contrattuali e degli standard qualitativi.

L’opinione delle Sezioni Unite

Sotto tale ultimo profilo, inoltre, deve essere rimarcata la valenza della decisione, ormai ritenuta storica, emanata a Sezioni Unite, con la quale si sono precisati  chiaramente gli oneri probatori a carico delle parti con riferimento alla loro posizione di contraenti. Si è in particolare affermato che: «In tema di prova dell’inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento, ed eguale criterio di riparto dell’onere della prova deve ritenersi applicabile al caso in cui il debitore convenuto per l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno si avvalga dell’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. (risultando, in tal caso, invertiti i ruoli delle parti in lite, poiché il debitore eccipiente si limiterà ad allegare l’altrui inadempimento, ed il creditore agente dovrà dimostrare il proprio adempimento, ovvero la non ancora intervenuta scadenza dell’obbligazione). Anche nel caso in cui sia dedotto non l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, al creditore istante sarà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul debitore l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento» [3].

Le conseguenze di detta decisione si faranno, senz’altro sentire in tutti quei casi (purtroppo, non infrequenti nelle aule giudiziarie), in cui l’opposizione sia meramente generica e svolta al mero fine di protrarre nel tempo la esecutorietà del pagamento.

La dottrina afferma, al proposito, che la questione debba comunque essere risolta sotto il profilo della ripartizione del relativo onere probatorio [4].

note

[1] Cass. civ., sez. III, 18-4-2006, n. 8955.

[2] Cass. civ., sez. II, 27-5-2011, n. 11817.

[3] Cass. civ., Sez. Un., 30-10-2001, n. 13533, in Corr. giur., 2001, 1565, con nota di MARICONDA, Inadempimento e onere della prova: le Sezioni Unite compongono un contrasto e ne aprono un altro; in Nuova Giur. civ. comm., 2002, 349, con nota di MEOLI, Risoluzione per inadempimento ed onere della prova.

[4] DI ROSA, op. cit., pag. 357.

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