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Parto anonimo e diritto del figlio alla conoscenza delle sue origini

22 marzo 2017 | Autore:


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Il figlio nato da un parto anonimo ha diritto di conoscere le proprie origini e le circostanze della propria nascita o non saprà mai chi lo ha dato alla luce?

È noto il detto «mater semper certa est, pater numquam» che, tralasciando il latino, esplicita una delle più note evidenze in natura, ovvero: “la madre è sempre certa, il padre … non si sa mai” . Quella appena esposta è sicuramente una certezza, ma non per tutti: purtroppo esistono casi in cui per le ragioni più svariate (sanitarie, sociali, o più semplicemente economiche) la madre, al momento del parto, decida di restare anonima e di non riconoscere il figlio.

Potrebbe sorgere, a questo punto, il seguente interrogativo.

Il figlio nato da un parto anonimo ha il diritto di conoscere le proprie origini biologiche e le circostanze della propria nascita o, al contrario, non potrà mai sapere chi lo ha dato alla luce?

Per rispondere a questo delicato interrogativo è intervenuta, con una recentissima sentenza [1] la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che ha “rotto” il silenzio del Parlamento sul punto.

Ed infatti, sarebbe stato compito del nostro Legislatore introdurre apposite disposizioni in materia. Nel perdurante vuoto legislativo, tuttavia, è stata la magistratura a “prendere in pugno la situazione”.

Secondo la Suprema Corte, infatti, il mancato intervento della legge non può in alcun modo giustificare la violazione di un diritto del figlio, ormai riconosciuto anche a livello costituzionale.

A quest’ultimo proposito è necessario fare un passo indietro.

Ed invero, sulla questione è intervenuta non molto tempo fa anche la Corte Costituzionale [2]. Detto intervento è stato importantissimo poiché prima che la Corte Costituzionale si pronunciasse il figlio nato da un parto anonimo non aveva alcuna possibilità di risalire “per vie legali” alle proprie origini biologiche. E ciò in quanto se la madre decideva di partorire nell’anonimato, la stessa poi non poteva mai più essere interpellata al fine di comprendere se voleva continuare a restare anonima o se, invece, con il tempo aveva cambiato idea e volesse, dunque, “uscire dall’anonimato” [3].

È importante sottolineare che la suddetta pronuncia della Corte costituzionale è stata “sollecitata” – a sua volta – da una decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo [4], la quale ha ritenuto che – nella materia oggetto della presente disamina –  la legge italiana fosse troppo orientata verso la tutela della madre a discapito dei diritti del figlio.

Ponendosi nel medesimo solco della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei diritti dell’uomo, la Suprema Corte – pronunciandosi a Sezioni Unite – ha cercato di coniugare il diritto fondamentale del figlio a conoscere la propria identità, nel rispetto del contrapposto diritto all’anonimato della madre.

Segnatamente, secondo la Suprema Corte, nonostante «il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa», esiste «la possibilità per il Giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata». Il giudice, quindi –  su richiesta del figlio che abbia raggiunto la maggiore età – potrà interpellare la donna per verificare se la stessa voglia restare anonima o, con il tempo, abbia deciso “di uscire allo scoperto”.

A tal fine e pur nel silenzio della legge, le modalità da seguire – spiega la Cassazione – devono essere idonee a garantire il rispetto e la riservatezza della donna. Quest’ultima, infatti, dovrà essere interpella in maniera più discreta e meno invasiva possibile.

Potrebbe accadere, infatti, che la madre – anche dopo molto tempo – voglia continuare a vivere nell’anonimato ed in questi casi, purtroppo, il diritto del figlio alla conoscenza delle proprie origini resterebbe precluso in quanto soggetto all’insuperabile limite del perdurante diniego della donna che si rifiuti di svelare la propria identità.

Si spera che ben presto il Parlamento si determini a legiferare più puntualmente al riguardo.

In tale attesa, nel nostro ordinamento prevale il diritto della madre a tenere celata la propria identità, ma non senza che siano effettuate tutte le indagini – da attuarsi con discrezione e rispetto –  circa la perduranza della volontà della donna di restare anonima.

note

[1] Cass. sent. n. 1946 del 25.01.2017.

[2] C. Cost. sent. n. 278 del 18.11.2013.

[3] Con la citata sentenza, infatti, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 28, comma 7 della legge n. 184/1983 nella parte in cui non prevedeva la possibilità per il giudice di sentire, su richiesta del figlio, la madre che aveva dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30 del D.P.R. n. 396/2000, ai fini di un’eventuale revoca di tale dichiarazione.

[4] Corte Europea dei diritti dell’uomo – Caso Godelli c. Italia, sentenza del 25.11.2012.

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