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Denuncia per furto al supermercato, che rischio?

10 marzo 2017


Denuncia per furto al supermercato, che rischio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 marzo 2017



Anche per il furto di generi alimentari o altri prodotti di valore minimo si rischia una querela e un procedimento penale. Tuttavia, se il colpevole non è recidivo, si può ottenere il perdono per tenuità del fatto.

Ciò che si prende al supermercato e che non si paga alla cassa diventa oggetto del reato di furto e, pertanto, si può essere passibili di una querela e del conseguente processo penale. A ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione [1] che ha condannato a cinque mesi di reclusione e 150 euro di multa un uomo accusato del furto di due confezioni bresaola al supermercato. Per la Suprema Corte, non è una valida giustificazione né il fatto che i prodotti alimentari siano di scarso valore economico, né il fatto che il ladro al supermercato sia in condizioni di difficoltà economica ed indigenza. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si rischia in caso di denuncia per furto al supermercato.

La prima cosa da tenere in considerazione è che il codice penale, nel disciplinare il reato di furto [2], non pone limiti minimi al valore del bene rubato. In pratica, si può parlare di furto anche se l’oggetto di cui ci si è illegittimamente appropriati è di scarso valore. Esistono però alcune pronunce giurisprudenziali secondo le quali, in tema di reati contro il patrimonio (appunto il furto), non si può procedere alla punizione del colpevole se non c’è stata un’effettiva lesione economica al patrimonio della vittima, come nel caso in cui ad essere rubato è un oggetto di insignificante valore (ad esempio, un tappo di bottiglia, una foglia di lattuga, ecc.). Stando a questo orientamento, chi si avvicina al bancone della frutta al supermercato e, prelevando un campione della merce esposta per saggiarne la qualità prima dell’acquisto – si pensi a un pistacchio, una fragola, un chicco d’uva, ecc. – non dovrebbe essere punito.

La seconda cosa di cui tenere conto è che il furto al supermercato non è consumato se il ladro non supera le casse: è solo in quel momento che, infatti, avviene l’inadempimento all’obbligo di corrispondere il prezzo e si evidenzia, nella sua più plateale chiarezza, la condotta del ladro rivolta ad appropriarsi del bene altrui. Tuttavia, se già prima di superare le casse, una persona viene pescata – da un vigilantes o da un poliziotto in borghese – a prelevare un oggetto e ad occultarlo dentro il cappotto, in una tasca, nella borsa o nello zaino si può già parlare di «furto tentato». Il che fa scattare ugualmente le sanzioni penali, ma più lievi rispetto al «furto consumato».

In entrambi i casi, chi ruba o tenta di rubare al supermercato rischia una denuncia-querela e a farla è il proprietario dell’esercizio commerciale o il responsabile del punto vendita. Ma se quest’ultimo non fa nulla, il reato non può essere procedibile d’ufficio, anche in caso di flagranza. Insomma, se il gestore del supermercato accetta “le scuse” del responsabile, quest’ultimo non rischia nulla.

Attenzione però: solo se c’è la polizia è possibile la perquisizione e la richiesta di documenti al ladro. Diversamente, il dipendente del supermercato non potrebbe mai mettere le mani addosso al cliente. Anche a questo servono i rivelatori elettronici anti taccheggio.

Una volta sporta la querela, chi ruba al supermercato rischia un procedimento penale per furto e dovrà attendere che gli vengano notificati gli atti del procedimento. Con una richiesta di certificato per «carichi pendenti» potrà sapere, in anticipo, se nei suoi confronti è stata sporta querela. Tale certificato consente di conoscere eventuali querele e procedimenti penali in corso a carico di un determinato soggetto, in modo da poter approntare in anticipo le proprie difese.

Quanto alla presenza di telecamere sul punto di vendita, queste sono legittime – e i filmati possono essere utilizzati come prova del furto nel supermercato – solo se la loro presenza è segnalata ai clienti con apposito cartello da tutti visibile sulla porta dell’esercizio commerciale o, comunque, in una zona posta all’inizio del locale.

Ma vediamo ora cosa rischia, materialmente, chi subisce la denuncia per furto al supermercato. Abbiamo detto che, se il proprietario del punto vendita o il responsabile di zona sporgono la denuncia-querela, si avvia un procedimento penale. Se non ci sono circostanze aggravanti la sanzione penale prevista dal codice [3] è quella della reclusione fino a tre anni e con la multa da 154 euro a 516 euro. Senonché, se il ladro non è abituale – nel senso che non è stato beccato altre volte a rubare al supermercato – questi può beneficiare di un particolare trattamento di favore recentemente introdotto nel codice penale che va sotto il nome di tenuità del fatto [4]: esso comporta la non punizione del colpevole e l’archiviazione del procedimento penale. In pratica, niente processo e niente sanzioni come reclusione o multe. Non c’è bisogno di richiederlo perché è il pubblico ministero o il giudice stesso a doverlo disporre automaticamente. L’unica conseguenza per il colpevole è sulla fedina penale che resta macchiata. Il proprietario del supermercato poi potrebbe fargli una causa civile per il risarcimento del danno, ipotesi però inverosimile per beni di valore ridotto.

Riassumiamo quanto detto sin ora e ricordiamo cosa rischia chi ruba al supermercato e subisce una denuncia per furto:

  • scatta un procedimento penale solo se l’oggetto ha un valore economico in sé, anche se modesto: si può essere denunciati per il furto di una confezione di salame o anche per una mela, non invece per un chicco d’uva provato al banco della frutta;
  • il procedimento penale per furto scatta solo se c’è la querela del proprietario del supermercato o del punto vendita;
  • come prova non può essere usato il filmato delle telecamere a circuito chiuso se la loro presenza non è oggetto di un apposito avviso affisso con un cartello all’ingresso del supermercato;
  • il responsabile che non sia recidivo evita il processo e la sanzione penale grazie alla particolare tenuità del fatto.

note

[1] Cass. sent. n. 11423/17.

[2] Art. 624 cod. pen.

[3] Art. 131-bis cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 44092/16 del 18.10.2016.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 20 dicembre 2016 – 9 marzo 2017, n. 11423
Presidente Romis – Relatore Miccichè

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 9 maggio 2016, ha confermato la sentenza emessa dal locale Tribunale, che aveva condannato P. R. alla pena di mesi cinque di reclusione ed Euro.150,00 di multa, riconoscendolo colpevole del reato di tentato furto di due confezioni di bresaola commesso all’interno di un supermercato, riconosciuta l’attenuante di cui all’art. 62 n.4 cod pen ritenuta equivalente alla contestata recidiva. La Corte d’Appello ha disatteso i motivi di gravame, confermando la valutazione del primo giudice quanto alla ritenuta inconfigurabilità dell’ipotesi lieve di furto per bisogno, di cui all’art. 626 n. 2 cod pen. e, pur concedendo le attenuanti generiche, ha formulato un giudizio di equivalenza con la contestata recidiva, confermando la pronuncia di primo grado anche in punto di determinazione del trattamento sanzionatorio.
2. P. R. ha proposto ricorso per il tramite del proprio difensore di fiducia, lamentando, con il primo motivo, violazione di legge e vizio di motivazione ex art. 606, lett. b) ed e) cod.proc.pen, in relazione agli artt.624 e 626 cod. pen per avere la Corte d’Appello erroneamente e illogicamente affermato che l’ipotesi lieve doveva escludersi poiché l’imputato non aveva dimostrato di trovarsi nell’impossibilità di far fronte alle proprie esigenze di sostentamento. In tal modo, la Corte territoriale aveva erroneamente addossato all’imputato l’onere probatorio mentre, in base ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, l’esigenza di soddisfazione del bisogno può essere desunta da dati probatori acquisiti al processo, che nel caso in esame erano rappresentati dal fatto che l’imputato fosse stato ammesso al gratuito patrocinio, nonché dalla stessa natura di genere alimentare e dalla esiguità del valore economico del bene appreso, già riconosciuta ai fini dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod pen. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta l’assenza di motivazione in ordine alla richiesta di esclusione della recidiva in contestazione, in ragione della inconciliabilità tra il fatto materiale compiuto e il giudizio di maggiore attitudine a delinquere erroneamente formulato dalla Corte d’appello. Con il terzo motivo, infine, deduce il ricorrente violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 99, 62 bis, 69 e 133 cod pen, per avere la Corte d’appello ancorato il computo sanzionatorio tenendo conto soltanto del numero dei precedenti penali dell’imputato, già comunque valutati con l’applicazione della recidiva. Insiste, dunque, per l’annullamento della pronuncia impugnata.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo è infondato.
2. Secondo il consolidato orientamento di legittimità, il furto lieve per bisogno è configurabile nei casi in cui la cosa sottratta sia di tenue valore e sia effettivamente destinata a soddisfare un grave ed urgente bisogno; ne consegue che, per far degradare l’imputazione da furto comune a furto lieve, non è sufficiente la sussistenza di un generico stato di bisogno o di miseria del colpevole, occorrendo, invece, una situazione di grave ed indilazionabile bisogno alla quale non possa provvedersi se non sottraendo la cosa (Sez. 5, n.32937del 19/05/2014, Rv. 261658, Sez. 2, n.42375 del 05/10/2012, Rv. 254348 ).
3. Fermo il suddetto principio, va altresì precisato che nell’ordinamento processuale penale non è previsto un onere probatorio a carico dell’imputato, modellato sui principi propri del processo civile, ma è, al contrario, prospettabile un onere di allegazione, in virtù del quale l’imputato è tenuto a fornire all’ufficio le indicazioni e gli elementi necessari all’accertamento di fatti e circostanze ignoti che siano idonei, ove riscontrati, a volgere il giudizio in suo favore, fra i quali possono annoverarsi le cause di giustificazione (Sez. 2, n. 20171 del 07/02/2013 Rv. 255916).
4. Ai fini della sussistenza dell’ipotesi attenuata del furto commesso in stato di bisogno l’imputato avrebbe dovuto dedurre che la sottrazione era diretta al soddisfacimento di un bisogno primario, non solo sotto il profilo dell’elemento psicologico del reato, ma anche da un punto di vista oggettivo, essendo necessario che la cosa sottratta sia effettivamente destinata a soddisfare tale bisogno. La giurisprudenza di questa Corte, sopra ricordata, ha infatti ritenuto di dovere escludere la possibilità di fare degradare l’imputazione da furto comune a furto lieve in presenza di un generico stato di bisogno o di miseria del colpevole, ritenendosi invece necessaria una situazione di grave ed indilazionabile bisogno, alla quale non possa provvedersi se non sottraendo la cosa.
5. Nel caso in esame l’unico elemento dedotto dal ricorrente per sostenere la configurabilità del grave e urgente bisogno è il proprio stato di difficoltà economica, desunto dalla ammissione al gratuito patrocinio, laddove non è stato neppure rappresentato che la sottrazione dei generi alimentari fosse riconducibile a una seria esigenza non più procrastinabile. Difettano dunque i tratti costituitivi della fattispecie, consistenti appunto nella gravità del bisogno e nella sua indifferibilità. Né detta conclusione può trarsi – come rappresenta il ricorrente nella sua doglianza – da elementi presuntivi quali la natura del bene appreso, di per sé insufficiente a connotare i requisiti della fattispecie invocata.
6. Il secondo e terzo motivo, che per connessione logica possono esaminarsi congiuntamente, sono infondati. Quanto alla recidiva, la pronuncia di primo grado, confermata in appello, dà atto che l’imputato è gravato da molti precedenti specifici, tra cui una rapina in concorso. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, non vi è obbligo di specifica motivazione, in assenza di specifiche deduzioni difensive, per la decisione di aumento di pena per la recidiva facoltativa nei casi di cui all’art. 99, commi terzo e quarto, cod. pen., trattandosi di un aggravamento previsto dalla legge quale effetto delle condizioni soggettive dell’imputato. (Sez. 5 n.711 del 19/11/200 9Rv. 245733). E’ stato anche chiarito che ai fini del giudizio di comparazione tra le circostanze attenuanti e la recidiva reiterata di cui all’art. 99, comma quarto, cod. pen. – la quale anche a seguito delle modifiche apportate dall’art. 3 I. 5 dicembre 2005, n. 251 deve ritenersi facoltativa – è sufficiente che il giudice consideri gli elementi enunciati nell’art. 133 cod. pen., essendo sottratta al sindacato di legittimità la motivazione se aderente ad elementi tratti dalle risultanze processuali e logicamente corretti (Sez. 2, n.4969 del 12/01/2012, Rv. 251809).
7. Nella specie la Corte d’appello ha rilevato che i precedenti specifici – anche gravi- dell’imputato, tra cui la rapina in concorso, denotavano una personalità tale da giustificare l’applicazione della recidiva e del giudizio di equivalenza con le attenuanti; e che pertanto, in ragione della tipologia di personalità del reo (criterio di cui all’art. 133 cod pen), la pena di mesi 5, determinata in misura maggiore rispetto al minimo edittale, si doveva ritenere adeguata. Giova in proposito rammentare che la valutazione dei vari elementi rilevanti ai fini della dosimetria della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice il cui esercizio (se effettuato nel rispetto dei parametri valutativi di cui all’art. 133 c.p., come nel caso di specie) è censurabile in cassazione solo quando sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico. Ciò che qui deve senz’altro escludersi (sez. 2, n.45312 del 03/11/2015; sez. 4 n.44815 del 23/10/2015).
8. Si impone dunque il rigetto del ricorso. Segue per legge la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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