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Pensione anticipata, come uscire prima dal lavoro

20 marzo 2017 | Autore:


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Pensione anticipata ordinaria e quota 41, Ape volontaria, Ape sociale, Ape aziendale, Rita, Opzione Donna, lavori usuranti, cumulo: come pensionarsi in anticipo.

Dall’Ape all’Opzione donna, dalla pensione anticipata quota 41 alla pensione di anzianità per gli addetti ai lavori usuranti: è quasi una nuova riforma delle pensioni la Legge di bilancio 2017, che ha istituito diverse “scorciatoie” per uscire prima dal lavoro. In effetti, non è stata intaccata la Legge Fornero, in quanto i requisiti pensionistici i base son rimasti identici, ma sono stati previsti degli “sconti” sui requisiti per chi appartiene a determinate categorie.

Ad oggi, la confusione è ancora parecchia, in quanto mancano diversi decreti attuativi e le circolari che chiariscano meglio l’ambito di applicabilità dei vari anticipi della pensione. Ma facciamo subito il punto della situazione su tutte le novità per uscire prima dal lavoro.

Ape volontaria

L’Ape, sigla che sta per anticipo pensionistico,  consiste nella possibilità di uscire dal lavoro a 63 anni di età, se si possiedono almeno 20 anni di contributi, e non mancano più di 3 anni e 7 mesi al compimento dell’età pensionabile.

Ricordiamo che, per gli anni 2016 e 2017, i requisiti d’età per accedere alla pensione di vecchiaia sono pari a:

  • 66 anni e 7 mesi, per gli uomini e le dipendenti pubbliche;
  • 65 anni e 7 mesi per le dipendenti del settore privato;
  • 66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome.

Dal 2018 l’età per la pensione di vecchiaia sarà uguale per tutti e pari a 66 anni e 7 mesi.

Nel 2019 l’età dovrebbe aumentare a 66 anni e 11 mesi, a meno che non siano confermati i decrementi della speranza di vita registrati, nel qual caso il requisito resterebbe a 66 anni e 7 mesi.

L’anticipo pensionistico può essere richiesto:

  • dai lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago): lavoratori dipendenti del settore privato e lavoratori iscritti alle gestioni artigiani, commercianti, coltivatori;
  • dai lavoratori iscritti ai fondi sostitutivi dell’Ago: ex fondo elettrici, telefonici, Enpals, etc.;
  • dai lavoratori iscritti ai fondi esclusivi, come ex Inpdap, ex Ipost, etc.

Non può essere richiesto nelle casse professionali.

Perché possa essere richiesto l’anticipo, inoltre, è necessario che la futura pensione ammonti a 1,4 volte il trattamento minimo, cioè a 702,65 euro, al netto della rata di ammortamento dell’Ape.

Parliamo di ammortamento perché  dal momento dell’uscita dal lavoro sino alla maturazione dell’età pensionabile, l’interessato riceve l’Ape, l’anticipo pensionistico, che è un assegno mensile erogato da una banca convenzionata, grazie a un prestito richiesto tramite l’Inps.

Questo prestito, che deve avere la durata minima di 6 mesi, deve essere restituito in 20 anni, mediante l’applicazione di una penalizzazione sulla pensione che, si stima, sarà pari al 4,7% per ogni anno di anticipo (il decreto attuativo in merito dovrebbe essere adottato a breve). L’ammontare della penalizzazione dipende anche dall’ammontare dell’anticipo; l’Ape, difatti, non è uguale alla futura pensione, ma ammonta a una percentuale della pensione netta: minore è la percentuale, più bassa risulta la penalizzazione.

Il taglio della pensione, comunque, non è determinato solo dal prestito, ma anche da un’assicurazione obbligatoria contro il rischio di premorienza del pensionato.

L’Ape è esente da imposizione fiscale. Annualmente al pensionato è riconosciuto un credito di imposta pari al 50% del ventesimo degli interessi e del premio assicurativo complessivamente dovuti in base ai contratti stipulati. Dal momento del pensionamento, l’Inps riconoscerà il credito di imposta.

Percentuali, ammontare massimo e minimo dei prestiti e importi delle assicurazioni saranno definiti, come anticipato, da un dpcm (un decreto del presidente del Consiglio dei ministri) che dovrà uscire entro questo mese.

Ape aziendale

Per il lavoratore, come appena osservato, scegliere di pensionarsi con l’Ape ha dei costi non irrilevanti. Per incentivare il ricorso all’Ape volontaria, per i dipendenti in esubero a seguito di crisi o ristrutturazioni aziendali, è stata allora prevista la possibilità che i costi siano, almeno in parte, compensati dall’azienda col versamento di contributi aggiuntivi, in cambio dell’uscita volontaria del dipendente: parliamo, in questo caso, di Ape aziendale.

L’ammontare dei contributi da versare sarà scelto in un apposito accordo: i contributi dovranno essere almeno pari all’ammontare della contribuzione volontaria (cioè, per il 2016, al 32,87% della retribuzione imponibile dell’ultimo anno dal momento dell’accesso all’Ape fino alla maturazione dei requisiti della pensione di vecchiaia).

In parole semplici, se al lavoratore mancano 3 anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia e la sua retribuzione imponibile ammonta a 30.000 euro, l’ammontare che l’azienda deve versare è pari a 9.861 euro annui per 3 anni, cioè a 29.583 euro.

L’Ape aziendale potrà anche essere attivata dai fondi di solidarietà bilaterali, compresi i fondi dei settori della somministrazione di lavoro e dell’artigianato e quelli interprofessionali.

Il vantaggio di questa operazione, per il dipendente, consiste nell’aumento del futuro reddito di pensione, grazie all’aumento del montante contributivo, in modo da compensare la perdita determinata dalla restituzione del prestito pensionistico.

Per il datore di lavoro, il vantaggio consiste nell’avere a disposizione un ulteriore mezzo di gestione degli esuberi sostenendo dei costi inferiori rispetto all’isopensione, cioè rispetto all’attuale prepensionamento previsto dalla Legge Fornero, in quanto non è tenuto a pagare l’intero trattamento pensionistico di tasca, sino a un massimo di 4 anni.

Ape sociale

L’Ape agevolata, o Ape sociale, consente, come l’Ape volontaria, di anticipare l’uscita dal lavoro sino a un massimo di 3 anni e 7 mesi, con un minimo di 63 anni di età. L’Ape sociale è riservata solo ad alcune categorie di lavoratori:

  • disoccupati di lungo corso privi di ammortizzatori sociali (che non percepiscono l’indennità di disoccupazione da almeno 3 mesi) a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per:
    • licenziamento, anche collettivo;
    • dimissioni per giusta causa;
    • risoluzione consensuale nell’ambito di una procedura di conciliazione;
  • i disoccupati devono possedere almeno 30 anni di contributi;
  • lavoratori con invalidità pari o superiore al 74%, con almeno 30 anni di contributi;
  • lavoratori che hanno accudito per almeno 6 mesi un familiare disabile grave convivente (coniuge o parente di 1° grado), con almeno 30 anni di contributi;
  • lavoratori che hanno svolto per almeno 6 anni di vita lavorativa delle attività gravose, con almeno 36 anni di contributi.

Rientrano, in particolare, tra gli addetti alle attività gravose aventi diritto all’Ape sociale non solo coloro che svolgono i lavori usuranti elencati dal noto decreto del 2011 [1], ma anche:

  • gli operai dell’edilizia, dell’industria estrattiva e del settore conciario;
  • i macchinisti;
  • il personale viaggiante;
  • gli infermieri;
  • i camionisti;
  • gli assistenti di persone non autosufficienti;
  • le maestre d’asilo;
  • i facchini;
  • gli spazzini;
  • gli addetti alle pulizie.

I beneficiari di Ape sociale potranno svolgere attività lavorativa, ma il limite massimo di reddito cumulabile sarà di 8.000 euro annui, se l’attività effettuata sarà subordinata o parasubordinata (co.co.co.), oppure sino a 4.800 euro annui, nel caso di attività di lavoro autonomo. Inoltre, l’Ape sociale non potrà essere cumulata con trattamenti di sostegno al reddito, come l’Asdi.

L’Ape sociale, pari all’ammontare della futura pensione, non potrà in ogni caso superare i 1.500 euro mensili: per coloro che hanno diritto a una pensione superiore, è possibile richiedere l’Ape sociale integrando, di tasca propria, l’ammontare eccedente 1.500 euro.

Per quanto riguarda i dipendenti pubblici, il momento in cui questi riceveranno il Tfs o il Tfr non decorrerà dall’uscita dal lavoro, ma dalla maturazione dei requisiti d’età per la pensione di vecchiaia.

Rita

La Rita (rendita pensionistica integrativa anticipata) consiste nella possibilità, per i lavoratori iscritti alla previdenza complementare, di ricevere dal fondo pensione di appartenenza (se non è a prestazione definita) una rendita temporanea, decorrente dal momento dell’accettazione della richiesta fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

Per la Rita sono necessari gli stessi requisiti richiesti per ricevere l’Ape, cioè almeno 63 anni di età e 20 anni di anzianità contributiva presso l’Inps.

In pratica, con la Rita il lavoratore riceverà, dal fondo pensione complementare, i contributi accumulati in modo frazionato, in tutto o in parte a seconda della scelta.

La tassazione della Rita sarà la stessa prevista per i fondi pensione complementari, cioè dal 15% al 9%.

Alla Rita potranno accedere anche i dipendenti pubblici che, anche in questo caso, riceveranno Tfr e Tfs non alla cessazione dal servizio, ma nel momento in cui ne avrebbero maturato il diritto alla corresponsione in base alle norme attuali.

Opzione donna

L’opzione donna, o meglio il regime sperimentale donne, istituito dalla Legge Maroni [2], consente alle lavoratrici di anticipare la pensione, sino a un minimo di 57 anni e 7 mesi di età o di 58 anni e 7 mesi, in cambio del ricalcolo contributivo dell’assegno (più penalizzante del calcolo retributivo, in quanto si basa sui contributi effettivamente versati e non sulle ultime retribuzioni).

Nel dettaglio, i nuovi requisiti previsti per accedere all’opzione donna sono:

  • per le lavoratrici dipendenti, 57 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016; dalla data di maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo, detto finestra, pari a 12 mesi;
  • per le lavoratrici autonome, è necessario raggiungere 58 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016; dalla data di maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo di finestra pari a 18 mesi;
  • in entrambi i casi, è necessario possedere 35 anni di contributi raggiunti entro il 31 dicembre 2015.

In pratica, possono ottenere la pensione le lavoratrici che, entro il 31 dicembre 2015, hanno accantonato 35 anni di contributi e compiuto 57 anni di età se dipendenti o 58 se autonome.

Bisogna però tener presente le decorrenze effettive, per la maturazione della pensione: dato che l’adeguamento dei requisiti anagrafici per la pensione è slittato di 4 mesi in avanti, dal 2016, la data dalla quale partono i 12 o 18 mesi di finestra non è il 31 dicembre 2015, ma il 31 luglio 2016.

Pensione anticipata quota 41

La pensione anticipata quota 41 consiste nella possibilità di pensionarsi con il possesso di soli 41 anni di contributi (anziché con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini  e 41 anni e 10 mesi per le donne, come previsto per la pensione anticipata ordinaria), senza alcuna penalizzazione sull’assegno.

Possono beneficiare della pensione con 41 anni di contributi soltanto i cosiddetti lavoratori precoci. È considerato lavoratore precoce chi possiede almeno 12 mesi di contributi da lavoro effettivi accreditati prima del compimento del 19° anno di età.

Tuttavia, per potersi pensionare con 41 anni di contributi non basta essere lavoratori precoci, ma bisogna possedere gli ulteriori requisiti necessari per ottenere l’Ape sociale:

  • stato di disoccupazione (non si deve percepire l’indennità di disoccupazione da almeno 3 mesi) a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per:
    • licenziamento, anche collettivo;
    • dimissioni per giusta causa;
    • risoluzione consensuale nell’ambito di una procedura di conciliazione;
  • assistenza, da almeno 6 mesi al momento della domanda di pensione, del coniuge o di un parente di primo grado convivente con handicap grave ai sensi della Legge 104 [1] (vedi tutte le agevolazioni spettanti ai beneficiari della Legge 104);
  • riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, superiore o uguale al 74%;
  • svolgimento, al momento del pensionamento, da almeno sei anni in via continuativa di lavori usuranti [1], oppure di attività lavorative particolarmente difficoltose e rischiose:
    • operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;
    • conduttori di gru, di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni;
    • conciatori di pelli e di pellicce;
    • conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante;
    • conduttori di mezzi pesanti e camion;
    • professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni;
    • addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza;
    • professori di scuola pre-primaria;
    • facchini, addetti allo spostamento merci ed assimilati;
    • personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;
    • operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti.

Pensione anticipata con le quote: addetti a mansioni usuranti

Gli addetti ai lavori usuranti [1] possono fruire di una particolare tipologia di pensione di anzianità, la pensione di anzianità con le quote (le quote sono la somma del requisito di età e del requisito di contribuzione). Per ottenere il beneficio, è necessario che il lavoratore maturi i seguenti requisiti, entro il 31 dicembre 2017:

  • quota (la quota è la somma di età e anni di contributi) pari a 97,6, con:
  • almeno 61 anni e 7 mesi d’età;
  • almeno 35 anni di contributi.

Dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione non è più necessario attendere la cosiddetta finestra, pari a 12 mesi per i dipendenti e a 18 mesi per gli autonomi, perché è stata abolita dalla Legge di bilancio 2017.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, i requisiti sono aumentati di un anno.

Hanno diritto alla pensione d’anzianità anche i lavoratori adibiti a turni notturni, ma le quote sono differenti a seconda del numero di notti lavorate nell’anno: in particolare, per chi ha lavorato per almeno 78 notti nell’anno i requisiti sono gli stessi per gli addetti agli impieghi particolarmente faticosi e pesanti, per chi ha lavorato meno di 78 notti (con un minimo di 64 notti), i requisiti sono invece più severi, sino a una quota massima di 99,6, con un minimo di 35 anni di contributi e 63 anni e 7 mesi di età (innalzata a 100,6, con un minimo di 64 anni e 7 mesi di età per chi possiede anche contributi da lavoro autonomo). Vediamoli nel dettaglio.

 

Pensione anticipata con le quote: lavoratori notturni

Chi ha lavorato per almeno 78 notti l’anno deve possedere, per accedere al pensionamento, i seguenti requisiti entro il 31 dicembre 2017

  • quota (somma di età e contribuzione) 97,6, con un minimo di:
  • 61 anni e 7 mesi d’età;
  • 35 anni di contributi.

I requisiti, come già visto in merito agli addetti ai lavori usuranti, sono innalzati di un anno (quota 98,6 e 62 anni e 7 mesi di età) per chi possiede contribuzione mista da lavoro dipendente ed autonomo.

Chi ha lavorato per un numero di notti tra le 72 e le 78 l’anno deve possedere, entro il 31 dicembre 2016, i seguenti requisiti:

  • quota (somma di età e contribuzione) 98,6, con un minimo di:
  • 62 anni e 7 mesi d’età;
  • 35 anni di contributi.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, la quota è innalzata a 99,6, con un minimo di 63 anni e 7 mesi di età.

Chi ha lavorato per un numero di notti tra le 64 e le 71 l’anno deve possedere, entro il 31 dicembre 2016, i seguenti requisiti:

  • quota (somma di età e contribuzione) 99,6, con un minimo di:
  • 63 anni e 7 mesi d’età;
  • 35 anni di contributi.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, la quota è innalzata a 100,6, con un minimo di 64 anni e 7 mesi di età.

 

Cumulo dei contributi

È possibile anticipare la pensione anche utilizzando la facoltà di cumulo:  il cumulo contributivo consiste infatti nella possibilità, per il lavoratore che possiede contributi in casse diverse, di raggiungere i requisiti previsti per il pensionamento sommando gratuitamente tutti i contributi presenti nelle diverse gestioni. Dal 2017, grazie alla Legge di bilancio, è possibile raggiungere la pensione col cumulo anche nelle casse professionali.

I contributi, però, sono sommati solo ai fini del diritto alla prestazione e non a quelli della misura. In parole semplici, ogni gestione previdenziale liquida la sua quota di pensione e non si ottiene un trattamento unico.

È possibile ottenere, col cumulo, le seguenti prestazioni:

  • pensione di vecchiaia;
  • pensione anticipata;
  • pensione d’inabilità;
  • pensione indiretta (ai superstiti).

Per ciascuna delle tipologie di pensione contemplate dalla disciplina sul cumulo, nel caso in cui i requisiti siano diversi a seconda delle gestioni è necessario soddisfare i requisiti più severi.

La pensione anticipata può essere ottenuta soltanto col requisito di 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi per le donne) e non con i differenti requisiti di anzianità previsti dalle casse private.

note

[1] D.lgs. 67/2011.

[2] L.243/2004.

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1 Commento

  1. Confusione totale! Mi sono rivolto ad esperti ed ognuno dice cose diverse! Mia moglie è stata licenziata ad agosto 2012 a 59 anni di età! Ha maturato cierca 1330\400 settimane come dipendente settore privato (commercio)! In realtà i contributi dovevano essere di più ma…….

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