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Lo sai che? Più pignoramenti fatti dallo stesso creditore sono leciti?

Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2017

Il creditore può cumulare più pignoramenti anche sullo stesso bene del debitore poiché questi ha diritto ad agire finché non è definitivamente soddisfatto.

Può il creditore avviare contemporaneamente due o più pignoramenti nei confronti del debitore? Immaginiamo una persona che abbia diritto al pagamento di una somma di denaro da un proprio cliente e che, non ricevendo quanto vantato, dopo aver ottenuto contro di questi un decreto ingiuntivo, avvii il pignoramento di un quinto dello stipendio: potrebbe questi, nello stesso tempo, procedere anche con un secondo pignoramento per soddisfare le proprie ragioni prima e più velocemente? La risposta è affermativa e a darla è la Cassazione con una sentenza di qualche giorno fa [1]. La sintesi della pronuncia è abbastanza semplice e sdogana la possibilità di cumulo di procedure esecutive anche sul medesimo bene del debitore; in pratica, per i giudici della Suprema Corte, più pignoramenti fatti dallo stesso creditore sono leciti.

Lecito il cumulo di pignoramenti

È facoltà del creditore agire con più pignoramenti nello stesso momento, in forza della medesima ragione di credito (cosiddetto «titolo esecutivo»). Quindi – per fare un esempio – se il creditore ha ottenuto una sentenza di condanna nei confronti di una persona e, sulla base di questa, ha attivato un pignoramento mobiliare o immobiliare, potrebbe contemporaneamente aggredire anche il conto corrente del debitore, lo stipendio, la pensione, ecc. Insomma è lecito il cumulo delle procedure esecutive.

Già in passato la Cassazione ha chiarito [2] che il creditore può attivare, nello stesso tempo, l’aggressione di diversi beni del medesimo debitore in forza di un unico titolo esecutivo (la stessa sentenza, il medesimo decreto ingiuntivo, una cambiale, un assegno, ecc.). Il creditore, infatti, può anche procedere a più pignoramenti dello stesso bene in tempi successivi, senza dover attendere che il processo di espropriazione aperto dal primo pignoramento si concluda. Ciò perché il diritto di agire in esecuzione forzata si esaurisce solo con la piena soddisfazione del credito portato dal titolo esecutivo.

Nel caso, però, in cui venga avviato il contemporaneo pignoramento di più beni immobili (ad esempio due case) quando invece il credito ben potrebbe essere soddisfatto con una sola procedura esecutiva, è facoltà del debitore opporsi [3] e chiedere la riduzione del pignoramento.

note

[1] Cass. sent. n. 6019/17 del 9.03.2017.

[2] Cass. sent. n. 23847/2008: «Il creditore, in forza del medesimo titolo esecutivo, può procedere a più pignoramenti dello stesso bene in tempi successivi, senza dover attendere che il processo di espropriazione aperto dal primo pignoramento si concluda, atteso che il diritto di agire in esecuzione forzata non si esaurisce che con la piena soddisfazione del credito portato dal titolo esecutivo. In tal caso non si ha una situazione di litispendenza nel senso previsto dall’art. 39 c.p.c. – la cui applicazione postula la pendenza di più cause, aventi in comune le parti, la causa petendi ed il petitum, incardinate dinanzi a distinte autorità giudiziarie e non davanti allo stesso giudice – ed alla pluralità di procedure così instaurate può ovviarsi con la loro riunione ex art. 493 c.p.c., senza che ciò comporti un pregiudizio per il debitore, poiché, in presenza di un pignoramento reiterato senza necessità, il giudice dell’esecuzione, applicando l’art. 92 c.p.c., può escludere come superflue le spese sostenute dal creditore procedente per reiterarlo ed il debitore può proporre opposizione contro una liquidazione delle spese che si estenda al secondo pignoramento».

[3] Cass. sent. n. 26204/1995: «L’istanza con cui il debitore esecutato, senza contestare il diritto della controparte a procedere ad esecuzione forzata nè dedurre vizi formali della procedura, lamenti che il creditore abbia proceduto (nella specie sulla base di un titolo esecutivo fino ad allora non azionato, di cui peraltro era dedotta la connessione con titolo già fatto valere) al pignoramento di un ulteriore bene immobile, quando invece il credito avrebbe dovuto ritenersi sufficientemente garantito da un precedente pignoramento immobiliare, integrando una richiesta di limitare i beni sottoposti a pignoramento va inquadrata tra quelle misure speciali che sono previste dagli art. 483, 496, 504 e 508 c.p.c., nonché dall’art. 2911 c.c., per evitare eccessi nell’uso del procedimento di espropriazione forzata, e appartengono alla competenza del giudice dell’esecuzione. Il provvedimento, negativo o positivo, al riguardo emanato dal giudice dell’esecuzione, in quanto atto esecutivo, è impugnabile con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. con riferimento sia ad irregolarità formali che alla sua inopportunità. Più specificamente l’istanza suindicata va ricondotta non alla previsione di cui all’art. 483 c.p.c., volta a disciplinare il cumulo di “diversi” mezzi di espropriazione (come, per esempio, il cumulo dell’espropriazione mobiliare con quella immobiliare), ma alla previsione di cui all’art. 496, la quale sotto la rubrica “riduzione del pignoramento” disciplina la limitazione dell’espropriazione nell’ambito di uno stesso mezzo di espropriazione, senza che rilevi la circostanza che i beni siano colpiti con un solo atto di pignoramento o con più successivi pignoramenti».

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 19 dicembre 2016 – 9 marzo 2017, n. 6019
Presidente Vivaldi – Relatore D’Arrigo

Svolgimento del processo

C.O. , titolare di un credito per prestazioni professionali nei confronti di Al.Fu. , sottoponeva a pignoramento, ai sensi degli artt. 543 ss. cod. proc. civ., quanto dovuto al suo debitore da A.D. .
Quest’ultima, tuttavia, rendeva la dichiarazione prevista dall’art. 547 cod. proc. civ. di contenuto negativo, in quanto l’Al. (il cui credito era oltretutto contestato in ragione di controcrediti) aveva già agito in esecutivis per il recupero forzato di quanto vantato nei suoi confronti, sottoponendo a pignoramento un quinto dello stipendio della debitrice. Eccepiva quindi che il C. , creditore dell’An. , avrebbe dovuto, semmai, proporre istanza di sostituzione ex art. 511 cod. proc. civ..
Stante la dichiarazione negativa, il C. provvedeva a instaurare un giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato. La A. si costituiva in giudizio riferendo, fra l’altro, che nel frattempo il C. si era effettivamente sostituito all’Al. nella procedura da questi avviata ai danni della convenuta; circostanza che – a parere della deducente rendeva ulteriormente inammissibile il pignoramento, per indebita duplicazione delle azioni esecutive.
Il Tribunale di Vercelli accoglieva la domanda di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato. L’A. appellava tale sentenza riproponendo, in sostanza, le questioni già illustrate innanzi al giudice di primo grado. Con sentenza pubblicata il 26 gennaio 2015, la Corte d’appello di Torino rigettava l’impugnazione.
Avverso tale decisione la A. propone ricorso per cassazione articolato in quattro motivi di censura. Resiste il C. con controricorso. Entrambi hanno depositato memorie ex art. 378 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

1. – Con il primo motivo si ripropone l’argomento secondo cui l’unico strumento a disposizione del C. per aggredire il credito dell’Al. , già azionato esecutivamente, sarebbe dovuto essere quello di sostituirsi al proprio debitore, ai sensi dell’art. 511 cod. proc. civ., nel pignoramento avviato ai danni della ricorrente. Né potrebbe valere in contrario la facoltà di cumulare i mezzi di espropriazione prevista dall’art. 483 cod. proc. civ., in quanto tale disposizione regola la pluralità di azioni esecutive nei confronti del medesimo debitore, laddove la A. non è debitrice diretta del C. .
Con il secondo motivo la ricorrente aggiunge che – alla data in cui, nella qualità di terzo pignorato, aveva ricevuto la notificazione del pignoramento intrapreso dal C. aveva già perso la disponibilità delle somme pignorate a suo danno, stante il divieto di disporne posto dall’art. 546 cod. proc. civ., sicché non avrebbe potuto giammai rendere dichiarazione positiva.
Il terzo motivo concerne la falsa applicazione dell’art. 2917 cod. civ. e la violazione dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. per omessa considerazione di un fatto decisivo del giudizio, ossia che il C. si 6 già effettivamente sostituito, ai sensi dell’art. 511 cod. proc. civ., all’Al. nel pignoramento di stipendio posto in essere da quest’ultimo nei confronti della ricorrente. Sicché, proseguendo entrambe le azioni esecutive, il C. finirebbe col procurarsi due diverse ordinanze di assegnazione nei confronti della A. , conseguendo un’indebita duplicazione, se non del credito, quantomeno delle spese processuali.
Infine, con il quarto motivo la ricorrente denuncia che il C. , avendo già tutelato le proprie ragioni sostituendosi all’Al. nel pignoramento intrapreso da quest’ultimo, sarebbe carente di interesse ad agire.
I quattro motivi di ricorso possono essere trattati congiuntamente, giacché affrontano, sotto diverse angolature, la medesima questione dell’interazione fra le due procedure esecutive.
Le censure sono infondate.
2. – Per l’esatta comprensione delle censure sopra illustrate occorre riassumere la peculiare situazione venutasi a determinare. Vi sono due procedure esecutive di pignoramento presso terzi. La prima, vede il C. creditore procedente, l’Al. debitore esecutato e la A. terzo pignorato; dunque, l’oggetto del pignoramento è costituito dal credito vantato dall’Al. nei confronti della A. . La seconda procedura è stata intrapresa dall’Al. , quale creditore procedente, nei confronti della A. , debitore esecutato, per il recupero di quello stesso credito che il C. ha pignorato con l’azione esecutiva di cui si è appena detto; il terzo pignorato è il datore di lavoro della A. ; in questa procedura, però, il C. ha presentato domanda di sostituzione ai sensi dell’art. 511 cod. proc. civ..
La domanda di sostituzione esecutiva prevista dall’art. 511 cod. proc. civ., determina il subingresso del creditore dell’esecutato nella posizione processuale di quest’ultimo e nel diritto al riparto della somma ricavata dall’esecuzione (Sez. 3, Sentenza n. 22409 del 19/10/2006, Rv. 593096). Pertanto, la domanda di sostituzione, pur non essendo propriamente assimilabile né ad un pignoramento (di cui non ha la forma, mancando soprattutto l’ingiunzione di cui all’art. 492 cod. proc. civ.), né ad un atto di intervento (essendo, il sostituto, creditore del creditore procedente e non del debitore esecutato), è pur sempre uno strumento esecutivo, in quanto per il suo tramite il sostituto soddisfa forzatamente il proprio credito nei confronti del sostituito.
Dunque, quando la domanda di sostituzione è proposta in relazione a un pignoramento presso terzi, il pagamento effettuato dal terzo pignorato estingue, fino alla concorrenza, non solo (a) il suo debito nei confronti del debitore esecutato e (b) il debito di quest’ultimo nei confronti del creditore procedente, ma anche (c) il debito del creditore procedente nei confronti del creditore ad esso sostituitosi.
In sostanza, il soggetto passivo della domanda di sostituzione va individuato in persona del creditore sostituito e non già del terzo pignorato o del debitore esecutato, per quali è indifferente che il pagamento avvenga a mani dell’originario pignorante o del suo sostituto. Lo strumento esecutivo di cui all’art. 511 cod. proc. civ. ha ad oggetto il credito azionato dal creditore sostituito, che, in quanto facente parte del suo patrimonio, è a sua volta aggredibile da suoi creditori. La domanda di sostituzione, nel caso di pignoramento presso terzi, è quindi dotata di capacità satisfattiva analoga al pignoramento diretto di quanto il creditore sostituito altrimenti recupererebbe dall’azione esecutiva in cui tale istanza viene invece presentata.
Riferendo tali considerazioni al caso di specie, deve rimarcarsi che entrambe le procedure hanno ad oggetto il medesimo credito (quello vantato dall’Al. nei confronti della A. ), nell’un caso pignorato direttamente a mani del debitor debitoris e, nell’altro, aggredito esecutivamente mediante l’istanza di sostituzione.
3 – Questa Corte, trattando della facoltà di cumulo delle procedure esecutive prevista dall’art. 483 cod. proc. civ., ha già chiarito che la stessa può esplicarsi non soltanto nella contemporanea aggressione, in forza di un unico titolo esecutivo, di diversi beni del medesimo debitore. Il creditore, infatti, può anche procedere a più pignoramenti dello stesso bene in tempi successivi, senza dover attendere che il processo di espropriazione aperto dal primo pignoramento si concluda, atteso che il diritto di agire in esecuzione forzata non si esaurisce che con la piena soddisfazione del credito portato dal titolo esecutivo (Sez. 3, Sentenza n. 23847 del 18/09/2008, Rv. 604632; Sez. 3, Sentenza n. 13204 del 26/07/2012, Rv. 623575).
Questo è il caso che ricorre nell’ipotesi in esame, dal momento che – come si è già detto – il pignoramento presso terzi effettuato a mani della A. e l’istanza di sostituzione presentata nel pignoramento intrapreso dall’Al. nel confronti della medesima (questa volta quale debitrice esecutata), hanno ad oggetto il medesimo bene, ossia il credito vantato dal debitore del C. nei confronti dell’odierna ricorrente.
La Corte di cassazione ha ulteriormente precisato che, in caso di plurime azioni esecutive sul medesimo bene, non ricorre una situazione di litispendenza nel senso previsto dall’art. 39 cod. proc. civ., la cui applicazione postula la pendenza di più cause, aventi in comune le parti, la causa petendi e il petitum, incardinate dinanzi a distinte autorità giudiziarie e non davanti allo stesso giudice.
4. – Le due procedure, in conclusione, non sono incompatibili.
Pertanto, la dichiarazione resa dall’A. ai sensi dell’art. 547 cod. proc. civ. non poteva essere negativa, argomentando sul fatto della pretesa incompatibilità delle procedure.
Del resto, l’affermazione dell’esistenza delle due procedure esecutive si risolve nell’implicita ammissione di esistenza del debito. È quindi evidente l’intrinseca contraddizione del ragionamento sviluppato dalla ricorrente.
Né può argomentarsi che la dichiarazione negativa era funzionale ad investire il tribunale del problema della potenziale duplicazione dei titoli in capo al creditore, giacché al coordinamento delle due procedure avrebbe dovuto provvedere semmai il giudice dell’esecuzione. Trattasi di questione certamente estranea all’oggetto del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato.
5. – Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma primo, cod. proc. civ., nella misura indicata nel dispositivo.
Sussistono, inoltre, presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1,comma 17, della legge 24dicembre 2012, n. 228, sicché va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 3.8000,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, dal parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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