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Lo sai che? Allacciarsi alla luce senza pagare la bolletta: cosa si rischia?

Lo sai che? Pubblicato il 9 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 marzo 2017

Scatta il reato con l’aggravante per il furto di energia elettrica: punito con il carcere chi si allaccia alla rete Enel senza aver sottoscritto un contratto.

Si può essere considerati «ladri» se si ruba la luce? Sì, e l’utente che, mediante congegni che escludano il regolare funzionamento del contatore, riesce a utilizzare energia elettrica senza pagare alcunché rischia un procedimento penale. Secondo la giurisprudenza chi si allaccia abusivamente, dopo la stipula del contratto, al contatore dell’Enel, per procurarsi energia necessaria senza dover aumentare, in proporzione, le proprie “uscite”, con conseguente sottrazione della energia di pertinenza dell’ente, commette il reato di furto di energia elettrica [1].

Sul tema, è intervenuta, con due sentenze dell’anno scorso, la Corte di Appello di Bari. Una prima volta i giudici hanno chiarito che [2] integra il reato di furto e non quello di truffa, la condotta di chi sottrae energia elettrica mediante la manomissione del contatore alterando il sistema di misurazione dei consumi. Infatti, avendo la misurazione la funzione di individuare l’entità di energia trasferita all’utente e, quindi, di specificare il consenso dell’ente erogatore in termini corrispondenti, la condotta dell’agente prescinde dall’induzione in errore del somministrante ed è immediatamente diretta all’impossessamento della cosa per superare la contraria volontà del proprietario.

Nella seconda pronuncia [3], è stato detto che, per il ladro di energia elettrica, scatta il furto aggravato anche se questi non viene sorpreso a manomettere il contatore. L’indebita fruizione di un consumo, è circostanza che, già di per sé, implica l’aumento della pena. Nel caso di specie è stata condannata a un anno di reclusione e 200 euro di multa, una signora che si era allacciata alla rete elettrica Enel e ne aveva goduto, senza pagare alcuna bolletta. A detta dei giudici il furto si deve considerare aggravato per via della violenza sulle cose e dall’esposizione alla pubblica fede della corrente della luce. Si può sperare in una riduzione della pena se il colpevole è incensurato e se la condotta è stata posta in essere per un periodo limitato di tempo.

Il reato, si legge in sentenza, scatta in automatico nel momento stesso in cui avviene l’indebita fruizione di energia elettrica, con conseguente elusione degli importi non pagati, perché non registrati.

La condanna scatta a prescindere dal fatto che il colpevole venga sorpreso a manomettere il contatore della luce: basta il semplice fatto che questi abbia – senza averne diritto – usufruito di energia elettrica senza pagarla. Addirittura, secondo la pronuncia in commento, non rileva neanche il fatto che a manomettere il contatore sia stato il precedente titolare dell’appartamento o il vecchio inquilino: basta il semplice vantaggio dell’utilizzo della luce, ovviamente purché consapevole, per far scattare il procedimento penale.

Peraltro, secondo la Cassazione [3], per essere sottoposti ad arresto immediato ed obbligatorio – circostanza che presuppone lo stato di flagranza, ossia l’essere stati colti “con le mani nel sacco” – non è necessario che la polizia abbia sorpreso l’utente a manomettere il contatore o ad effettuare l’allaccio abusivo, ma basta il semplice furto d’energia e la finalità della condotta tesa all’impossessamento.

note

[1] Trib. Bari sent. n. 2384/2016.

[2] C. App. Palermo sent. n. 60/2016.

[3] C. App. Palermo sent. n. 4322/16 del 12.10.2016: « La configurabilità del reato di furto aggravato di energia elettrica non richiede la prova della manomissione del contatore, assumendo rilievo la sola circostanza che all’atto del controllo vi sia l’indebita fruizione di energia, con conseguente elusione degli importi non pagati, perché non registrati. Né ha rilievo l’eventuale manomissione commessa da precedenti detentori dell’immobile, posto che quel che rileva è l’effettivo utilizzo dell’energia, integrante il fatto della sottrazione e non che l’agente sia sorpreso nell’atto di manomettere il contatore dei consumi. Trattasi, invero, di circostanza che ha natura oggettiva e, pertanto, in applicazione dell’art. 59, comma 2, c.p., si comunica anche gli altri compartecipi del reato, ancorché sconosciuta o ignorata per colpa».

[4] Cass. sent. n. 42602/15.

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IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello del distretto di Palermo, Terza Sezione Penale

Composta dai Signori:

1. Presidente Dott. RAFFAELE MALIZIA

2. Consigliere Dott. EGIDIO LA NEVE

3. Consigliere Dott. MARIO CONTE

il 05.10.2016 con l’intervento del Pubblico Ministero rappresentato dal Sostituto Procuratore Generale della Repubblica Dott. MI.AG. e con l’assistenza del Cancelliere Sig. Fa.Di.

Ha emesso e pubblicato la seguente:

SENTENZA

Nel procedimento penale contro:

Con sentenza del 14/10/2014 il Tribunale di Termini Imerese, in composizione monocratica, ha dichiarato Ca.Vi. colpevole del reato di furto enel aggravato dalla violenza sulle cose e dall’esposizione. alla pubblica fede – accertato il 14/05/2009 – e l’ha condannata alla pena di anno uno di reclusione ed Euro 200,00 di multa, con esecuzione della stessa sospesa.

Avverso la sentenza ha proposto appello il difensore dell’imputata, che ha chiesto l’assoluzione per carenza dell’elemento soggettivo, prospettando che mancherebbe la prova certa della consapevolezza o della conoscenza dell’abusiva utilizzazione di energia elettrica, anche perché, una volta cessata l’utenza per morosità, il 9/03/2009, a quella data non era stato apposto alcun sigillo, come dichiarato dal teste Da.Sa., tecnico enel.

Inoltre, si sarebbe dovuto tenere conto di quanto dichiarato dall’imputata nell’interrogatorio reso, secondo la quale già prima del periodo in contestazione le chiavi dell’immobile erano nella disponibilità di Ca.Vi., padre di Pi., con il quale la stessa aveva convissuto, trasferendosi, poi, in un’altra regione.

Così, è stato evidenziato che non ci si sarebbe dovuti basare solo sul dato formale della mera intestazione dell’utenza in capo all’appellante.

Inoltre, l’imputata non avrebbe avuto alcuna comunicazione della cessazione del rapporto da parte della società erogatrice.

In subordine, è stata chiesta la concessione delle circostanze attenuanti generiche, anche al fine di mitigare la pena, non essendo ostativo alcun precedente penale, a fronte, peraltro, dell’assenza di motivazione del primo Giudice, sia per le generiche che per il trattamento sanzionatorio, in senso stretto.

L’atto di gravame è fondato, poiché all’appellante devono essere concesse le circostanze attenuanti generiche e la pena deve essere contenuta nel minimo edittale, concedendo il beneficio di cui all’art. 175 c.p., ricorrendone i presupposti di legge.

Invero, nel corso dell’interrogatorio, la stessa imputata si è limitata a riferire che non avrebbe avuto la disponibilità delle chiavi dell’immobile, al termine della relazione che l’aveva legata a Ca.Pi. e che era rientrata nel possesso dell’immobile solo nel novembre del 2010. Il teste Ca.Pi., per parte sua, ha dichiarato che, cessata la relazione sentimentale con l’imputata, la predetta non si era mai occupata di ritirare le chiavi dell’immobile consegnate a suo padre e che la predetta aveva, pur sempre, le sue chiavi.

Deve ritenersi, pertanto, non provata la circostanza, riferita dall’imputata, secondo la quale la stessa, fino al mese di novembre 2010, non avrebbe avuto la disponibilità dell’immobile, essendo cessata la relazione sentimentale con il detto Ca. nell’ottobre 2008. Il teste Da.Sa., tecnico Enel, per parte sua, ha riferito che l’utenza interessata al controllo era stata disattivata per morosità ed era stato, quindi, riscontrato l’allaccio abusivo alla rete elettrica, risultando, così, consumi non fatturati per un importo di 1579,00 Euro; la cessazione per morosità era avvenuta il 9.03.2009 mentre l’accertamento era stato effettuato il 14 maggio dello stesso anno; l’utenza era intestata all’odierna appellante ed era stato realizzato l’allaccio diretto alla rete, non rilevando, perciò, la mancata apposizione dei sigilli, come, invece, prospettato dall’appellante.

Contrariamente a quanto prospettato nell’atto di gravame, il teste Davi ha dichiarato che, dopo il distacco dell’energia per morosità, viene, solitamente, ridotta la potenza e di ciò ne dà avviso anche lo stesso contatore, seguendo, poi, la comunicazione della società erogatrice, pur non essendo stato in grado di fornire la prova documentale della ricezione, da parte dell’imputata, della detta comunicazione.

Orbene, la Corte rileva che tale aspetto non refluisce sulla configurazione del reato, posto che quel che rileva è l’indebita fruizione di energia elettrica, con conseguente elusione degli importi non pagati, perché non registrati, e dei quali beneficiava l’odierna appellante. La Corte osserva, dunque, che, ai fini della sussistenza del reato contestato, non è necessaria la prova della manomissione del contatore, essendo rilevante, solo, che all’atto del controllo vi sia l’indebita fruizione di energia elettrica, in sintonia con quanto puntualizzato, nel tempo, dalla Corte di Cassazione.

Neppure ha rilievo l’eventuale manomissione commessa da precedenti detentori, posto che quel che rileva è l’effettivo utilizzo dell’energia, integrante il fatto della sottrazione e non che l’agente sia sorpreso nell’atto di manomettere il contatore dei consumi (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 19119 del 16.3.2004).

Trattasi, invero, di circostanza che ha natura oggettiva e, pertanto, in applicazione dell’art. 59 comma secondo c.p., si comunica anche gli altri compartecipi del reato, ancorché sconosciuta o ignorata per colpa (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 19637 del 6.4.2011).

Peraltro, la manomissione integra gli estremi dell’aggravante, come contestata, che si estende ai compartecipi, anche se tale evenienza sia stata ignorata.

Infatti, nella qualità di intestataria della fornitura, l’odierna appellante, attraverso l’allaccio abusivo, aveva ottenuto di omettere la registrazione e la conseguente fatturazione dei consumi effettivi, apparendo del tutto irrilevante quanto dedotto dal difensore in ordine alla mancanza di prova in relazione alla manomissione del contatore da parte dell’imputata. All’appellante devono, poi, essere concesse le circostanze attenuanti generiche e la pena deve essere contenuta nel minimo edittale sia per l’incensuratezza della stessa sia per la brevità del lasso temporale di esplicazione della condotta criminosa.

Deve, pertanto, essere concesso, anche, il beneficio di cui all’art. 175 c.p. e deve essere, in siffatti termini, parzialmente riformata l’impugnata sentenza.

P.Q.M.

Letto l’art. 605 c.p.p.;

in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Termini Imerese, in composizione monocratica, in data 14/10/2014, appellata da (…) concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti, riduce la pena a mesi sei di reclusione ed Euro 154,00 di multa.

Ordina che della condanna non sia fatta menzione nel certificato del casellario giudiziario spedito a richiesta di privati, non per ragione di diritto elettorale e conferma nel resto l’impugnata sentenza.

Così deciso in Palermo il 5 ottobre 2016.

Depositata in Cancelleria il 12 ottobre 2016.


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