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Il processo: la trattazione della causa

11 marzo 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 11 marzo 2017



Il processo ordinario di cognizione: trattazione della causa, momento preparatorio e remissione della causa in decisione.

Momento preparatorio

Nella prima udienza il G.i. deve procedere al controllo della regolare instaurazione del processo, della regolare costituzione e comparizione delle parti, della validità dell’atto di citazione e della domanda riconvenzionale; se del caso, deve ordinare l’integrazione del contraddittorio, dichiarare la nullità della citazione, assegnare nuovi termini.

Inoltre, possono verificarsi le seguenti ipotesi:

  • mancata comparizione di entrambe le parti: ai sensi dell’art. 181 è prevista la fissazione di un’udienza successiva e in caso di ulteriore mancata comparizione delle parti, il giudice ordina la cancellazione della causa dal ruolo e dichiara l’estinzione del processo (senza che sia possibile la sua riassunzione);
  • mancata comparizione del convenuto già costituito: il processo può continuare in assenza di esso;
  • mancata comparizione dell’attore già costituito (art. 181, co. 2): in tal caso, affinché il processo continui, è sempre necessaria la richiesta del convenuto: in mancanza di questa, il giudice fissa una nuova udienza, di cui è data comunicazione all’attore. Se alla nuova udienza l’attore non compare, il giudice dispone che la causa sia cancellata dal ruolo ed il processo si estingue immediatamente (art. 307, co. 1).

Se rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione o un vizio che determini nullità della procura al difensore, il giudice assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o assistenza, per il rilascio dell’autorizzazione, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa. L’osservanza del termine sana i vizi e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono sin dalla prima notificazione.

Se non compare una parte che non si sia costituita prima e non si costituisce neppure nella prima udienza, il G.i., verificata la regolarità della notifica dell’atto di citazione, ne dichiara la contumacia.

Trattazione della causa

successivamente alla legge di riforma del ’90, il Legislatore è intervenuto con una serie di decreti-legge, l’ultimo dei quali, il d.L. 432/1995, conv. in L. 534/1995 ha modificato la rubrica ed il co. 1 dell’art. 180 operando una netta distinzione  tra udienza di prima comparizione e udienza di trattazione. Nella prima, il  giudice  verificava d’ufficio la regolarità del contraddittorio e, ove necessario pronunciava i provvedimenti previsti dagli artt. 102, co. 2 (ordine di integrazione del contraddittorio), 164 (sulla nullità della citazione), 167 (nullità della comparsa di risposta), 182 (difetto di rappresentanza), 291 (nullità della notifica della citazione e rinnovo).

Solo successivamente, il giudice fissava la prima udienza di trattazione, assegnando al convenuto un termine perentorio non inferiore a 20 gg. prima di tale udienza per proporre le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio.

L’art. 183 (in vigore dal 30-4-1995), prevedeva che alla prima udienza di trattazione il G.i. dovesse interrogare liberamente le parti presenti e, quando la natura della causa lo consentiva, tentarne la conciliazione. La mancata comparizione personale delle parti senza giustificato motivo costituiva comportamento valutabile ai fini della decisione della causa.

Il G.i. richiedeva alle parti, sulla base dei fatti da queste affermati, i chiarimenti necessari e indicava le questioni rilevabili d’ufficio delle quali riteneva opportuna la trattazione.

Sempre alla prima udienza (o entro il termine perentorio in essa fissato), le parti potevano precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate. successivamente, a differenza che nel sistema vigente fino al 29-4-1995, tali modifiche non sono più consentite.

In conclusione, quindi, alla prima udienza di trattazione il giudice aveva già il quadro completo e definitivo dei fatti che le parti avevano posto a fondamento delle loro domande ed eccezioni.

Con le riforme di cui al d.L. 35/2005, conv. in L. 80/2005 e successive modifiche operate dalla L. 263/2005, la prima udienza ora è destinata sia al compimento delle attività preliminari sia alla vera e propria trattazione delle questioni poste all’attenzione del magistrato.

La trattazione della causa resta orale con redazione di processo verbale, mentre è abolito lo scambio di comparse contemplato dal previgente art. 180, co. 2.

Il differimento ad una nuova udienza (sempre di trattazione) è possibile (al di là del caso in cui il giudice emetta uno dei provvedimenti di cui all’art. 183, co. 1), solo laddove le parti ne facciano richiesta congiunta onde consentire al giudice di procedere al libero interrogatorio e al tentativo di bonario componimento (art. 185).

Il D.L. 21-6-2013, n. 69, conv. in L. 9-8-2013, n. 98, ha aggiunto al codice l’art. 185bis che attribuisce al giudice il potere di formulare alle parti una proposta di conciliazione.

La norma prevede infatti che il giudice «alla prima udienza ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione» formuli alle parti ove possibile, avuto  riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto, una proposta transattiva o conciliativa. La proposta di conciliazione, in ogni caso, non può costituire motivo di ricusazione o astensione del giudice.

Nell’ambito del più generale tentativo di conciliazione disciplinato dall’art. 185, il giudice svolge un’attività esclusivamente finalizzata ad indurre le parti a scambiarsi, nell’ambito della loro autonomia privata, una proposta ed una correlativa accettazione di un accordo di tipo transattivo. Quando formula la proposta conciliativa e/o transattiva ai sensi dell’art. 185bis, invece, il giudice ha il potere-dovere di porre in essere una specifica attività consistente nel farsi promotore egli stesso del contenuto di un’ipotesi di definizione bonaria della lite.

Anche in assenza di differimento, il giudice nell’udienza di trattazione, una volta compiute le verifiche a carattere preliminare (prima previste nella prima udienza di comparizione), dovrà egualmente sollecitare i chiarimenti necessari e indicare le questioni rilevabili d’ufficio delle quali ritiene opportuna la trattazione (art. 183, co. 4), così come del pari in questa udienza l’attore potrà proporre le domande (nuove) e le eccezioni (nuove) che sono conseguenza della domanda riconvenzionale e delle eccezioni proposte dal convenuto, e chiedere di essere autorizzato a chiamare un terzo ai sensi degli artt. 106 e 269, co. 3, sempre che l’esigenza sia sorta dalle difese del convenuto, mentre entrambe le parti potranno precisare e modificare le domande, eccezioni e conclusioni già formulate (art. 183, co. 5).

L’art. 183 ha posto rimedio all’uso a scopi dilatori da parte dei difensori, di tutti i termini di legge: infatti ha previsto che all’esito dell’udienza di trattazione, una volta esaurite le attività obbligatorie, nonché l’eventuale appendice riservata al libero interrogatorio, il giudice ammetta i mezzi di prova ritenuti ammissibili e rilevanti fissando l’udienza di cui all’art. 184 per l’assunzione dei medesimi (art. 183, co. 7, prima parte), salva l’applicazione dell’articolo 187 (se ritiene la causa matura per la decisione), oppure, sempre se richiesto dalle parti, conceda: un primo termine perentorio (di trenta giorni), per depositare memorie limitate soltanto a precisare e modificare domande, eccezioni e conclusioni già proposte; un secondo termine perentorio di ulteriori trenta giorni per replicare alle domande ed eccezioni nuove o modificate dall’altra parte, per proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime e per l’indicazione dei mezzi di prova e produzioni documentali; infine, un terzo termine sempre perentorio di venti giorni per le sole indicazioni di prova contraria (art. 183, co. 6).

La concessione dei termini è accompagnata dalla riserva del giudice, il quale fuori udienza, come previsto dall’art. 176, co. 2 ed entro il termine di trenta giorni, ove non ritenga la causa già matura per la precisazione delle conclusioni (art. 187), nell’ammettere i mezzi istruttori ritenuti rilevanti ed ammissibili, fisserà un’apposita udienza per la loro assunzione.

Nel caso in cui con l’ordinanza de qua vengano disposti d’ufficio mezzi di prova, ciascuna parte può dedurre, entro un termine perentorio assegnato dal giudice con la medesima ordinanza, i mezzi di prova che si rendano necessari in relazione ai primi, nonché depositare memoria di replica nell’ulteriore termine perentorio parimenti assegnato dal giudice che si riserva di provvedere sul punto (art. 183, co. 8).

La L. 183/2011 ha abrogato l’ultimo comma dell’art. 183 secondo cui l’ordinanza concernente i mezzi di prova doveva essere comunicata a cura del cancelliere entro i tre giorni successivi al deposito, anche a mezzo telefax o a mezzo posta elettronica.

È comunque possibile operare il passaggio dal rito ordinario al rito sommario di cognizione di cui all’art. 702bis c.p.c. infatti (ai sensi dell’art. 183bis c.p.c., inserito ex D.L. 12-9-2014, n. 132, conv. in L. 10-11-2014, n. 162 » ed applicabile dall’ 11-12-2014), il giudice monocratico di tribunale, nell’udienza di trattazione, valutata la causa come non particolarmente complessa, può disporre con ordinanza non impugnabile, previo contraddittorio, il passaggio al rito sommario invitando le parti ad indicare nella stessa udienza, a pena di decadenza, i mezzi di prova di cui intendono avvalersi e la relativa prova contraria, fissando altresì, su richiesta delle parti, una nuova udienza per l’indicazione dei mezzi di prova e produzioni documentali.

È da tenere presente (come già visto nella Parte 2, Cap. 3, § 2, lett. d), che è, in ogni caso, prevista la possibilità, per la parte che sia incorsa in una decadenza a causa del mancato rispetto di un termine perentorio, di ottenere la cd. rimessione in termini, non più disciplinata dall’art. 184bis c.p.c. (abrogato dalla L. 69/2009), bensì dall’art. 153 c.p.c. che lo ha reso, così, istituto di carattere generale. in tal caso, il giudice provvede a norma dell’art. 294, co. 2 e 3, ossia ammette quando occorra la prova dell’impedimento che abbia determinato la decadenza e provvede quindi con ordinanza (revocabile e modificabile ex art. 177 c.p.c.) sulla rimessione in termini.

Inoltre, l’art. 81bis disp. att. c.p.c. (introdotto dalla L. 69/2009 e completamente sostituito dal d.L. 138/2011, conv., con modif., in L. 148/2011), prevede che quando il giudice decide sulle richieste istruttorie, fissa il calendario delle udienze, tenendo conto dell’urgenza, della complessità della causa e del rispetto del principio di ragionevole durata del processo. i termini possono essere prorogati quando vi sono gravi motivi e la proroga va chiesta prima della scadenza. il mancato rispetto dei termini da parte di: giudice, difensore o consulente tecnico, costituisce violazione disciplinare.

Durante lo svolgimento dell’udienza di trattazione possono verificarsi le seguenti ipotesi (art. 187):

  • la causa è matura per la decisione (es.: i fatti sono pacifici e la controversia è di mero diritto): il G.i. rimette la causa in decisione;
  • esistenza di questioni preliminari o pregiudiziali (attinenti alla giurisdizione ed alla competenza): il G.i. può rinviare la risoluzione di tali questioni al momento della decisione definitiva, disponendo frattanto l’istruzione probatoria; oppure può deciderle separatamente. Tale evenienza costituisce una mera facoltà del G.i.;
  • esigenza di procedere alla istruzione probatoria: il G.i. procede all’ammissione delle prove.

La rimessione della causa in decisione

a seguito dell’entrata in vigore del d.Lgs. 51/1998, la rimessione della causa al collegio si verifica solo per le cause individuate dall’art. 50bis in cui il Tribunale giudica in composizione collegiale, mentre negli altri casi è una rimessione in decisione ad opera del giudice unico (che quindi assolve sia alle funzioni di G.i. che di organo decidente). allorché il G.i., dopo aver invitato le parti a precisare le loro conclusioni, rimette la causa al Collegio per la decisione ai sensi dell’art. 189, il Collegio è investito di tutta la causa.

La rimessione al Collegio può essere:

  • totale, allorché il Collegio è investito di tutta la causa;

parziale, in cui il Collegio è investito della decisione in ordine ad una sola questione.

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