HOME Articoli

Lo sai che? Pass disabili in fotocopia a colori, che rischio?

Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 12 marzo 2017

Il contrassegno per il parcheggio per gli invalidi, clonato da un soggetto che non è in possesso neanche del relativo originale, non costituisce reato né di truffa, né di falso, ma semplice illecito amministrativo.

Ora che hai letto la nostra guida su come ottenere il contrassegno invalidi sai bene quali benefici e vantaggi può comportare il cosiddetto pass per il parcheggio invalidi, ma sai anche che a chiederlo può essere solo chi ha una deambulazione impedita o sensibilmente ridotta. Purtroppo, però, viviamo in un contesto sociale dove, stranamente, viene disprezzato solo chi ruba il denaro, ma non anche chi si appropria di benefici che non gli spettano (il che, poi, si risolve sempre in una diminuzione delle risorse per chi, invece, ne ha diritto). E così molti automobilisti utilizzano il pass invalidi di un parente anche quando questi non è fisicamente in auto, arrivando persino a procurarsi una o più copie, perfettamente realizzate grazie alla stampa digitale e alle tecniche di plastificazione “in casa”. Ma quali sono le conseguenze di questo comportamento e cosa rischia chi usa un pass invalidi in fotocopia a colori?

Se hai intenzione di clonare il contrassegno invalidi di un amico o di un parente per usarlo solo per te stesso, magari il sabato sera – quando è più difficile trovare un posto auto libero – o per non dover spendere i soldi della sosta a pagamento, sappi che usare un pass disabili in fotocopia a colori può comportare problemi ben più seri e gravi di una semplice multa per divieto di sosta. Dovendo fare un obiettivo bilanciamento tra le conseguenze dell’una o dell’altra condotta, sarebbe sicuramente preferibile un comune parcheggio in doppia fila. Cerchiamo allora di spiegare perché non conviene usare un contrassegno invalidi clonato o in fotocopia.

La Cassazione, in passato, ha ritenuto che usare un pass invalidi in fotocopia integrasse il reato di falso. Secondo questa tesi, quindi, il responsabile rischiava un procedimento penale. Non certo un comportamento furbo quello di sporcarsi la fedina solo per evitare di pagare qualche euro per il parcheggio. A salvarsi dalle sanzioni penali erano solo quei «falsi grossolani», ossia le fotocopie fatte in modo maldestro, riconoscibili ad occhio nudo e, come tali, non in grado di trarre in inganno il vigile.

Con una sentenza di circa un anno fa, la Cassazione ha però cambiato idea escludendo che, in caso di utilizzo di pass invalidi in fotocopia a colori, vi potesse essere il reato di falsità materiale. Secondo detto orientamento, oggetto del «falso» non è tanto la realizzazione della copia del documento ma la clonazione dell’attestazione di conformità apposta dal pubblico ufficiale. In altre parole, la semplice clonazione del contrassegno rilasciato ai disabili non costituirebbe reato di falso se la scannerizzazione si limita solo all’elemento grafico e testuale, ma non alle firme rilasciate dal sindaco o dai funzionari del Comune.

Si è posto allora il problema se l’uso di pass invalidi in fotocopia a colori possa integrare il reato di truffa ai danni del Comune per via del fatto che il responsabile, evitando con questo sistema di pagare le soste a pagamento, sottrarrebbe risorse economiche all’amministrazione locale. Anche questa tesi, però, ha ricevuto una sonora bocciatura da parte della Suprema Corte che, sul punto, si è pronunciata proprio qualche giorno fa [1]. Secondo i giudici, l’automobilista beccato a utilizzare la scannerizzazione di un contrassegno per il parcheggio degli invalidi non rischia neanche il reato di truffa, per quanto il comportamento sia sicuramente discutibile e gli consenta di parcheggiare nelle zone a pagamento senza sborsare un centesimo. Non si può, insomma, rinviare a giudizio chi trae in inganno, in più occasioni, il personale della Polizia municipale in merito al suo diritto di parcheggiare l’autovettura nelle aree di sosta a pagamento destinate agli invalidi tramite l’esposizione di un permesso per disabili contraffatto mediante scannerizzazione.

Ma allora cosa rischia chi usa la fotocopia di un contrassegno invalidi? A dirlo è sempre la Cassazione [1]: in questi casi può scattare solo un illecito amministrativo ossia una comune multa per violazione del codice della strada, senza alcuna conseguenza sulla fedina penale. Ciò perché è lo stesso codice della strada a sanzionare il comportamento di chi scannerizza il pass invalidi e lo usa in modo non lecito. Tale disciplina deve ritenersi speciale e derogatoria rispetto al codice penale. E ciò vale sia nell’ipotesi in cui l’originale del permesso invalidi sia in mano dello stesso contraffattore che di un suo amico o un parente.

In particolare il codice della strada stabilisce che chiunque usufruisce dei parcheggi destinati agli invalidi senza avere l’autorizzazione del Comune (perché ha falsificato il pass di un’altra persona) o ne fa uso improprio (perché, ad esempio, pur disponendo dell’originale, ne ha fatto una seconda copia per altre auto), è soggetto (solo) alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 84 a 335 euro [2].

Inoltre, chiunque usa dei parcheggi invalidi [3] pur avendone diritto, ma non osservando le condizioni ed i limiti indicati nell’autorizzazione è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 41 a 168 euro.

Ebbene, secondo la Suprema Corte tali previsioni, contenute nel codice della strada, esauriscono ogni forma di abusivo utilizzo del pass invalidi, senza che vi sia possibilità di ritenere che possa scattare anche un reato.

note

[1] Cass. sent. n. 11492/17 del 9.03.2017.

[2] Art. 188 co. 4 cod. str.

[3] Art. 188 co. 5 cod. str.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 13 gennaio – 9 marzo 2017, n. 11492

Presidente Cammino – Relatore Pazzi

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 28 aprile 2016 la Corte di Appello di Torino, in totale riforma della decisione del Tribunale di Verbania del 21 novembre 2012, ha assolto H.L. dal reato ascrittole per insussistenza del fatto.

H.L. era stata rinviata a giudizio per aver tratto in inganno in più occasioni il personale della Polizia Municipale del Comune di Verbania in merito al suo diritto a parcheggiare l’autovettura da lei utilizzata nelle aree di sosta a pagamento tramite l’esposizione di un permesso per disabili contraffatto mediante scannerizzazione, evitando così di corrispondere il prezzo della sosta e ricavando un ingiusto profitto con pari danno per l’amministrazione municipale.

2.Ha proposto ricorso per Cassazione avverso la predetta sentenza il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino, lamentando, con motivi di doglianza così riassunti entro i limiti previsti dall’art. 173 disp. att. cod. proc. pen.:

2.1. l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge penale, in quanto l’atto di disposizione patrimoniale caratterizzante la truffa può essere integrato anche dal fatto omissivo idoneo a produrre danno; nella fattispecie in esame i vigili urbani, tratti in inganno dalla presenza all’interno della vettura della fotocopia di un permesso originale, si erano limitati a rilevare che lo stesso era scaduto e avevano consapevolmente rinunciato alla pretesa del corrispettivo previsto per il servizio di sosta a pagamento, nella convinzione della sussistenza delle condizioni in capo all’utente per poter fruire delle agevolazioni sulla sosta;

2.2. la mancanza, la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione laddove la stessa aveva ritenuto che il fatto fosse sussumibile nel disposto dell’art. 188, comma 4, c.d.s., poiché questa norma sanziona chi usa le strutture riservate ai portatori di handicap senza avere l’autorizzazione prescritta o il titolare che, pur avendola, ne faccia un uso improprio, dovendosi invece ricondurre al disposto dell’art. 640 c.p. la condotta di chi per conseguire un ingiusto profitto induca fraudolentemente in errore un soggetto attraverso la dissimulazione di circostanze esistenti provocando a quest’ ultimo un danno.

Considerato in diritto

1.La fattispecie portata all’esame di questa Corte riguarda l’esposizione da parte dell’imputata di un permesso per disabili rilasciato a un soggetto terzo. riprodotto mediante scannerizzazione ed esposto poi sul parabrezza della macchina.

Rispetto a una simile condotta è stata contestata a H.L. la violazione dell’art. 640 c.p. in quanto un simile artificio le avrebbe consentito di trarre in inganno il personale addetto al controllo circa il suo diritto a parcheggiare la propria vettura nelle aree riservate ai disabili ed evitare il pagamento del corrispettivo dovuto per la sosta.

Queste peculiari caratteristiche della condotta tenuta dall’imputata, pur potendo rilevare nella prospettiva della falsificazione materiale del contrassegno esposto (posto che “integra il reato di falsificazione materiale commessa dal privato in autorizzazioni amministrative (artt. 477 – 482 cod. pen.) e non quello di uso di atto falso (art. 489 cod. pen.), la condotta di colui che espone all’interno della propria autovettura una riproduzione fotostatica a colori di un contrassegno con autorizzazione per invalidi al parcheggio di autoveicoli, in quanto l’uso personale – nell’interesse proprio – del documento falso consente di ritenere che il soggetto in questione, direttamente o ricorrendo all’opera altrui, sia l’autore della contraffazione” Sez. 5, n. 47079 del 24/06/2014 – dep. 13/11/2014, Badalamenti, Rv. 26128101), non giustificano però, rispetto al reato in contestazione, alcuna valutazione che si discosti dall’orientamento interpretativo fino ad ora seguito dalla giurisprudenza di questa Corte.

In vero – come è già stato illustrato nella sentenza Sez. 2, n. 9859 del 15/02/2012 – dep. 14/03/2012, P.M. in proc. Andreotti, Rv. 252483, con argomentazioni condivise da questo collegio – “anche nel caso in esame manca, come requisito implicito della fattispecie tipica del reato di truffa, l’atto di disposizione patrimoniale che costituisce l’elemento intermedio derivante dall’errore ed è causa dell’ingiusto profitto con altrui danno.

Ciò perché, pur ammettendosi la configurabilità di un atto dispositivo di carattere omissivo, l’atto di disposizione patrimoniale non potrebbe essere ravvisabile nel fatto che gli organi comunali di controllo, indotti in errore, non abbiano contestato le infrazioni amministrative, né nel fatto che l’ente comunale abbia subito l’inadempienza dell’agente.

Il reato non sarebbe infatti comunque ipotizzabile, perché manca in casi del genere la necessaria cooperazione della vittima.

Inoltre, non ricorre la necessaria sequenza “artificio – induzione in errore profitto”, perché, al contrario, il profitto della condotta contestata all’imputato sarebbe realizzato immediatamente, grazie all’elusione dei controlli, e al conseguente, mancato versamento delle somme che sarebbero state dovute in conseguenza delle violazioni amministrative o per la sosta del veicolo all’interno di zone a traffico limitato”.

Oltre a ciò, come ha aggiunto la sentenza sopra citata, tra l’imputata e la pubblica amministrazione non sussisteva, prima delle violazioni amministrative che costituirebbero il sostrato economico della truffa, alcun rapporto di debito, tributario o di altra natura, sicché il comportamento fraudolento in nessun modo poteva correlarsi ad un danno dell’ente territoriale interessato, neppure dilatando al massimo la nozione di atto di disposizione di carattere omissivo; se il profitto conseguito dall’imputato, infatti, era quello derivante dalla sosta abusiva dell’autovettura, esso era un fatto del tutto neutro agli effetti di un ipotetico danno del Comune, proprio perché quella condotta non era destinata a spostare “risorse” economiche dal soggetto in ipotesi “truffato” all’autore di tale condotta.

Simili principi, d’altra parte, ha applicato la giurisprudenza di questa Corte anche quando ha affermato che non integra il delitto di tentata truffa la condotta costituita dalla produzione di falsa documentazione a sostegno di un ricorso al prefetto avverso l’ordinanza-ingiunzione di pagamento di una sanzione amministrativa per violazione delle norme sulla circolazione stradale.

2.La precedente pronuncia sopra richiamata risulta condivisibile nel suo contenuto, a parere di questo collegio, anche laddove spiega che la condotta contestata all’imputato è oggetto di una specifica previsione normativa, che riconduce “senza residui” il fatto nel’ambito di un mero illecito amministrativo. Nel quarto e nel quinto comma dell’art. 188 C.d.S. sono infatti contemplate tutte le possibili ipotesi di abuso delle strutture stradali riservate agli invalidi, dalla loro utilizzazione in assenza di autorizzazione, o fuori delle condizioni e dei limiti dell’autorizzazione, all’uso improprio dell’autorizzazione.

Soprattutto il confronto tra l’”eccesso d’uso” e l’”uso improprio” dell’autorizzazione – a cui pare riconducibile anche la duplicazione del talloncino altrui mediante scannerizzazione – è illuminante della volontà del legislatore di “coprire” con la norma speciale anche il caso di chi utilizzi indebitamente un permesso invalidi altrui, consentendo per una simile evenienza l’operatività del principio di specialità di cui alla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9, applicabile quando il medesimo fatto sia punito da una disposizione penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa.

Da quanto sopra consegue il rigetto del ricorso in esame.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI