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Studi di settore non congrui e coerenti: rischio controlli?

31 marzo 2017


Studi di settore non congrui e coerenti: rischio controlli?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 marzo 2017



Un avvocato con p. Iva, in regime di contabilità ordinaria, può subire accertamenti fiscali in base della non congruità degli studi di settore, causata da un costo per la locazione di una stanza superiore al 36% dei suoi guadagni?

Senza l’elaborazione dello studio di settore del lettore non è possibile confermare se, in presenza di un costo elevato per locazione di una stanza, possa essere non congrua e coerente ai risultati degli studi di settore, anche perché lo scostamento è legato al volume dei ricavi.

L’elaborazione dello studio di settore è diventata oggi molto complessa, poiché per un’accurata compilazione del modello sono richiesti diversi dati del contribuente, come ad esempio area di competenza, percentuale di fatturato per area di specialiazzazione, ore dedicata all’attività, spostamento degli incassi nel tempo, età e anno di iscrizione all’ordine, ecc… tali da richiedere diversi controlli e calcoli. In linea di massima, tuttavia, pur senza poter visionare i dati del suo studio di settore o senza poter elaborarlo, si ritiene che, in assenza di rilevanti ricavi dichiarati, sia probabilmente non congrua e coerente, dando così luogo alla possibilità di subire un accertamento fiscale.

L’Agenzia delle Entrate può procedere all’accertamento sulla base degli studi di

settore [1] se l’ammontare dei ricavi o compensi dichiarati risulta inferiore all’ammontare dei ricavi o compensi determinabili sulla base degli studi stessi”.

I risultati derivanti dall’applicazione degli studi di settore hanno valore di presunzione semplice, rappresentando solo un indice di possibili anomalie del comportamento fiscale del contribuente. In passato l’Agenzia delle Entrate riteneva, invece, che i risultati degli studi di settore avessero valenza di presunzione legale. Solo recentemente l’Agenzia delle Entrate [2] ha riconosciuto il minor valore probatorio agli studi di settore di presunzione semplice, confermando il consolidato indirizzo giurisprudenziale della Cassazione [3]. Oggi, quindi, la differenza tra i ricavi/compensi dichiarati e quelli stimati dagli studi di settore non possono essere utilizzate in modo automatico in sede di controllo, in quanto ciò eluderebbe lo scopo dell’accertamento che è quello di giungere alla determinazione del reddito effettivo del contribuente in coerenza con il principio costituzionale di capacità contributiva. Per tale ragione, preliminarmente all’avvio di un accertamento, l’Agenzia delle Entrate dovrà verificare, in contraddittorio con il contribuente:

  • l’attendibilità della stima effettuata dallo studio di settore rispetto alla situazione concreta;
  • l’entità dell’eventuale scostamento;
  • la sussistenza di eventuali elementi a sostegno dei risultati presuntivi.

Inoltre, per poter procedere all’accertamento in base agli studi di settore, lo scostamento tra i valori dichiarati e quelli presunti deve rappresentare una grave incongruenza [4].

Sebbene oggi risulta più difficile per gli Uffici procedere in automatico a un accertamento solo sulla base dei risultati degli studi di settore (prassi molto utilizzata dall’Agenzia delle Entrate in passato) è sempre consigliabile presentare uno studio di settore con risultati congrui e coerenti per le seguenti motivazioni:

  • lo studio di settore non congruo e non coerente potrebbe determinare l’avvio di un controllo (accertamento) dell’Agenzia delle Entrate più ampio che è sempre meglio evitare, anche per un contribuente regolare; sono infatti previsti per legge e da circolari dell’Agenzia delle Entrate controlli più rigidi per coloro che risultano non congrui e/o non coerenti agli studi di settore. In particolare i soggetti non congrui sono destinatari di specifici piani di controllo, articolati su tutto il territorio e basati su specifiche analisi del rischio di evasione, che tengono conto anche delle informazioni relative alle operazioni finanziarie presenti nell’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria. L’Ufficio in presenza di uno studio non congruo e coerente, per raccogliere ulteriori prove, potrebbe avviare le “temutissime” indagini finanziarie, che si concretizzano in un accertamento di tutti i suoi conti correnti. Questa tipologia di accertamento è particolarmente incisiva per ogni contribuente, anche quello che non ha nulla da nascondere, poiché dovrà giustificare all’Agenzia delle Entrate, con idonea documentazione, ogni singola operazione del conto corrente sia in entrata che in uscita. In mancanza di idonea giustificazione ogni operazione viene considerata ricavo.
  • Senza uno studio di settore congruo e coerente si perde la possibilità di
  • usufruire del regime premiale previsto per legge [5]: nei confronti dei contribuenti soggetti all’accertamento basato sugli studi di settore che dichiarano, anche per effetto di adeguamento, ricavi o compensi pari o superiori a quelli risultanti dell’applicazione degli studi:
    • sono preclusi gli accertamenti basati sulle presunzioni semplici [6];
    • sono ridotti di un anno gli ordinari termini di decadenza per l’attività di accertamento. La disposizione non si applica in caso di violazioni che comportino l’obbligo di denuncia penale per uno dei reati tributari.

Sulla base di quanto sopra detto dovrà necessariamente fare in modo di risultare congrua e coerente con gli studi di settore e se l’affitto che il lettore paga costituisce la causa della non congruità o incoerenza è certamente consigliabile non inserire la locazione tra i costi dell’attività professionale.

Tra ricevere la fattura ma non portarla in detrazione o non ricevere alcuna fattura, la seconda soluzione è certamente la migliore, poiché eviterebbe completamente la rilevazione dell’operazione, anche ai fini Iva da parte del soggetto che la emette. Questi, infatti, in caso di emissione del documento è comunque obbligato a comunicarla al Fisco (tramite il cosiddetto spesometro) anche con il suo specifico nominativo. Questo nominativo finirà dunque nell’anagrafe tributaria e potrà dar luogo ad eventuali controlli incrociati o accertamenti diversi dallo studio di settore. La seconda soluzione, tuttavia, non appare percorribile poiché potrebbe riscontrare il dissenso del locatore che si troverebbe a omettere dei ricavi.

In conclusione, è sempre meglio evitare un accertamento che potrebbe essere avviato dalla non congruità o incoerenza dei risultati degli studi di settore. Non tanto per il rischio di accertamento relativo alla metodologia dello studio di settore (la recente giurisprudenza negli ultimi tempi risulta maggiormente favorevole al contribuente), ma per evitare controlli più incisivi dell’Agenzia delle Entrate, come l’accertamento bancario. Se l’inserimento di determinati costi non consente di essere congrui e coerenti con lo studio di settore è preferibile non riportare questi costi, ma considerarli come spese private, così da migliorare il risultato dello studio di settore, eventualmente, se possibile, evitando di lasciare ogni “traccia” di detti costi.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Paolo Florio

note

[1] Ai sensi dell’art. 10, co. 1, l. n. 146 del 08.05.1998.

[2] Ag. Entrate circ. n. 5/E del 23.01.2008.

[3] Cass., SS.UU., sentt.  n. 26635, 26636, 26637 e 26638 del 18.12.2009.

[4] Come indicato dall’art. 62-sexies, co. 3, d.l. n. 331 del 30.08.1993.

[5] Art. 10, co. 9 e 10, d.l. n. 201 dello 06.12.2011 (conv. con l.  n. 214 del 22.12.2011.

[6] Di cui agli artt. 39, co. 1, lett. d), secondo periodo, d.P.R. n. 600 del 29.09.1973 e 54, co. 2, ultimo periodo, d.P.R. n. 633 del 26.10.1972.


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