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Lo sai che? Cose in custodia: chi deve provare il danno?

Lo sai che? Pubblicato il 2 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 aprile 2017

Per ottenere il risarcimento per i danni causati da cose in custodia il danneggiato deve provare il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno, mentre il custode il caso fortuito.

La disciplina dal codice civile riguardante i danni causati da cose in custodia [1] si applica alla Pubblica Amministrazione (Pa) a prescindere dall’estensione del bene oggetto di vigilanza e di controllo; tuttavia, tale normativa comporta comunque l’onere per il danneggiato di provare il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno. Più in particolare, la parte attrice deve dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del Comune, in qualità di custode, offrire la prova contraria, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità [2]. A stabilirlo è il Tribunale di Verona in una recente sentenza [3]: una donna chiedeva al Comune il risarcimento del danno per essere scivolata, all’uscita della scuola presso cui insegnava, sul marciapiede dissestato e reso scivoloso dalle numerose foglie bagnate che lo ricoprivano. A causa dell’incidente riportava una frattura alla caviglia. Il Tribunale, tuttavia, rigettava la domanda, affermando che l’attrice non aveva adeguatamente assolto il proprio onere probatorio.

Responsabilità oggettiva: che significa?

La regola di base è quella secondo cui tutte le volte che ci facciamo male a causa di un oggetto, di un luogo o di qualsiasi altra cosa, il proprietario è tenuto a risarcirci il danno, a prescindere dal fatto che abbia una qualche responsabilità nell’incidente. Ciò perché, secondo la legge, chi ha in custodia un determinato bene mobile (ad esempio, un’auto, un coltello da cucina, ecc…) o immobile (una strada, un parco giochi, un edificio, ecc…) è responsabile automaticamente di tutti i danni cagionati da tali cose. C’è solo un modo perché egli non sia tenuto a rispondere: dimostrare che l’infortunio è stato procurato da un caso fortuito, espressione con cui si intende un evento che egli non avrebbe mai potuto né prevedere, né evitare. In tutti questi casi, si dice che il proprietario del bene che ha causato il danno deve risarcire in quanto a suo carico si configura una ipotesi di responsabilità oggettiva: significa che, essendo – appunto – proprietario di un bene, lo deve anche custodire al meglio, tenendolo in buono stato di manutenzione, in modo tale da evitare che faccia male ad altri. Per maggiore chiarezza, si può leggere Illecito civile: le ipotesi di responsabilità oggettiva.

Cosa in custodia: quali sono?

Sono, quindi, «in custodia» le cose che un soggetto ha a propria disposizione e può utilizzare quando vuole, perché ne è il proprietario oppure ne ha la disponibilità di fatto. Un esempio di cosa in custodia sono i marciapiedi e le strade pubbliche che, in caso di  cattiva manutenzione, rendono responsabile il Comune o chiunque ne sia proprietario del risarcimento all’infortunato. Si pensi alla pavimentazione divelta o a un tombino che appare non visibile in quanto coperto d’acqua o di foglie. Si legga, per approfondire il tema, La responsabilità dell’amministrazione per le strade pubbliche.

Cosa in custodia: quando c’è responsabilità?

Il proprietario dell’oggetto è responsabile solo se il danno è stato procurato dall’oggetto in questione: in sostanza vi deve essere un rapporto di causalità tra il bene custodito e l’evento dannoso. E, a provare questo nesso, deve essere il soggetto danneggiato, il quale dovrà dimostrare che la cosa custodita è stata essa stessa causa del danno, per le particolari condizioni, originarie o sopravvenute, della stessa. Il custode, invece, potrà esimersi da responsabilità provando il caso fortuito, cioè un altro evento idoneo a interrompere il predetto nesso causale.

Nel caso di specie, il Tribunale non riconosce alcun risarcimento alla donna proprio perché ella ha omesso di fornire la prova del nesso di causalità: le circostanze di tempo, di luogo e di azione in cui sarebbe avvenuta la caduta causativa della frattura sono, infatti, rimaste a livello di mera asserzione da parte dell’attrice, nessuna prova avendo la stessa dedotto, né fatto assumere, a conforto di quanto allegato. Ne consegue l’inesistenza di responsabilità in capo al Comune visto che non può in alcun modo affermarsi la presenza del nesso eziologico tra la cosa in custodia (il marciapiede di fronte al cancello di uscita della scuola e l’evento dannoso). Non può, cioè, dirsi che l’incidente sia stato effettivamente causato dallo scivolamento dell’attrice proprio su quel tombino, reso instabile dalla carente manutenzione e dalla presenza di foglie che lo avrebbero reso viscido e, quindi, in concreto pericoloso.

note

[1] Art. 2051 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 15389 del 13.07.2011.

[3] Trib. Verona sent. 54 dell’11.01.2017.


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