HOME Articoli

Editoriali Separazione e scelte sui figli: che fare se un genitore non consulta l’altro?

Editoriali Pubblicato il 24 marzo 2017

Articolo di




> Editoriali Pubblicato il 24 marzo 2017

Sono mamma di un bimbo di 2 anni nato da una convivenza. A seguito della separazione, il piccolo vive con me con affido condiviso. Suo padre, però, si comporta come se fosse l’unico genitore che può decidere per lui, gli fa fare molti Km in auto e mi controlla di continuo, mette foto del bambino su f.b. ecc…. Cosa posso fare per mettergli un limite?

Prima di entrare nel merito del problema posto dalla lettrice è opportuno chiarire alcuni aspetti generali sul tema dell’ affidamento dei figli dopo la separazione dei genitori.

Affidamento condiviso: regole generali

La legge sull’ affido condiviso [1] ha sancito il diritto di ogni figlio di vivere il rapporto con ciascun genitore in modo completo. Tale principio di piena bigenitorialità è stato ulteriormente rafforzato con la più recente legge che ha parificato figli nati fuori e dentro il matrimonio [2] in quanto lo ha ritenuto espressamente (e non più per analogia) applicabile nella stessa misura a tutti i figli.

Se, quindi, prima di quella legge un bambino veniva affidato solitamente in via esclusiva al genitore con cui restava ad abitare (di solito la madre) e la soluzione dell’affido congiunto aveva solo carattere eccezionale (e demandata a casi di estrema collaborazione mostrata dai genitori che concordemente la sceglievano), con tale legge la situazione si è completamente ribaltata.

In altre parole, ora – a prescindere dall’esistenza di un fisiologico conflitto tra gli ex – la legge attribuisce a ciascun genitore un identico ruolo educativo nei confronti del figlio: l’affidamento è sempre condiviso (salvo casi eccezionali) e, di conseguenza, il genitore collocatario del bambino dovrà vivere con la prole senza ostacolare l’altro genitore nel periodo di tempo in cui questi starà con la prole.

Inoltre, le decisioni di maggiore interesse (ad esempio che scuola far frequentare al figlio, che sport fargli intraprendere, a quale medico rivolgersi) devono essere prese, nell’interesse di figli, di comune accordo tra i genitori, mentre quelle di ordinaria amministrazione (ad esempio la scelta dei pasti, del vestiario, la scelta di uscir o stare in casa) sono demandate al genitore che in quel momento trascorre il tempo col bambino.

Quali provvedimenti sui figli se i genitori non si accordano?

Fatta questa premessa, va detto che è quanto mai opportuno che i genitori, nel momento in cui, a seguito della rottura del loro rapporto, si rivolgono al tribunale per chiedere di pronunciarsi sull’affidamento e sul mantenimento del figlio/i, abbiano già chiara non solo la regolamentazione generale che intendono ottenere (cioè quale dei due abiterà col i figli e la misura del contributo al mantenimento da versare), ma anche la calendarizzazione e le modalità degli incontri tra i figli e il genitore che non vivrà con loro (c.d. genitore non collocatario).

Se detto accordo non viene raggiunto (cosa che sembra avvenuta nel caso in esame) spetta al giudice decidere:

  • sul tipo di affidamento (se condiviso come di regola oppure esclusivo),
  • sul genitore con il quale i figli resteranno ad abitare (c.d. collocazione della prole);
  • sul diritto di visita del genitore che non vivrà con i figli,
  • sul contributo al mantenimento dei figli.

Ciò secondo criteri in parte di massima e in parte legati a diversi fattori quali: la documentazione prodotta dalle parti (ad esempio la situazione reddituale), le richieste delle stesse (ad esempio quella di affido esclusivo), la volontà eventualmente espressa dal figlio (che, se abbia compiuto dodici anni o se, comunque, capace di discernimento, dovrà essere ascoltato in tutti i procedimenti che lo riguardano).

Quando, tuttavia, non vengano segnalati gravi problemi e le parti abbiano espresso delle specifiche esigenze, il giudice decide secondo criteri più o meno standardizzati che, di solito, prevedono, specie quando i minori sono ancora piccoli:

  • l’ affidamento condiviso dei figli;
  • che i figli abitino con la madre nella casa familiare a questa assegnata (indipendentemente dal titolo di proprietà);
  • che il padre abbia diritto di stare con loro almeno due volte a settimana per alcune ore, più i week end, così come in alcuni giorni delle festività e delle vacanze estive, con libertà di scelta sia del luogo che delle modalità con le quali tali visite debbano avvenire.

Tanto per fare un esempio pratico: nei momenti che trascorre con il figlio il padre non dovrà rimanere in casa ma potrà decidere di portare il minore in una ludoteca o in un parco o fare una gita senza dover chiedere l’autorizzazione alla madre e via dicendo.

Provvedimenti sui figli: il giudice decide su tutto?

I provvedimenti del giudice, tuttavia, rappresentano di solito una cornice minima dei tempi di permanenza dei genitori con i figli.

Parlare di cornice minima significa che, ad esempio, il giudice può prevedere che il genitore non collocatario trascorra col figlio/i almeno due giornate a settimana e determinati periodi festivi, ma non potrà indicare nel dettaglio i giorni e le esatte modalità degli incontri, che vanno comunque demandate alla scelta di buon senso da parte dei genitori e alla capacità di anteporre l’interesse dei bambini a quelli personali e al conflitto con l’ex partner.

In ogni caso, quanto specificato dal giudice non va mai letto come una limitazione dei tempi di permanenza del figlio con l’altro genitore; una limitazione, infatti, può essere disposta dal magistrato (ad esempio, prevedendo che genitore e figlio si incontrino solo presso i servizi sociali) solo se vi sia prova che dalla libera frequentazione delle parti possa derivare un danno al minore (si pensi al caso in cui il bambino si mostri turbato all’idea di incontrare da solo il genitore a causa di episodi di violenza cui abbia assistito in passato).

Ciò significa che la cornice generale stabilita dal tribunale va saputa riempire sulla base delle esigenze che si manifestano nel corso del tempo. Ed anzi, è quanto mai opportuno che i genitori mostrino una certa elasticità nell’eseguire quanto stabilito dal Tribunale.

Ad esempio, in una pronuncia di qualche tempo fa [3] che ritengo essere, per la tenera età del bambino molto aderente al caso esposto, si legge che è dovere del genitore saper interpretare in modo responsabile eventuali “segni di disagio” dei figli e quindi, per esempio, riportarli dall’altro genitore, se durante la notte non riescono ad addormentarsi senza la presenza di quest’ultimo.

In altre parole, occorre che i genitori si mostrino in grado di tener conto delle specifiche circostanze e necessità del figlio che di volta in volta si presentino, in quanto non è possibile che il giudice possa autonomamente prevedere in sentenza ogni dettagliata modalità dell’affidamento di un minore, così come eventuali comportamenti da assumere in specifiche situazioni.

Provvedimenti sui figli: che succede se un genitore non li rispetta?

In ogni caso, il provvedimento del Tribunale (e quindi quello attualmente in vigore tra i genitori) costituisce un titolo che consente a ciascun genitore, nel momento in cui esso non viene rispettato da uno dei genitori, di agire in giudizio per far valere i propri diritti (ad esempio quello a vedere il bambino ove ciò gli sia impedito o ad ottenere dall’altro genitore il contributo per le spese di mantenimento, ove queste non siano versate).

Nello specifico, in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore oppure ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, il giudice può [4]:

  • modificare i provvedimenti in vigore;
  • ammonire il genitore inadempiente;
  • condannarlo al risarcimento dei danni nei confronti del minore o dell’altro genitore;
  • condannarlo al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.

Al pari i genitori – sia individualmente che congiuntamente – hanno la possibilità di chiedere in ogni tempo al giudice la modifica dei provvedimenti relativi all’affidamento e al mantenimento dei figli [5] tutte le volte in cui siano subentrate nuove ragioni per farlo.

Affido condiviso: quando il ricorso al giudice non basta

Quanto detto fa capire come, nel caso che ci riguarda, il problema non attiene tanto al fatto che sia ostacolato il diritto della mamma a stare con il piccolo, quanto al fatto che questa ritiene dannose per il bambino le scelte del padre (ad es. il fargli percorrere molti Km in auto, le pubblicazioni di sue immagini su f.b.) dalle quali viene puntualmente estromessa.

Partendo da questo presupposto ritengo che prima di rivolgersi nuovamente al tribunale, il problema vada affrontato alla base, con riferimento al rapporto tra i due genitori.

Anche ipotizzando, infatti, che la donna chieda al giudice una nuova e diversa regolamentazione delle visite (ad esempio imponendo che esse avvengano sempre in casa sua) o che ottenga un provvedimento di ammonimento del padre (nel caso che questi non stia rispettando le modalità di visita attualmente in vigore), il rischio concreto è che, se ad esso non segua una collaborazione effettiva tra i genitori, questo provvedimento comunque non cambi di molto la sostanza delle cose in futuro.

Né, al contempo, può ipotizzarsi di doversi rivolgere al Tribunale man mano che il bambino cresca e ne mutino le esigenze oppure ogniqualvolta il padre faccia qualcosa che la madre non condivide.

Contrasti tra i genitori: quali strumenti per gestire il conflitto?

Occorre invece che prima i genitori lavorino insieme sulle loro capacità di collaborare nell’interesse del figlio e solo dopo, eventualmente (ma non necessariamente) si rivolgano insieme al Tribunale, affinché modifichi i precedenti provvedimenti secondo le necessità di ciascuno.

Con tale obiettivo sarebbe quanto mai opportuno – visto il rapporto conflittuale e la difficoltà nel dialogo – intraprendere, prima ancora di rivolgersi ad un avvocato, un percorso di mediazione familiare finalizzato alla miglior comprensione e gestione della bigenitorialità. Si tratta, peraltro, di una serie di incontri che non hanno carattere terapeutico, né psicologico ma che semplicemente – facendo emergere le preoccupazioni e le aspettative di ciascuna parte –  potranno aiutare i genitori a comprendere in che modo trovare le migliori modalità per gestire la separazione e il rapporto con il piccolo.

A tale scopo potrà essere proprio la lettrice a farsi parte attiva, proponendo tale percorso al padre del bambino in vista dell’alternativa di un’azione giudiziaria.

Ove poi manchi una disponibilità in tal senso, l’alternativa potrebbe anche essere quella di proporre al padre del bambino di intraprendere una procedura di negoziazione assistita (ancor meglio se rivolgendosi ad avvocati formati alla pratica del diritto collaborativo) e finalizzata ad ottenere una modifica  congiunta degli attuali provvedimenti in vigore.

In questo modo sarà molto più facile per i genitori dare una concreta attuazione alle condizioni contenute in un eventuale nuovo provvedimento di regolamentazione dell’affidamento, fare in modo che esse non siano nel tempo disattese e soprattutto mostrarsi entrambi capaci di adattarle nel corso del tempo alle esigenze legate ai bisogni e ai tempi di crescita del bambino.

note

[1] L.n.54/2006.

[2] L. 219/2012.

[3] C.A. di Catania, decr. del 16.10.13.

[4] Art. 709 ter cod. proc. civ.

[5] Art. 337 quinquies cod. civ.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. L’art. 316 del Codice Civile recita:
    “In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei.
    Il giudice, sentiti i genitori e disposto l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento, suggerisce le determinazioni che ritiene più utili nell’interesse del figlio e dell’unità familiare. Se il contrasto permane il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l’interesse del figlio.”

    L’articolo si applica sia ai genitori non coniugati che divorziati, che separati, che conviventi.
    Va sottolineato il “senza formalità”.
    Deve intendersi non solo come anche senza avvocati, ma come auspicatamente e con ragione senza avvocati. Una letterina in carta semplice indirizzata al Presidente del Tribunale dove abita il figlio (provvederà lui a chi assegnare la patata) in cui si spieghi in maniera piana e concisa quale è il punto del disaccordo e quale sia la soluzione consderata migliore nell’interesse del bambino.
    La decisione del giudice aiuterà a trovare l’accordo dei genitori. Qualora un genitore non vi si attenga, allora sarà opportuno ricorrere al Tribunale con formalità al fine una modifica delle condizioni di affidamento in vista di ridimensionare il ruolo genitoriale dell’inadempiente.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI