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Lo sai che? Che fare se l’avversario dice bugie in causa?

Lo sai che? Pubblicato il 8 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 marzo 2017

Chi agisce o resiste in causa con malafede o colpa grave può essere condannato a risarcire i danni all’avversario.

Un processo si basa sulle prove e tutto ciò che non può essere dimostrato non può neanche essere accolto dal giudice. La conseguenza, in caso di rigetto della «domanda processuale», è la condanna alle spese ossia – per usare un gergo di strada – l’obbligo di pagare l’avvocato e tutte le altre spese sostenute dalla controparte. Ma che succede se l’avversario dice delle bugie e lo fa in malafede? Una cosa, infatti, è sostenere un proprio diritto ma non averne le prove; un’altra è, invece, affermare delle falsità evidenti. In quest’ultima ipotesi, se durante il processo dovesse risultare che la realtà è diametralmente opposta a quella sostenuta da una delle parti, e che pertanto questa ha affermato bugie davanti al giudice, è possibile chiedere un ulteriore risarcimento del danno per abuso processuale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

Condanna per responsabilità processuale

La parte vittoriosa può chiedere al giudice di condannare al risarcimento del danno la parte soccombente in due ipotesi:

  • quando ha agito e resistito in giudizio con dolo o colpa grave;
  • quando ha esercitato imprudentemente un proprio diritto, di cui il giudice abbia accertato l’inesistenza.

In questa sede ci occuperemo della prima ipotesi.

La base normativa di tale disciplina è il codice di procedura civile [2] che parla di responsabilità aggravata. In particolare, se risulta che la parte che ha perso la causa ha iniziato il giudizio o si è limitata a resistere alla richiesta avversaria con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese processuali, anche al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza. La mala fede e la colpa grave consistono nell’agire o resistere in giudizio con la consapevolezza di essere nel torto, cioè con l’intento di allungare i tempi o danneggiare l’avversario o con la mancanza di quel minimo di diligenza o prudenza necessarie per rendersi conto dell’infondatezza della propria pretesa e per valutare le conseguenze dei propri atti.

Secondo la Cassazione, quindi, compie un vero e proprio «abuso del processo» chi, nel proprio ricorso, sostiene fatti che oggettivamente non corrispondono a verità, deducendo ad esempio che la controparte si sia comportata in un determinato modo o abbia dichiarato specifiche circostanze, salvo poi essere smentito dagli atti: si configura in tal caso una responsabilità aggravata che va punita con la condanna a pagare all’intimato una somma di denaro. Tale somma può essere pari alla condanna alle spese processuali già dovute per aver perso la causa.

Non c’è bisogno di agire in malafede. Secondo la Suprema Corte, basta la colpa grave, ossia quel minimo di prudenza nell’affermare delle tesi avventate, senza prima aver verificato come si sono effettivamente svolti i fatti. In ogni caso, il giudice può condannare una parte per responsabilità aggravata solo in caso di sua totale soccombenza, non anche in caso di soccombenza reciproca.

Se è certa l’esistenza del danno ma non è dimostrabile l’entità economica, il giudice può liquidare il danno in via equitativa.

La condanna alle spese per lite temeraria può essere inflitta, nei casi più gravi, anche direttamente dal giudice, senza cioè bisogno dell’istanza della parte vincitrice. Deve comunque risultare un comportamento processuale scorretto tenuto dalla parte soccombente nel corso del giudizio. La legge non indica le condotte sanzionabili; pertanto si ritiene che il giudice possa pronunciare la condanna solo se la parte ha agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave.

note

[1] Cass. sent. n. 5784/17 dell’8.03.2017.

[2] Art. 96 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. CHE FARE SE LE CAUSE SONO AFFIDATE A PERSONE CHE SI “AUTODEFINISCONO GIUDICI” E’ DOPO,OLTRE CHE SI E’ INTUITO,DOPO SI SCOPRE CHE REALMENTE NON, RIBADISCO “NON” SONO GIUDICI BENSI’ SEMPLICI INESPERTI DOTTORATI ?

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