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Lo sai che? Lo stipendio può essere accreditato sul conto della moglie

Lo sai che? Pubblicato il 19 marzo 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 marzo 2017

Sono un lavoratore dipendente: poiché temo che il mio conto corrente venga pignorato, posso chiedere all’azienda dove lavoro di accreditarmi lo stipendio sul conto corrente di mia moglie?

Le modalità di pagamento dello stipendio vengono decise, di comune accordo, tra le parti, ossia dal datore di lavoro e dal dipendente. Nulla osta, ad esempio, che lo stipendio venga versato mensilmente per contanti anziché con bonifico bancario. Questo significa anche che, se il lavoratore rilascia un’apposita dichiarazione scritta all’azienda, con cui espressamente chiede che lo stipendio venga accreditato sul conto corrente della moglie, tramite bonifico diretto, questa modalità non può ritenersi vietata dalla legge. Dunque, è lecito chiedere all’azienda che lo stipendio sia pagato con bonifico sul conto corrente di un’altra persona.  C’è però da fare due importanti precisazioni.

La prima è in merito alla possibilità, per l’azienda, di rifiutarsi di pagare lo stipendio secondo i termini richiesti dal dipendente e all’eventuale diritto di quest’ultimo di opporsi a tale diniego. La legge, in realtà, stabilisce che sia il datore di lavoro a prescegliere le modalità più consone per versare la busta paga al dipendente, in relazione anche alle dimensioni dell’azienda e alla necessità di uniformare tutti i rapporti di lavoro per evitare costi o difficoltà organizzative. Tuttavia è anche vero che sarebbe illegittimo il dissenso dell’azienda quando la modalità alternativa di pagamento del salario, richiesta dal dipendente, non comporti oneri o spese, né vi siano ragioni apprezzabili per giustificare detto diniego. Il caso di pagamento dello stipendio su un conto piuttosto che un altro è un esempio tipico: difatti ciò non implica certo un aggravio di costi e, dunque, difficilmente ci potrebbero essere ragioni per opporsi in presenza di una liberatoria scritta rilasciata dal lavoratore.

La seconda precisazione non è meno importante. La scelta di chiedere che lo stipendio venga pagato con bonifico sul conto corrente della moglie non consente di mettersi al riparo dal creditore: quest’ultimo ben potrebbe, ad esempio, decidere di pignorare lo stipendio direttamente in azienda, entro i limiti di un quinto per ciascuna mensilità. In pratica, l’atto di pignoramento, anziché essere notificato alla banca, verrebbe notificato all’azienda che, in tal caso, sarebbe tenuta a trattenere mensilmente un quinto dalla busta paga dovuta al lavoratore per poi versarlo al creditore. Oggi, infatti, non c’è più alcuna differenza – come invece in passato – tra il pignoramento dello stipendio in banca e il pignoramento dello stipendio presso il datore di lavoro: in entrambi i casi, i quattro quinti dell’emolumento devono essere lasciati nella disponibilità del dipendente, mentre il creditore dovrà accontentarsi solo di un quinto. In passato, invece, il pignoramento del conto corrente avveniva integralmente, anche se era costituito da redditi di lavoro.

Più nel dettaglio, l’attuale normativa prevede che:

  • quanto agli importi che si trovano già depositati sul conto corrente alla data di arrivo in banca dell’ufficiale giudiziario (data cioè di notifica dell’atto di pignoramento), questi sono pignorabili solo per quella parte che eccede il triplo dell’assegno sociale. Attualmente l’assegno sociale è pari a 448,07 euro; il suo triplo è quindi 1.344,21. Dunque, se il lavoratore ha sul conto corrente 2.000 euro, il pignoramento riguarda solo 655,79 euro (ossia 2.000 – 1.344,21). Se invece, il conto corrente viene tenuto al di sotto di 1.344,21 euro, al creditore non spetta nulla;
  • quanto agli importi che – a titolo di stipendio – verranno bonificati successivamente, dall’azienda, sul conto corrente del lavoratore, questi possono essere pignorati solo nei limiti di un quinto.

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