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Lo sai che? Cosa posso fare se il datore di lavoro non mi promuove?

Lo sai che? Pubblicato il 26 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 marzo 2017

Per una promozione che la Regione non mi ha mai riconosciuto sono stato costretto, per problemi di salute, a ritirarmi dal lavoro e a un iter giudiziario lunghissimo. Cosa posso fare?

La lunga vicenda giudiziaria che ha coinvolto il lettore fino è stata caratterizzata, purtroppo, da una inutile duplicazione di giudizi.

Dalle informazioni da lui fornite, infatti, il risarcimento del danno da “mobbing” ben si sarebbe potuto chiedere immediatamente dopo la sua dispensa dal servizio o, quantomeno nel ricorso che il lettore ha presentato al giudice del lavoro: già allora l’azione giudiziaria si sarebbe potuta articolare nell’accertamento e riconoscimento della causa di servizio come ragione della dispensa dal lavoro, l’ascrizione della stessa alla categoria di riferimento, l’accertamento della condotta mobbizzante datoriale ed il risarcimento di ogni conseguente danno, patrimoniale e non patrimoniale. Pare, invece, che l’azione per l’accertamento della condotta vessatoria e dequalificante dell’amministrazione e la condanna al conseguente risarcimento sia stata promossa per la prima volta solo nel 2011, peraltro dinanzi al tar. A prescindere dalla competenza del giudice amministrativo o del giudice ordinario in materia, l’azione già in quella sede poteva essere improponibile per decorso della prescrizione decennale dei relativi diritti. In altre parole, chi subisce una condotta mobbizzante può chiedere l’accertamento giudiziale e la condanna datoriale al relativo risarcimento entro dieci anni dal verificarsi del fatto o dall’ultimo atto di denuncia di tale condotta e richiesta del conseguente ristoro. Nel caso di specie, il suo rapporto di lavoro con la Regione si interrompeva nel 1994; per poter chiedere il risarcimento del danno da mobbing è pertanto indispensabile che, entro il 2004, sia stata scritta dal legale del lettore almeno una lettera o iniziato un giudizio, volti a denunciare tale condotta ed a richiedere il ristoro delle relative conseguenze; che tale comunicazione sia stata, a propria volta, reiterata entro i successivi dieci anni. Diversamente qualsiasi azione giudiziaria sul punto, successiva al 2004, sarebbe improponibile per intervenuta prescrizione del relativo diritto.

Sarà, pertanto, necessario valutare attentamente, in base agli atti ed alla documentazione in possesso del lettore, se e quando – prima del 2011 – sia stata denunciata formalmente la condotta vessatoria e mobbizzante della Regione nei suoi confronti e chiesto il risarcimento di ogni conseguente danno. Qualora invece l’azione fosse ancora proponibile, la Regione, secondo le valutazioni operate anche dal tar, ha già adempiuto a quanto statuito nelle sentenze pronunciate nei propri confronti dal giudice amministrativo e dal giudice del lavoro, provvedendo al pagamento delle differenze retributive maturate in ragione della dequalificazione subita ed al pagamento di una somma a ristoro per equivalente del danno patito per la mancata indicazione della causa di servizio quale ragione della dispensa dal lavoro del lettore. Conseguentemente le sentenze in suo possesso sono state ben eseguite dalla controparte soccombente e oggi potrebbero fornire solo un supporto probatorio alle sue rivendicazioni, non il presupposto esclusivo delle medesime. La richiesta di accertamento e risarcimento della condotta mobbizzante posta in essere dalla Regione costituisce, infatti, domanda nuova e diversa rispetto a quelle già avanzate nei confronti dell’Ente, da proporsi dinanzi al giudice del lavoro e da provare non solo documentalmente, ma altresì per testimoni (rappresentati ad esempio da colleghi che all’epoca lavoravano con il lettore e possono confermare la condotta da lui subita), che a distanza di così tanto tempo probabilmente non sarebbero più né attendibili, né reperibili. Pertanto, sulla base di questi presupposti, comunque si sconsigliai di intraprendere una nuova azione legale nei confronti dell’Ente.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini


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