HOME Articoli

Lo sai che? Invalidità: l’incapacità lavorativa deve essere effettiva

Lo sai che? Pubblicato il 14 marzo 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 14 marzo 2017

L’invalidità permanente non determina l’automatica riduzione della capacità specifica lavorativa del danneggiato.

Il lavoratore che abbia subito un incidente e, in conseguenza di ciò, abbia riportato una invalidità permanente ha diritto a ottenere anche il risarcimento per la ridotta capacità lavorativa solo se riesce a dimostrare nel concreto la diminuzione delle potenzialità di guadagno. Non basta, infatti, l’accertamento di una invalidità permanente, né una riduzione della generica capacità lavorativa per poter parlare anche di un indennizzo: indennizzo che non è pertanto automatico. Al contrario, bisogna dare prova di una riduzione della capacità lavorativa specifica, facendo riferimento a ogni possibile attività, tenute presenti età, capacità ed esperienza del danneggiato. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

Come noto, quando si è vittima di un incidente stradale, si ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali (come il danno biologico e morale) e danni patrimoniali. Questi ultimi sono costituiti da:

  • danno emergente: le spese sostenute per curarsi (farmaci, terapia, viaggi, ecc.);
  • lucro cessante: la perdita di guadagno nel periodo della malattia (a causa del riposo forzato) e, in caso di invalidità permanente, per tutto il resto della propria vita.

È proprio su quest’ultimo punto che interviene la Cassazione. La questione è particolarmente delicata per la seguente ragione. Il nostro ordinamento riconosce la possibilità di risarcimento solo a condizione che esista un danno certo e attuale. Rari, anzi rarissimi, sono i casi in cui è consentito il risarcimento di un danno futuro, in quanto non accertabile e quantificabile. Ebbene, il risarcimento da riduzione della capacità lavorativa va a sconfinare proprio nel «danno futuro» perché si finisce per verificare quanto, presumibilmente, il lavoratore guadagnerà di meno a causa dell’infortunio. Proprio per questo la prova di tale incapacità deve essere particolarmente rigorosa. Ed è per tale ragione che la Cassazione così si esprime: «In caso di lesione della integrità psico-fisica della persona, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante non può farsi discendere in modo automatico dall’accertamento della invalidità permanente, poiché esso sussiste solo se tale invalidità abbia prodotto una [effettiva] riduzione della capacità lavorativa specifica. A tal fine, il danneggiato è tenuto a dimostrare, anche tramite presunzioni, di svolgere, al momento dell’infortunio, una attività produttiva di reddito e di non aver mantenuto, dopo di esso, una capacità generica di attendere ad altri lavori confacenti alle sue attitudini personali.

In buona sostanza, se l’invalidità ha sì determinato una generica incapacità lavorativa, ma il danneggiato ha comunque modo di modificare la propria attività senza subirne una perdita di reddito non ha diritto al risarcimento. Viceversa, quando non può svolgere neanche altri lavori confacenti alle sue “specializzazioni”, allora l’indennizzo è dovuto.

Si tratta di una valutazione che non si può fare a priori, ma va verificata caso per caso. Una cosa è certa: non è la semplice invalidità permanente, anche se di grado particolarmente elevato, a determinare automaticamente il diritto al risarcimento del danno per diminuzione della capacità lavorativa. La riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica del danneggiato e del correlato guadagno va dimostrata nel concreto, dando prova di una diminuzione dell’attività produttiva del reddito o del mancato conseguimento di questo in conseguenza dell’incidente.

La tesi è stata confermata dopo pochi giorni dalla stessa Cassazione [2] che rilancia: è necessario effettuare una valutazione complessiva del problema fisico lamentato dal lavoratore, con riferimento «alla sua incidenza sull’attività svolta in precedenza» e «su ogni altra attività» che possa essere svolta, «in relazione ad età, capacità ed esperienza», senza esporre «ad ulteriore danno la salute». Quindi, il criterio di riferimento non è «la riduzione della generica capacità lavorativa», bensì «la riduzione della capacità lavorativa in occupazioni confacenti alle attitudini» della persona.

note

[1] Cass. sent. n. 5786/17 dell’8.03.2017.

[2] Cass. sent. n. 6362/17 del 10.03.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 25 gennaio – 10 marzo 2017, n. 6362
Presidente Curzio – Relatore Ghinoy

Rilevato che:

1. La Corte d’ appello di Lecce ha riformato la sentenza del Tribunale di Brindisi e, in adesione alle conclusioni del consulente medico nominato in appello, ha accolto la domanda di G. G. e ne ha dichiarato il diritto a percepire l’assegno ordinario di invalidità a decorrere dal 28 gennaio 2008, condannando l’Inps al pagamento dei ratei maturati, con gli accessori dovuti per legge oltre che al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
2. Per la cassazione della sentenza ricorre l’ Inps e denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 1 della legge n. 222 del 1984 in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c.
Sostiene l’Istituto che il consulente avrebbe erroneamente riferito l’incidenza invalidante della patologia alla pregressa attività ( ex carpentiere edile di 48 anni) svolta dall’assicurato, senza considerarne l’incidenza sulla capacità lavorativa in occupazioni diverse e confacenti alle sue attitudini, avuto riguardo alle esperienze lavorative, al titolo di studio ed all’età, come richiesto dall’art. 1 della legge n. 222 del 1984.
Sotto altro aspetto, poi, la sentenza è censurata per avere utilizzato nella determinazione dell’invalidità le tabelle ministeriali proprie dell’invalidità civile (ex d.m. 5.2.1992) facendo riferimento per il linfoma cutaneo accertato ad una percentuale fissa del 60% in base al codice analogico 9319, così incorrendo nell’errata applicazione della norma richiamata.
3. Ha resistito con controricorso G. G., eccependo l’inammissibilità delle censure formulate e comunque la loro infondatezza.
3. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.

Considerato che:

1. Il ricorso risulta ammissibile, in quanto si richiede un intervento di questa Corte che chiarisca la corretta applicazione della normativa di riferimento, e contiene la descrizione dello sviluppo processuale e la riproduzione della consulenza tecnica d’appello, recepita nella sentenza gravata, funzionale all’ esatta fecalizzazione delle ragioni del ricorrente.
2. Esso è altresì manifestamente fondato in relazione ad entrambi i profili di doglianza proposti.
Il giudice d’ appello, nel ritenere sussistente il requisito di invalidità prescritto ai fini del diritto all’assegno ex lege n. 222 del 1984, ha recepito le conclusioni del c.t.u. che aveva fatto riferimento alla percentuale di invalidità espressamente calcolata sulla base delle tabelle ministeriali prescritte per l’accertamento della invalidità civile (D.M. 5.2.1992), ed ha riferito che “opportunamente sono state approfondite le ripercussioni delle affezioni sulla funzionalità dei principali apparati in rapporto all’attività espletata”.
3. Questa Corte ha però ripetutamente affermato che ai fini del riconoscimento dell’ assegno ordinario di invalidità, la sussistenza del requisito posto dall’art. 1 della legge 12 giugno 1984, n. 222, concernente la riduzione a meno di un terzo della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini, deve essere verificata operando la valutazione complessiva del quadro morboso dell’assicurato con specifico riferimento alla sua incidenza sull’attività svolta in precedenza e su ogni altra che sia confacente, ossia che possa essere svolta dall’assicurato, in relazione alla sua età, capacità ed esperienza, senza esporre ad ulteriore danno la propria salute; sicché, pur essendo la invalidità ancorata non più alla capacità di guadagno, ma a quella di lavoro, il riferimento alla capacità attitudinale comporta una valutazione di qualità e condizioni personali e soggettive dell’assicurato, cui rimane conferita una tutela rispettosa del precetti costituzionali di cui agli artt. 38, 32, 2, 3 e 10 (v., fra le tante, da ultimo, Cass. 06/07/2007 n. 15265, Cass. 14/03/2011 n. 5964).
4. Con riferimento al secondo profilo di doglianza, è stato poi precisato che, in materia di invalidità pensionabile, la L. n. 222 del 1984, ha adottato, come criterio di riferimento, non la riduzione della generica capacità lavorativa, secondo quanto previsto dalla L. 30 marzo 1971, n. 118 per i mutilati ed invalidi civili, bensì la riduzione della capacità lavorativa in occupazioni confacenti alle attitudini dell’assicurato; ne consegue l’inidoneità del parametro relativo all’invalidità civile per valutare l’invalidità pensionabile anche se come mera guida di massima, a meno che nell’ambito di questa diversa valutazione non si dia espressa ragione dell’adeguamento del parametro all’oggetto specifico della diversa invalidità da valutare (ex plurimis: Cass. 04/10/2013 n. 22737).
5. Non essendosi la Corte di merito attenuta ai suesposti principi, il ricorso deve essere accolto, e la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Lecce, in diversa composizione, che dovrà procedere a nuovo esame.
6. Al giudice designato competerà anche la regolamentazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione della spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Lecce in diversa composizione.


Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 1 dicembre 2016 – 8 marzo 2017, n. 5786
Presidente/Relatore Chiarini

Fatti di causa

Decidendo sulla domanda di risarcimento danni da circolazione stradale proposta da Pi.Ma. nei confronti degli eredi di Sante Pietrangeli e della società H.D.I. Assicurazioni S.p.A., il Tribunale di Rimini, per quanto ancora oggetto di controversia, accertava l’esistenza di lesioni personali incidenti sulla capacità lavorativa specifica di piastrellista dell’attore e condannava i convenuti al ristoro del relativo danno patrimoniale, liquidato secondo il criterio del triplo della pensione sociale.
Con sentenza n.606/2010, la Corte di Appello di Bologna, in accoglimento dell’impugnazione della compagnia assicuratrice, rigettava l’istanza di risarcimento danni da perdita della capacità lavorativa specifica. e A seguito di ricorso di Pi.Ma. , questa Corte, con ordinanza n. 1439/2012, cassava la pronuncia della Corte felsinea, cui rinviava per l’accertamento dei presupposti del danno futuro da ridotta capacità lavorativa della vittima del sinistro.
Riassunta tempestivamente la lite, la Corte di Appello di Bologna, con sentenza n.131/2013, confermava la statuizione del giudice di primo grado in ordine al ristoro di tale voce di danno.
Avverso questa sentenza ricorre per Cassazione la H.D.I. Assicurazioni, affidandosi a cinque motivi; resiste Pi.Ma. con controricorso illustrato da memoria.
Le altre parti intimate non hanno svolto attività difensiva.

Ragioni della decisione

Con i primi due motivi di censura, congiuntamente esaminabili poiché strettamente connessi ed implicanti analoghe valutazioni in punto di diritto, il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2697,2056 e 1223 cod. civ. e dell’art. 4 della legge 26 febbraio 1977, n.39 in relazione all’art.360, primo comma, num. 3, 4 e 5 cod. proc. civ., assume che il giudice di rinvio, omettendo ogni motivazione al riguardo, non abbia eseguito l’accertamento, demandatogli dalla Suprema Corte, sulla ricorrenza delle circostanze di fatto giustificanti la liquidazione del danno patrimoniale futuro, il cui esito sarebbe stato negativo, mancando ex parte actoris la stessa allegazione (nonché ovviamente l’adeguata dimostrazione) dello svolgimento, in epoca anteriore o successiva al sinistro, dell’attività di piastrellista.
I motivi sono fondati e vanno accolti sotto il profilo della violazione di legge.
Nell’accogliere il ricorso avverso la prima sentenza della Corte di Appello felsinea, con la ordinanza n.1439/2012 questa Corte affermava testualmente: “è vero che la liquidazione del danno patrimoniale da riduzione della capacità di lavoro e di guadagno non può costituire un’automatica conseguenza dell’accertata esistenza di lesioni personali, ma è ugualmente vero che essa spetta ogni volta che sia verificata l’attuale o prevedibile incidenza dei postumi sulla capacità di lavoro, anche generica, della vittima. Ne consegue che, stante l’accertamento del C.T.U. che la stessa sentenza impugnata ha recepito, non è corretta la negazione della voce di danno in esame a seguito della mancanza di prova dell’esercizio in concreto di attività lavorativa all’epoca del sinistro. Tale situazione influisce sulla determinazione del danno emergente, ma non esclude la necessità di accertare e sussistendone i presupposti di fatto riconoscere – il danno futuro determinato dalla ridotta capacità di esplicare attività lavorativa confacente alle attitudini della vittima“, precisando altresì che “il Pi. non ha documentato la propria qualità di piastrellista, non essendo a tal fine sufficiente la dichiarazione resa al C.T.U.; pertanto il giudice di rinvio dovrà valutare l’applicabilità alla specie del criterio di cui al D.L. n. 857 del 1976, art. 4, come modificato dalla L. n. 39 del 1977 (triplo della pensione sociale)“.
In tal guisa argomentando, la Corte, esclusa ogni inferenza automatica tra lesioni personali e menomazione della capacità di lavoro, ha chiarito che la risarcibilità di quest’ultima postula il concreto accertamento del danno determinato dalla ridotta idoneità ad esplicare un’attività lavorativa confacente alle attitudini della vittima, attività che tuttavia (trattandosi un pregiudizio che si proietta in futuro, a mò di lucro cessante) non deve essere effettivamente esercitata al momento del sinistro.
Si è posta così nel solco dell’orientamento costantemente predicato in sede di nomofilachia, secondo cui, integrando la menomazione della capacità lavorativa specifica un pregiudizio di carattere patrimoniale, il grado di invalidità permanente determinato da una lesione all’integrità psico-fisica, quantunque di elevata entità, non determina ipso facto la riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica del danneggiato né, conseguentemente, una diminuzione del correlato guadagno, dovendo comunque il soggetto leso dimostrare, in concreto, lo svolgimento di un’attività produttiva di reddito (o, trattandosi di persona non ancora dedita ad attività lavorativa, che presumibilmente avrebbe svolto) e la diminuzione o il mancato conseguimento di questo in conseguenza del fatto dannoso (cfr., ex plurimis, Cass., 10/03/2016, n. 4673; Cass. 10/07/2015, n. 14517; Cass., 03/07/2014, n. 15238; Cass., 05/02/2013, n. 2644; Cass., 12/02/2013, n. 3290).
Alla stregua degli ordinari criteri di riparto dell’onere probatorio, grava sul danneggiato l’asseverazione, anche tramite elementi di natura presuntiva, del pregresso concreto svolgimento di una attività economica o del possesso di una qualificazione professionale acquisita e non ancora esercitata compromessi, nella loro effettiva realizzabilità, dall’evento lesivo: indefettibile presupposto, in punto di an debeteatur, per la ristorabilità della perdita patrimoniale patita, liquidabile poi, in difetto di una precisa dimostrazione del reddito non conseguibile, in base al parametro, costituente soglia minima di risarcimento, del triplo della pensione sociale (oltre a Cass. n. 14517/2015, cit., vedi specificamente sul punto Cass.,12/02/2015, n.2758).
Chiarito nei sensi anzidetti l’oggetto dell’accertamento da compiersi nel giudizio di rinvio a seguito della ordinanza n.1439/2012 di questa Corte, va rilevato come la Corte di Appello di Bologna, nella sentenza qui gravata, abbia radicalmente omesso la concreta verifica dei presupposti per la risarcibilità del danno da perdita della capacità lavorativa specifica e disatteso i principi di diritto in materia sopra illustrati.
Invero, il giudice felsineo, peraltro con motivazione laconica e di non agevole intellegibilità, ben lungi dal sottoporre a nuovo riscontro critico la sussistenza di incidenze lesive del sinistro su attitudini lavorative peculiari dell’attore, si è limitato a confermare l’apprezzamento operato dal Tribunale di Rimini in prime cure, ritenendo acclarata “la qualificazione in capo al danneggiato della capacità lavorativa e della conseguente valutazione estimativa della perdita futura, quali congruamente tratteggiati dal primo giudice con riferimento a mansioni inerenti aspirazioni primarie del giovane lavoratore“.
La sentenza (nella quale la questione viene risolta unicamente attraverso il trascritto passaggio motivazionale) deve pertanto essere cassata, potendosi procedere alla decisione nel merito sulla domanda risarcitoria, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.
Orbene, sulla scorta degli elementi, assertivi e asseverativi, raccolti nei gradi di merito del giudizio e in applicazione degli enunciati principi regolatori della materia, non dubbio appare il rigetto della pretesa attorea di risarcimento dei pregiudizi per riduzione della capacità di lavoro e di guadagno.
Dalla lettura degli atti di causa, risulta, inequivocabilmente, come parte attrice non abbia dedotto, nel libello introduttivo del giudizio e nemmeno nei termini consentiti per l’emendatiodelle domande, lo svolgimento di una attività (pregressa o contestuale al sinistro) di piastrellista né il possesso di siffatta peculiare abilitazione professionale: la prima allegazione al riguardo si rinviene nella dichiarazione resa personalmente da Pi.Ma. nel corso delle operazioni peritali al consulente tecnico di ufficio nominato nel giudizio di primo grado, con dichiarazione tuttavia ex se priva (come già rimarcato da questa Corte nella ordinanza n. 1439/2012) di sufficiente idoneità asseverativa.
Manca inoltre qualsivoglia elemento dimostrativo, pur in via di inferenza presuntiva ex art. 2729 cod. civ., dell’espletamento della professione di piastrellista (e, quindi, della contrazione del reddito dalla stessa percepibile).
Omessa l’articolazione di prova costituenda, l’attore non ha il prodotto alcun significativo riscontro per tabulas sul punto: mancano infatti documenti di natura fiscale (ad esempio, dichiarazioni dei redditi) o contabile (fatture per prestazioni effettuate o anche per acquisto materiali) indicative del concreto esercizio dell’attività ovvero attestanti il conseguimento di una (potenzialmente spendibile in futuro sul mercato del lavoro) qualificazione professionale.
Non può, al riguardo, costituire oggetto di valutazione la certificazione della Camera di Commercio recante l’iscrizione del Pi. all’albo con la mansione di pavimentista a far data dall’aprile 2002 (anteriore al sinistro, occorso nell’anno 2004), e ciò per una duplice ragione: da un lato, si tratta di documento non utilizzabile ai fini del convincimento giudiziale in quanto (come eccepito dal ricorrente) prodotto per la prima volta nel corso del giudizio di rinvio, in spregio alla natura di detta controversia implicante il tendenziale divieto di nuove prove (derogabile, attesa la configurazione del rinvio come processo ad istruzione chiusa, solo se la produzione sia giustificata da cause di forza maggiore, eventi sopravvenuti o da esigenze istruttorie derivanti dalla sentenza di annullamento della Cassazione che abbia reimpostato i termini giuridici della controversia su fatti non trattati dalle parti o non esaminati dal giudice di merito: Cass., 30/09/2015, n. 19424; Cass., 16/04/2014, n. 8872; Cass., 26 giugno 2013, n. 16180; Cass., 12/10/2009, n. 21587); d’altro canto, il contenuto di detto certificato si appalesa anodino, se non equivoco, risultando la contestuale iscrizione del Pi. anche quale coltivatore diretto (attività lavorativa il cui svolgimento non è stato anch’esso mai dedotto negli scritti difensivi), la qual cosa non sembra conciliabile con una particolare abilitazione alla professione di pavimentista.
In accoglimento dei primi due motivi di ricorso, cassata la pronuncia impugnata e decidendo nel merito la lite, va rigettata la domanda di risarcimento dei danni per perdita della capacità lavorativa specifica proposta da Pi.Ma. nei confronti degli eredi di Sante Pietrangeli e della H.D.I. Assicurazioni S.p.A..
Risulta per l’effetto assorbito il vaglio sulla fondatezza degli ulteriori motivi di ricorso, denuncianti asserite violazioni di legge o nullità del procedimento afferenti il regolamento delle spese di lite (segnatamente, la corretta applicazione del principio della soccombenza o il contenuto della statuizione come inclusiva o meno del rimborso delle cd. spese generali).
Il peculiare svolgimento della controversia, connotato da contrastanti pronunce ad opera dei giudici investiti della stessa, giustifica ad avviso della Corte, l’integrale compensazione tra le parti delle spese di tutti i gradi di giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito della lite, rigetta la domanda risarcitoria proposta da Pi.Ma..
Compensa le spese di lite.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI