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Se perdo il lavoro posso farmi mantenere dai genitori?

14 marzo 2017


Se perdo il lavoro posso farmi mantenere dai genitori?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 marzo 2017



I genitori devono mantenere i figli fino all’indipendenza economica, ma lo stato di sopraggiunta disoccupazione non fa rivivere il diritto all’assegno.

Il figlio che abbia ottenuto un lavoro a tempo indeterminato e poi lo perde per via di licenziamento, non può rivendicare di nuovo il diritto a essere mantenuto dai genitori. Infatti, il mantenimento si perde non appena raggiunta l’indipendenza economica e, una volta ottenuto questo traguardo, non resuscita neanche se il figlio perde il posto di lavoro. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Il figlio ha diritto a ottenere un sostegno economico da parte di entrambi i genitori, in proporzione alle rispettive capacità economiche, finché non può mantenersi da solo. Se i genitori si separano è il giudice a stabilire chi dei due debba contribuire ad assistere il figlio tramite il versamento dell’assegno di mantenimento.

Una volta che il figlio abbia raggiunta l’indipendenza economica, ogni legame tra questi e i genitori si tronca: egli cioè perde, una volta per sempre, il diritto a chiedere il mantenimento, indipendentemente dalle sorti del suo lavoro. Se dunque, il giovane perde il posto anche dopo poco tempo dall’assunzione non può più rivendicare il diritto al mantenimento. Il licenziamento non fa resuscitare eventuali pretese economiche nei confronti del padre o della madre. Medesima conclusione si deve trarre se il figlio, che prima aveva un contratto a tempo indeterminato, viene passato a un part-time.

Ma cosa si intende con «indipendenza economica»? Il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente quando comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita, ciò però non in termini astratti e alle ambizioni personali, ma sempre rapportato alle concrete condizioni di mercato [2].

In determinati casi, anche l’assunzione e l’avvio a un nuovo lavoro non consente di ritenere raggiunta l’indipendenza economica e, pertanto, i genitori restano obbligati a mantenere il figlio. È il caso ad esempio in cui il figlio maggiorenne:

  • pur godendo di un reddito da lavoro, sta completando la propria formazione [3];
  • abbia ottenuto un lavoro precario e limitato nel tempo: si tratta di un part-time di durata molto breve. L’indipendenza economica che fa cessare per sempre il mantenimento infatti presuppone una prospettiva concreta di continuità [4];
  • lavora come apprendista: il rapporto di apprendistato non può essere infatti equiparato al lavorato subordinato;
  • svolge un lavoro del tutto differente rispetto al titolo di studio conseguito e solo in attesa di affermarsi nell’ambito della propria specializzazione (come nel caso di un laureato in ingegneria che, in attesa di aprire il proprio studio, faccia lavoro serale in un bar o venga assunto in un call center) [5].

Se, invece, il figlio ottiene un lavoro stabile e sicuro, anche se non in linea con le sue personali ambizioni, il diritto al mantenimento cessa per sempre e non può più essere rivendicato né in caso di licenziamento, né in caso di dimissioni, né in caso di diminuzione dell’orario di lavoro. Come più volte affermato dalla Cassazione, una volta che il figlio abbia raggiunto la capacità lavorativa, e quindi l’indipendenza economica, la successiva perdita dell’occupazione non comporta la reviviscenza dell’obbligo del genitore al mantenimento [6].

L’unico diritto che il figlio non perde mai è quello agli alimenti. Gli alimenti, a differenza del mantenimento, scattano solo in caso di grave situazione di indigenza e corrispondono solo alla somma strettamente indispensabile per sopravvivere (vitto, alloggio, medicine).

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 24 febbraio – 14 marzo 2017, n. 6509
Presidente/Relatore Di Virgilio

Fatto e diritto

La Corte:
Premesso che:
Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello di Firenze, premessa la mancata costituzione della B., e precisato che era stata a questa regolarmente notificato il decreto di fissazione dell’udienza, a valere sia per l’inibitoria che per il merito, ha rilevato che la figlia non solo era di età da escludere di per sé ogni ipotesi di mantenimento, ma che risultava, sulla base delle dichiarazioni rese dalla madre, avere lasciato il lavoro, da ritenersi a tempo indeterminato, per lavorare come magazziniera a tempo determinato, e che i problemi psichici della stessa, peraltro irrilevanti ai fini del mantenimento, non erano stati provati, mancando il fascicolo di parte della B..
Ricorre la B. sulla base di cinque motivi, illustrati con memoria.
Si difende con controricorso il L..
Rileva quanto segue.
1.1.- E’ infondato il primo motivo, inteso a far valere il vizio processuale per la fissazione della medesima udienza per l’inibitoria e la presa in decisione, atteso che si applica il rito camerale ex art.4, L. 898/1970 e che la Corte d’appello ha evidenziato come fosse stata fissata udienza a valere sia per la sospensiva che per il merito, né evidentemente la ricorrente potrebbe dolersi della mancata assegnazione alla controparte del termine per gli scritti conclusivi, a cui questa aveva rinunciato chiedendo l’immediata presa in decisione.
1.2.- Il secondo mezzo è in parte inammissibile, in parte infondato.
E’ incongruo il richiamo al principio della vicinanza della prova, atteso che, molto semplicemente, la Corte d’appello ha dato atto della carenza probatoria in relazione alle condizioni psichiche della figlia, ma ha altresì ritenuto in ogni caso l’irrilevanza della questione, e tale rilievo non è stato censurato dalla B..
1.3.- Il terzo mezzo è sostanzialmente inammissibile.
Posto il principio, tra le ultime affermato nella pronuncia di questa Corte del 9/5/2013, n. 11020, va osservato che la Corte d’appello, dopo avere considerato l’età in sé della figlia, ha argomentato in ogni caso rilevando che, interpretando quanto dichiarato dalla B. in sede di audizione presidenziale, si doveva ritenere che la figlia avesse lasciato il precedente lavoro a tempo indeterminato, per trovare poi un’occupazione a tempo determinato, da cui l’applicazione del principio secondo cui, una volta raggiunta la capacità lavorativa, e quindi l’indipendenza economica, la successiva perdita dell’occupazione non comporta la reviviscenza dell’obbligo del genitore al mantenimento (così le pronunce di questa Corte del 28/1/2008, n. 1761 e del 2/12/2005, n. 26259).
E detta motivazione non è suscettibile di censura motivazionale, atteso che nella specie si applica ratione temporis l’art.360 n.5 c.p.c. nel testo modificato dal D.L. 22/6/2012, n.83, convertito nella legge 7/8/2012, n.134/2012, atteso che, come ritenuto nella pronuncia delle Sez.U. del 2/4/2014, n.8053, è oggi denunciabile soltanto l’omesso esame di un fatto decisivo, che sia stato oggetto di discussione tra le parti, nei limiti in cui l’anomalia motivazionale si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente alla esistenza in sé della motivazione, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto delle altre risultanze processuali (nelle ipotesi quindi di “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, “motivazione apparente”, “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e” motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” di motivazione).
1.4.- Il quarto mezzo è infondato, atteso che la difformità dalle conclusioni del P.G. non configura alcun vizio ex art.360 cod. proc. civ.
1.5.- Il quinto motivo è infondato.
La ricorrente si duole della conferma dell’assegno di mantenimento determinato dal Tribunale in Euro 400,00 mensili, senza considerare che tale determinazione era conseguente all’assegnazione della casa coniugale, revocata dalla sentenza impugnata: è agevole rilevare che, per potere elevare a proprio favore l’assegno di mantenimento, la parte avrebbe dovuto proporre appello incidentale condizionato.
3.1.- Conclusivamente, va respinto il ricorso; le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 2100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art.13, comma 1 quater del D.P.R. 115 del 30/5/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.
In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi.


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