Professionisti La causa e la fase della decisione

Professionisti Pubblicato il 18 marzo 2017

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Il processo ordinario, la fase decisoria, la precisazione delle conclusioni, la decisione davanti al tribunale in composizione collegiale e monocratica.

Generalità

Quando il G.i. ritiene la causa matura per la decisione, invita le parti a precisare le conclusioni (nei limiti di quelle formulate nei rispettivi atti introduttivi, tenendo presente le eventuali risultanze istruttorie), quindi rimette la causa in decisione. da tale ultima data cominciano a decorrere i 60 gg. entro i quali le parti devono depositare le comparse conclusionali e le memorie di replica nei 20 gg. successivi (art. 190).

Il legislatore del ’40 aveva attribuito l’attività decisoria ad un organo collegiale, riservando l’altra fondamentale attività della cognizione, quella istruttoria in senso ampio, ad un organo monocratico. in questo modo si garantiva sufficiente ponderazione di giudizio, ma allo stesso tempo, grazie alla successiva incorporazione del giudice istruttore nell’organo collegiale (in qualità di relatore), la conoscenza diretta dei fatti di causa acquisita nel corso dell’istruzione veniva riversata nell’organo decisorio.

La L. 353/1990 aveva conservato questo sistema solo per le cause coperte dalla riserva di collegialità (art. 48 Ordinamento giudiziario), attribuendo normalmente tutte le altre alla decisione del giudice istruttore in funzione di giudice unico (art. 190bis).

L’altra importante novità introdotta dal legislatore del ’90 è stata l’aver reso facoltativa l’udienza di discussione davanti al collegio (art. 275): solo se almeno una delle parti lo chiedeva al momento della precisazione delle conclusioni riproponendo la richiesta alla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica (artt. 189 e 190), il Presidente del tribunale poteva disporla fissandone la data.

Infine è intervenuto il d.Lgs. 19-2-1998, n. 51, che non ha modificato  la novella del ’90, ma ha confermato l’affidamento dell’attività istruttoria ad un organo monocratico (G.i.) e l’attività decisoria al Collegio solo per le cause elencate nell’art. 50bis introdotto dal citato decreto. Fuori da tali casi, il tribunale giudica in composizione monocratica, ai sensi dell’art. 50ter, introdotto dal d.Lgs. 51/1998.

La decisione davanti al Tribunale in composizione collegiale

alla luce delle riforme illustrate al paragrafo che precede, la fase decisoria ha conservato una disciplina autonoma solamente nelle cause riservate al Collegio, che si applica, nella sua interezza, solamente alle cause per le quali sia stata richiesta l’udienza di discussione.

L’organo che domina tale fase, titolare del potere decisorio, è il Collegio, composto di tre membri: il Presidente, che lo presiede (normalmente è il Presidente del Tribunale, ma nei Tribunali divisi in più sezioni è il Presidente di una sezione), e due giudici, uno dei quali è quello che ha svolto le funzioni di giudice istruttore e deve riferire al Collegio in ordine alla causa da decidere.

Per quanto riguarda lo svolgimento della fase decisoria, l’art. 275 stabilisce che, dopo la rimessione della causa al collegio, di regola non si svolge l’udienza di discussione, a meno che non venga richiesta da almeno una delle parti.

Pertanto, quando le parti non chiedono la discussione orale, entro 60 giorni (termine ordinatorio) dalla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica (v. art. 190), la sentenza deve essere deliberata e depositata in cancelleria.

L’udienza di discussione innanzi al collegio deve svolgersi solo se almeno una delle parti, al momento della precisazione delle conclusioni, chieda che la causa sia discussa oralmente dinanzi al collegio. una volta presentata questa istanza e depositate le difese scritte ex art. 190, alla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica l’istanza di discussione deve essere riproposta al Presidente del Tribunale.

A seguito della nuova istanza, il Presidente del Tribunale deve fissare con decreto la data dell’udienza collegiale che deve tenersi entro 60 giorni dalla richiesta. in questa udienza il giudice istruttore fa la relazione della causa e, successivamente, le parti sono ammesse alla discussione. La sentenza deve essere poi depositata nel solito termine, di natura ordinatoria, di 60 giorni dall’udienza.

La decisione davanti al Tribunale in composizione monocratica

L’articolo 281quater ribadisce il principio già affermato a seguito della novella del 1990 per il quale, nelle materie sottratte alla competenza del Collegio, il giudice monocratico (sia nel processo di cognizione che in quello esecutivo) decide con pienezza di poteri, pari appunto a quelli spettanti all’organo collegiale.

Mentre la fase decisoria innanzi al Collegio continua ad essere disciplinata dall’art. 275, con l’unica variante dell’eventuale fissazione dell’udienza di discussione in luogo della procedura meramente cartolare (solo scambio delle comparse e delle memorie di replica), l’articolo 281quinquies ripropone lo schema della decisione a trattazione esclusivamente scritta di cui al citato art. 275 (già peraltro previsto dall’abrogato art. 190bis) con la novità dell’abbreviazione da 60 a 30 giorni (decorrente dalla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica) per il deposito in cancelleria della sentenza.

Il co. 2 dell’art. 281quinquies poi prevede, in alternativa allo schema consueto, la facoltà su richiesta di una delle parti, di saltare la fase dello scambio delle memorie di replica, in favore della fissazione dell’udienza di discussione, a partire dalla quale decorre il termine di 30 giorni per il deposito della sentenza da parte del giudice.

L’art. 281sexies provvede ad estendere al giudice monocratico il modello procedimentale di decisione a seguito di trattazione orale già previsto, in precedenza, per il Pretore con la peculiarità consistente nella possibilità per le parti di chiedere al giudice che abbia optato per la decisione a seguito di trattazione orale, di spostare la discussione orale ad un’udienza successiva, e ciò al fine di consentire ai difensori delle parti, nel caso in cui fossero impreparati ad una discussione immediata, di potersi presentare all’udienza successiva con un adeguato livello di preparazione rispetto alle specifiche questioni oggetto della causa da decidere.

La L. 208/2015 ha esteso l’applicabilità dell’art. 281sexies c.p.c. anche alle cause in cui il tribunale giudica in composizione collegiale.

Come sono disciplinati i rapporti tra Collegio e giudice monocratico?

Gli articoli del Capo III ter, introdotto dall’art. 68 del D.Lgs. 19-2-1998, n. 51 riproducono, con i dovuti adattamenti, il dettato normativo dell’art. 274bis (abrogato dal D.Lgs. 51/1998) regolamentando in tal modo i rapporti tra giudice istruttore in funzione di giudice monocratico e Collegio, prevedendo i rimedi per sanare gli eventuali errori nell’attribuzione delle controversie, disciplinando la possibilità che tra cause assegnate agli organi decisori in diversa composizione possa insorgere una causa di connessione.

Infatti l’art. 281septies disciplina l’ipotesi in cui il Collegio rilevi che una causa, rimessa ad esso per la decisione, debba in realtà essere decisa dal giudice monocratico. In questo caso il Collegio rimette la causa dinanzi al giudice istruttore il quale provvederà (quale giudice monocratico) ai sensi degli artt. 281quater, 281quinquies e  281sexies.

Nell’ipotesi, invece, in cui il giudice istruttore rilevi che la causa riservata per la decisione davanti a sé in funzione di giudice monocratico debba essere decisa dal Tribunale in composizione collegiale, provvederà a norma degli artt. 187, 188 e 189.

Inoltre, l’art. 281novies dispone che in caso di connessione tra cause che debbano essere decise dal Tribunale in composizione collegiale e cause che spettino al Tribunale in composizione monocratica, esse siano riunite per esser decise innanzi al Collegio.

L’ultimo comma dell’abrogato art. 274bis, infine, risulta in gran parte riprodotto nell’attuale art. 50quater, dal quale è stato espunto qualsiasi riferimento alla nullità per vizio di costituzione del giudice (art. 158).

La combinata lettura delle norme in esame conduce tuttavia alla conclusione che la nullità derivante dalla violazione dei criteri di attribuzione delle controversie tra Collegio e giudice monocratico presenta dei profili alquanto anomali, in quanto non può essere fatta rilevare in grado di appello se non mediante il meccanismo di cui all’art. 161, co. 1 (ossia quando la nullità si converta in motivo di gravame), mentre nel corso del primo grado di giudizio la sua rilevazione risulta rimessa oltre che alle parti, anche al potere d’ufficio del giudice, potere che può essere esercitato persino al momento del passaggio in decisione.

Provvedimenti adottabili nella fase decisoria

i provvedimenti del giudice in sede decisoria, ai sensi dell’art. 279, possono essere di tre tipi:

1-  sentenze definitive: sono le sentenze che definiscono tutto il giudizio e che possono essere emanate nei seguenti casi:

  • quando, decidendo questioni di giurisdizione, il giudice dichiari difetto di giurisdizione, indicando altresì il giudice nazionale che ritenga munito della giurisdizione, come previsto ex 60, L. 69/2009; tale legge, ancora, ha espunto dall’art. 279 il riferimento alle questioni di competenza che, dal 4-7-2009, devono essere decise con ordinanza;
  • quando, decidendo una questione pregiudiziale o preliminare il giudice ritenga la questione stessa preclusiva per l’esame del merito (es.: accoglimento dell’eccezione di prescrizione);
  • quando il giudice decide totalmente il merito della causa.

 

2- sentenze non definitive: sono quelle che non definiscono il giudizio, il quale prosegue per l’emanazione della sentenza definitiva. Ciò avviene:

  • quando il giudice respinge il difetto di giurisdizione (è chiaro che respinta l’eccezione, la causa torna al G.i. per seguire il suo corso normale);
  • quando il giudice rigetta eccezioni pregiudiziali o preliminari di merito (vale quanto detto sopra);
  • quando il giudice accerta l’esistenza generica di un diritto ad una prestazione (l’«an debeatur») e quindi rimette la causa al G.I. per l’accertamento del «quantum»;
  • quando il giudice, investito della decisione su più domande, emette sentenza non definitiva su alcune domande già mature e quindi dispone, con separata ordinanza, i provvedimenti istruttori che reputa necessari per le altre domande.

 

3- Ordinanze: sono quei provvedimenti coi quali l’organo giudicante, senza definire il giudizio, provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa (non ancora matura per la decisione) o decide questioni di competenza (ex L. 69/2009) e dà disposizioni per l’ulteriore corso del giudizio.

Esecutività dei provvedimenti

La legge 353/1990, modificando gli artt. 282 e 283 c.p.c., ha disposto che le sentenze di primo grado (solo quelle di condanna) sono provvisoriamente esecutive tra le parti.

La provvisoria esecutività può essere sospesa dal giudice d’appello (cd. inibitoria) se ricorrono gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti. il giudice agisce su istanza della parte interessata (proposta con l’impugnazione principale o incidentale).

L’ordinanza del giudice sull’istanza di sospensione è non impugnabile. se tale istanza è inammissibile o manifestamente infondata, il giudice può condannare la parte che l’ha proposta ad una pena pecuniaria    (art. 283, co. 2).

Procedimenti di correzione

Per quanto riguarda gli errori materiali, le omissioni materiali ed i meri errori di calcolo dovuti ad una semplice disattenzione o svista del giudice nella redazione della sentenza possono essere corretti mediante un particolare procedimento (artt. 287 e ss.).

alla correzione provvede, su istanza di parte, con decreto o con ordinanza, lo stesso giudice che ha redatto la sentenza.

Corte cost.

Con la sentenza della Corte Costituzionale del 10-11-2004, n. 335 è stata dichiarata l’incostituzionalità dell’art. 287 nella parte in cui prevedeva la possibilità di proporre istanza di correzione nei confronti delle sentenze avverso le quali «non fosse stato proposto appello», ritenendosi in contrasto con l’art. 111 della Costituzione l’imporre alla parte di dover ricorrere al più gravoso rimedio dell’impugnazione ordinaria per ovviare ad errori materiali, caratterizzati da una minore gravità, e per i quali si è appunto previsto un rimedio più snello e sollecito

 

L’art. 391bis prevede la possibilità di ricorrere al procedimento di correzione di errori, di cui all’art. 287, sia per le sentenze della Corte di Cassazione sia per le ordinanze pronunciate ai sensi dell’art. 375, co. 1, n. 4) e 5). La Corte provvede in camera di consiglio sul relativo ricorso secondo le regole procedimentali di cui all’art. 380bis c.p.c. decidendo sempre con ordinanza. La L. 25-10-2016, n. 197, di conversione del D.L. 31-8-2016, n. 168 per ottenere la ragionevole durata del procedimento è intervenuta nella normativa procedurale distinguendo il procedimento di correzione (per la quale non ci sono limiti di tempo) dalla revocazione delle sentenze di Cassazione (per le quali è previsto un limite da 60 giorni dalla notificazione a sei mesi dalla pubblicazione) (artt. 380bis e 391bis). detta riforma si applica ai ricorsi depositati dopo l’entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge (pubblicata in G.u. 29-10-2016, n. 254) ed ai ricorsi per i quali non è stata ancora fissata l’udienza o l’adunanza in camera di consiglio (art. 1bis, c. 2, d.L. 168/2016 conv. dalla L. 197/2016 cit.).


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